Il feedback di “Out of time”

Ieri, 12 marzo, “Out of time” ha compiuto 25 anni. Non è il disco più bello dei R.E.M., è uno di quelli che è invecchiato meno bene. Ma è il più famoso, quello che li ha fatti diventare delle star. Contiene ovviamente “Losing my religion”: mi ricordo la prima volta che la ascoltai, quando il mio amico Paolo mi portò il CD singolo da Milano: che strana canzone, pensai. Mai avrei indovinato il suo successo…

Ma soprattutto contiene almeno due canzoni memorabili e IL capolavoro del gruppo. “Belong”, con quel recitato di Stipe sopra un giro di chitarra da brividi di Buck e i cori di Mills. “Low”, minimale fino all’osso, emozionante. E “Country feedback”, la canzone più intensa del catalogo dei R.E.M., forse la mia preferita in assoluto (sicuramente preferita di Stipe). Un giro di chitarra quasi  country, il feedback di una chitarra elettrica e un flusso di coscienza sulla fine di una storia. E tante lacrime.

La versione di studio non è bella quanto le tante versioni dal vivo: tra live, lati B e singoli di Natale ne esistono almeno una decina. Ce ne sono diverse, una più belle e intensa dell’altra: su Twitter ne ho raccolte tre, e le posto pure qua.

Quella con Neil Young, al Bridge Benefit del ’98. Stipe in ginocchio di fronte al suo idolo, che tira fuori un assolo da brividi.

 

Ero lì, tra il pubblico, in California, nel ’98…. Ed ero anche a New York, nel 2001, quando suonarono all’Unplugged di MTV questa versione, infilandoci un paio di strofe di “Like a rolling stone” di Dylan.

 

Poi ci sono le tante versioni elettriche, forse ancora più belle: quelle del tour del ’95, quelle del tour del 2005, quelle dell’ultimo tour, nel 2008. Non è un caso che l’abbiano cantata nell’ultimo bis dell’ultimo concerto in pubblico, a Mexico City (lì, purtroppo, non c’ero). Si sarebbero sciolti nel 2011 ma credo che a quel punto avessero già deciso, o capito, che sarebbe stato il loro ultimo tour.

E non è un caso che il loro ultimo disco di studio si chiuda con “Blue”, che è una sorta di sequel di “Country feedback”

 

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15 album del 2015 (la playlist di fine anno, pt. 2)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

C’è un attimo, in molti dei dischi migliori di quest’anno. E’ un attimo in cui la chitarra elettrica suona piena e pulita, riconoscibile ma diversa da qualsiasi cosa tu abbia già sentito. Quando ascolto musica, cerco quel suono – attimi che rileggano la storia della musica pop e rock in modi nuovi e inaspettati.

Quell’attimo, quel suono che è contemporaneamente classico e nuovo, nel 2015 l’ho trovato nel mood inquietante, pieno e melodico dei Low, nelle cavalcate dei My Morning Jacket, nei Wilco di “Star wars” che a tratti sembrano una garage band. Oppure nell’operazione retromaniaca e geniale di Ryan Adams sul repertorio di Taylor Swift. In chiave elettronica, nei New Order, in versione black, nell’album degli Alabama Shakes e degli Algiers. Suoni e canzoni più legate al passato, ma non meno belle, stanno nei dischi di De Gregori che rilegge Dylan e o di Ranieri e Pagani che vira in jazz la canzone napoletana. In altri casi sono strumenti che non hanno a vedere con le chitarre, ma suonano bene e basta (come Malika Ayane e Andrea Nardinocchi).

Insomma: il 2015 ha suonato bene, per me. E questa è una lista personalissima degli album che suonavano meglio, e che ho ascoltato di più. C’è pure una playlist su Spotify, in fondo. E c’è un sacco di altra roba buona che ho lasciato fuori (Iacampo, Sleater-Kinney, Editors, Natalie Merchant, Any Other, Kurt Vile, Glen Hansard), che in parte ho recuperato in un altro playlistone, quello con le mie 50 canzoni da riscoprire)

Ecco i miei dischi dell’anno, in ordine sparso, ma non troppo. Se proprio qualcuno avesse l’insopprimibile voglia di saperne di più, cliccando sulle copertine si va su recensioni e interviste.

