L’editoria imparerà dalla musica o la musica dall’editoria?

Il Corriere in questi giorni sta pubblicizzando con grande enfasi la sua app per iPhone.
Non è la prima testata a lanciare un software del genere – quella di Repubblica è disponibile da tempo – ma la differenze sono sostanziali. La App del corriere è più completa – oltre a notizie, video, meteo, servizi geolocalizzati. Ma soprattutto costa: 2,39€. E la pubblicità a stampa allude che i servizi saranno ad “accesso illimitato  fino a novembre”. Dopo si pagheranno, se ne deduce.

Di crisi del giornalismo si parla molto, di questi tempi. C’è chi sostiene che l’editoria non dovrebbe rifare lo stesso errore della discografia. Ovvero far pagare un contenuto che suo malgrado nella percezione comune è ormai disponibile gratuitamente.
L’idea che circola di più in rete è quella del “freemium” di Chris Anderson: una parte  dei servizi gratis per fidelizzare il consumatore,  servizi premium a pagamento. Un’idea molto usata anche in musica (pensate a chi offre dischi in vari formati e con vari prezzi, dal gratis in su).

L’applicazione del Corriere è – apparentemente – contro ogni logica: a pagamento il servizio base (il software), a pagamento i servizi successivi, anche se fra qualche mese. Il Corriere è il Corriere, e forse se lo può permettere. Ma in rete circolano già parecchi malumori sulla questione.

Forse davvero tutti questi anni di diatribe digitali sul futuro dei contenuti e dell’industria – innescate dalla musica – sono passati invano. O forse ha ragione il Corriere, chissà.

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