Low – One & Sixes. Sono un’istituzione del rock americano, ma a questo giro si sono superati. Un disco dal suono strepitoso, con chitarre elettriche atmosferiche ma che ti arrivano dritte in faccia e si uniscono alle melodie uniche delle due voci. Una goduria sonora.

 

My Morning Jacket, “The waterfall”. Continuano a suonare solo come se stessi, con canzoni fuori dagli schemi, e ogni volta sono meglio della precedente. Rock unico. Quand’è che qualcuno li porta in Italia a suonare?

 

Ryan Adams, “1989”. Fantastico nell’idea; filologico e stupendo nell’esecuzione: le canzoni di Taylor Swift riarrangiate in chiave rock anni ’80, tra Smiths e Springsteen. Suona bene a prescindere dagli originali: uno dei migliori dischi di classic rock dell’anno.

 

Wilco, “Star wars” I dischi a sorpresa non sorprendono più. Ma al di là del metodo di distribuzione, i Wilco hanno confezionato un gran album rock, giocando con i suoni e con melodie come solo loro sanno fare.

 

Alabama Shakes, “Sound & color”. E’ in testa a tutte le classifiche di fine anno del 2015, e a ragione: un sound unico, tra tradizione e contemporaneità, una grande voce, grandi canzoni. Imperdibile.

 

Francesco De Gregori, “De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto”. Sulla carta, un possibile disastro, toccare l’intoccabile. In realtà, un gioiello: il maestro rispetta il suo Maestro, con traduzioni fedeli, una scelta non banale di canzoni e un grande suono. Incontrarlo e parlare di Dylan con lui è stato uno dei miei highlight professionali dell’anno.

Massimo Ranieri – “Malia”.  Altro momento memorabile: la presentazione di questo album, con Pagani e Ranieri che fanno una lezione di storia della canzone napoletana – un lavoro gigantesco, che portano avanti da 15 anni. Qua però i due si sono superati, usando la chiave jazz e gente come Marcotulli e Rava.

 

Andrea Nardinocchi, “Supereroe” In Italia, a fare questo pop, c’è solo lui. Il secondo disco è uscito un po’ in sordina, rispetto all’esordio, ma mantiene le promesse e conferma la statura di Andrea. Prima o poi se ne accorgeranno in tanti.

 

Carmen Consoli, “L’abitudine di tornare”. Non è solo tornata dopo anni, è tornata anche a quel suono, a quel pop-rock che negli ultimi dischi aveva messo da parte a favore di una dimensione più acustica.   Ed è sempre unico il suo modo di raccontare storie.

 

Malika Ayane, “Naif”. Come al solito, dal Festival di Sanremo rimane poco o nulla, sulla media e lunga distanza. Di quello del 2015 mi sono rimaste la bella cover di “Se telefonando” di Nek, e i “Silenzi per cena” di Malika Ayane, e tutto il suo album: belle canzoni, con la notevole produzione dei Jazzanova, in equilibrio tra suoni tradizionali e moderni.

Dave Gahan & Soulsavers,“Angels & Ghosts”. Meglio di tutti gli ultimi dischi con i Depeche Mode: un suono cupo e nero, che a tratti mi ricorda Nick Cave.

 

New Order – Music Complete. Il primo disco in non so quanti anni, il primo in assoluto senza Peter Hook. E sono ancora i migliori a mischiare così rock, pop, dance ed elettronica

 

La ristampa dell’anno: Bruce Springsteen – The Ties That Bind – The river collection. Al di là dei miei noti fanatismi, perfetta per contenuto inedito (“Stray bullett” da sola vale tutto), materiali aggiuntivi (il documentario con Bruce in cucina, che racconta) e packaging. Vale ogni centesimo. Secondo posto personale per “The cutting edge”, dedicata al periodo ’65-’66 di Dylan: la versione da 18 CD è da veri maniaci.

 

il disco più sorprendente: Algiers. Trovare un album, una band dal suono suono completamente nuovo e originale: un’impresa, oggi. Un mix esplosivo di rock, black e chissà quante altre robe.

 

I dischi più “fuori” : “Circles around the sun” – Interludes for the Dead/ Kamasi Washington, “The epic”. Il primo sono 3 ore di musica strumentale, originariamente pensata come colonna sonora degli intervalli dei concerti dei Grateful Dead, bellissima e psichedelica. Il secondo è il sassofonista di fiducia di Kendrick Lamar, un jazzista che ha inciso un triplo album sulla scia di Coltrane con una band di 11 elementi ed orchestra. Debordante, godibile anche per i non jazzofili (forse soprattutto per loro). Ed epico come promette il titolo.


IL CONCERTO DELL’ANNO: U2, Innocence + Experience Tour, Torino, 4 settembre.
 Il tour migliore da 20 anni a questa parte degli U2, uno stupendo equilibro tra “effetto wow” delle scenografie e scelte musicali. L’inizio è puro rock, da brividi.

 

Delusione dell’anno: Blur, “The magic whip”. Puoi rimanere deluso da un disco che non ti aspetti?Si, se arriva da una band che ami e hai amato, anche se pensavi che ormai non avrebbero più inciso album. Del disco dei Blur, il primo dopo 12 anni, non mi è rimasto niente addosso. Stilando questa lista, non mi era neanche venuto in mente, e così su due piedi non mi ricordo neanche una canzone. E’ un problema mio, sicuramente, ma non solo: non lo vedo in nessuna lista di fine anno, e qualcosa vorrà dire….

Album/Artista più sopravvalutato dell’anno: Tame Impala. Lodi sperticate ovunque, per un disco che, mi sembra, va ovunque per non arrivare da nessuna parte. La dimostrazione di una tendenza degli ultimi anni: l’inversione di ruoli tra indie e pop.  L’indie come questo che cerca suoni (e visibilità) mainstream, mentre il pop cerca suoni (e credibilità) indie. I New Order giocano con questi suoni da più tempo, e ancora meglio (vedi sopra, “Music complete”).

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50 canzoni del 2015 (La playlist di fine anno, pt. 1)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

La canzone più bella di quest’anno, per me, è “24 frames” di Jason Isbell. Ha tutto: una grande melodia, un testo stupendo e frasi memorabili (“You thought God was an architect/now you know it’s a something like pipebomb ready to blow”), un suono classico.

Da qualche anno in America sono impazziti per lui, per la sua storia di redenzione dopo l’alcolismo, per il suo modo di raccontare e soprattutto per il suo songwriting: questa canzone spiega perché.

Seconda posizione personale per  “Lowly deserter” di Glen Hansard, che peraltro arriva da un disco sotto le aspettative, “Didn’t he ramble” rispetto a quello che quest’uomo ha fatto e sa fare su un palco.

Ma di canzoni “minori” e da (ri)scoprire ce ne sono tante, quest’anno. Ho fatto una playlist con alcune di quelle che mi sono piaciute di più, a partire dalla stupenda rilettura di “Shake it off” di Ryan Adams, che ha trasformato Taylor Swift in musica degli anni ’80. Dalla playlist ho lasciato fuori molti nomi grossi e hit che si sono sentite ovunque. Ma non ho lasciato fuori Springsteen, perché “Stray bullet”, è un vero capolavoro, un outtake sconosciuta persino ai fan più maniaci come me, e degna delle sue cose migliori.

Ho messo nelle 50 canzoni un po’ di power-pop (Best Coast, e gli Eyelids grande band formata da gente di portland, che arriva dal giro dei Decemberists), molto classic rock: i Los Lobos, Chris Stapleton (la sua “Tennesee whiskey” è un capolavoro), Billy Gibbons degli ZZ Top (che ha fatto un disco davvero divertente, “Perfectamundo”). Anche quest’anno è uscita molta musica fricchettona (i Promised Land Sound, i Circles Around The Sun di Neal Casal, Riley Walker). E molto, molto un po’ di rock sporcato di musica black: Alabama Shakes, Gary Clark Jr., Algiers, JJ Grey & Mofo. Tra le cose italiane che mi sono piaciute di più Zibba, Any Other, Iacampo, Viva Lion, Mezzala, Mambassa, Massimo Ranieri in versione jazz.

Il playlistone è qua sotto su Spotify. Qua c’è un’altra playlist, quella degli album, e qua il post con tutta la spiega)

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Canzoni che spiegano (più o meno) “Il risveglio della forza”

Sono andato a vedere “Il Risveglio Della Forza”. E, per deformazione professionale, mi ha fatto venire in mente delle canzoni. Canzoni che non c’entrano niente. Forse. O forse sì. (Tranquilli, non ci sono spoiler)

RYAN ADAMS – BAD BLOOD

“Il risveglio della forza” è una cover di “A new hope”. Non la cover di una singola canzone, ma di un album intero. Fatto oggi, ma con i suoni e le immagini di un tempo, che rispettano la struttura originale, ma sembrano una canzone nuova. Qualcosa di odierno che vuole suonare “vintage” in partenza, e ci riesce benissimo. Come Ryan Adams con “1989” di Taylor Swift – che, va bene, era più recente e meno classico – ma insomma. E “Bad blood” mi sembra descriva bene la trama del film.

ALBANO E ROMINA – NOSTALGIA CANAGLIA

(Abbiamo già riabilitato la coppia, d’altra parte, anche se negli anni ’80…). Hanno ragione loro: la nostalgia è il nostro “soft spot”. La mancanza di qualcosa che non c’è più – e che non c’è mai stato, per chi la trilogia di “Guerre stellari” l’ha vissuta in differita, ereditandola da qualcuno. E’ la grande promessa dell’hype di guerre stellari (spiegata benissimo da Simone Laudiero de La Buoncostume, qua), e il film quella promessa la mantiene, eccome.

BRUCE SPRINGSTEEN – INDEPENDENCE DAY

Sono figlio di uno psicanalista (freudiano, per di più), ma non avevo realizzato fino in fondo che il vero schema narrativo di Guerre Stellari non è “Il viaggio dell’eroe” di Vogler, ma Freud. Freud è il vero ghost writer della serie, e di questo episodio. “Independence day” è la più bella canzone mai scritta sul rapporto conflittuale padre-figlio, e magari il Boss pensava alla prima trilogia quando scriveva:”Well Papa, go to bed now, it’s gettin’ late/Nothin’ we can say, can change anything now/Because there’s just different people coming down here now/And they see things in different ways/ And soon everything we’ve known, will just be swept away”.

 

 

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Guccini e i fan avvelenati

La frase è nota, è una delle più famose del cantautorato italiano.

Che cosa posso dirvi? Andate, fate.
Tanto ci sarà sempre lo sapete
un musico fallito, un pio, un teorete
un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate.

E’ “L’avvelenata” di Guccini. Che fu scritta in risposta ad una stroncatura di Riccardo Bertoncelli, il decano della critica musicale italiana (che al tempo era un ragazzo).

Bertoncelli, da un po’ di anni, insegna al Master in Comunicazione Musicale, che dirigo in Cattolica. Nel 2009 gli abbiamo fatto raccontare la storia di quella canzone, girando un videino. Un racconto equilibrato, non privo di ironia ma molto affettuoso: l’abbiamo pubblicato sul canale YouTube del Master. Bertoncelli e Guccini hanno fatto la pace subito dopo; da tempo sono amici.

Il video, in 6 anni, ha totalizzato quasi 70.000 views: se cercate “L’avvelenata” su Google è uno dei primi risultati. Ma la cosa interessante sono i commenti al video, da parte dei fan di Guccini: niente, a distanza di anni, lo insultano ancora, come se quel disco fosse uscito l’altro ieri, e la recensione ieri. I commenti arrivano regolarmente, al ritmo di uno al mese, e sono  soprattutto improperi, molti irripetibili (e infatti spesso ho dovuto non approvarli). Una piccola selezione:

Fabrizio Baggi 3 anni fa
BERTONCELLI LAVATI LA BOCCA PRIMA DI NOMINARE GUCCINI!!!!

 

vicious6661982 1 anno fa
Berto non e che ci spari qualche altra cazzata su Guccio cosi riprende a suonare no eh ?

 

teodoro margarita 5 mesi fa
Ha fatto la tua fortuna, dai, che ti ha celebrato. Oh quali stronzate immani. Pare che il punk non abbia mai irriso sti tromboni un tanto al chilo.

 

leixlipful 2 anni fa
Bertoncelli continua a sparare CAZZATE…a culo tutto il resto

Ieri ho incontrato Guccini, che presentava “Se io avessi previsto tutto questo”, box retrospettivo che da quella canzone ha preso il titolo (è la prima strofa). L’occasione era ghiotta, e gli ho chiesto di quella canzone e dei fan che gliel’hanno chiesta per anni. Con la consueta ironia, Guccini ha risposto “E’ un episodio, di certo ho scritto delle canzoni migliori”. Ecco un estratto della videointervista (quella completa è su Rockol): qua ho lasciato la mia voce fuori campo.

Morale: i fan di Guccini sono più realisti del re. Certi atteggiamenti non bisogna cercarli solo tra i beliebers o i directioners…

 

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