Monthly Archives: gennaio 2010

YouTube Shall Pass (2)

Dopo la lettera ai suoi fan arrabbiati,  Damien Kulash degli OK Go torna a parlare dei video della band, con una bella intervista a Time, che mi ero quasi perso, dal significativo titolo OK Go: Did the Music Biz Kill a Viral Video Star?

Tra le altre cose, dice che la band ha 5 clip nuovi in produzione, e smorza i toni della polemica con la EMI da cui quella lettera era nata:

The loudest online reaction tends to be from disagreers — there are a lot of people out there who think labels are Satan’s spawn. It’s not only a really simplistic view of the world, but it’s one that misses major chunks of how the music industry works. Our fans themselves are expressing a lot of gratitude for being communicated to so directly about things like this. But this letter has gotten an enormous amount of public attention and I think there’s a quiet majority who are just interested in seeing the music industry explained.

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Tanto tuonò che piovve

Non è l’iPhone (célo), non è il MacBook (célo), è qualcosa di mezzo: l’iPad (manca?).

ipad-launchAlla fine, è stato presentato il famigerato tablet della Apple: un media player che conferma in larga parte quanto era trapelato nella frenetica corsa allo scoop degli ultimi giorni.

I dettagli si trovano ovunque, ma si può partire dal solito iLounge: per ora si sa quando arriverà in America (fine marzo-aprile), da noi la data è incerta, si parla dell’estate.

E’ presto per dire se questa scommessa verrà vinta. al di là dei soliti toni retorici di Steve Jobs, non mancano gli scettici: non sembra esattamente economico, per dirne una; e anche Wired nota diverse mancanze nelle caratteristiche.

E, una cosa che mi pare nessuno abbia notato: i filmati che legge sono solo quicktime. Tradotto: è pensato per riprodurre i film comprati su iTunes (che peraltro in Italia non sono disponibili); quindi scordatevi di usarlo per vederci divx et similia, a meno di lunghe conversioni su un computer “normale”.

Sia quel che sia, siamo tutti qua a parlarne e ci cascheranno (ci cascheremo?) in molti, mi sa.

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Una brutta storia del terrore (digitale)

Cliccate questo link solo se siete pronti a non farvi spaventare:  troverete una storia dell’orrore, anzi del terrore, raccontata in maniera diretta, semplice, ma in modo assai documentato (146 note: ok, anche queste potrebbero spaventare qualcuno…).

E’ la storia della RIAA, l’associazione americana dei discografici. Ma soprattutto è la storia  di un tentativo di suicidio, che dura da 10 anni: la pistola, armata a suon di denunce e minacce, sembra  puntata contro il pubblico. Ma in realtà spara contro la stessa industria, che con le sue battaglie legali sta alienando il proprio mercato di consumatori, senza ottenere risultati concreti.

Questa storia ce la racconta la Electronic Frontier Foundation.

Altrove l’ho chiamata “Retorica della pirateria”. Ogni tanto ce ne dimentichiamo, da queste parti, ma in America è ben più che un esercizio di stile comunicativo; è una pratica con obbiettivi repressivi ben precisi.

Beninteso: la pirateria digitale è illegale ed è un problema serissimo. Ma questo saggio dimostra come la si sia combattuta nella maniera sbagliata, e con pratiche magari corrette dal punto di vista legale, ma sbagliatissime sia eticamente (leggetevi il paragrafo IV, se pensate che stia usando questo aggettivo a sproposito), sia in termini strategici:

The RIAA’s lawsuit campaign against individual American music fans has failed. It has failed to curtail P2P downloading. It has not persuaded music fans that sharing is equivalent to shoplifting. It has not put a penny into the pockets of artists. It has done little to drive most filesharers into the arms of authorized music services. In fact, the RIAA lawsuits may well be driving filesharers to new technologies that will be much harder for the RIAA’s investigators to infiltrate and monitor.

(Via Gerd Leonhard. Il saggio si può scaricare in PDF anche a questo indirizzo).

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Pirateria e privacy

Il Corriere di oggi spara, in prima pagina e sul sito, un articolo su un servizio di navigazione anonima lanciato da quelli di PirateBay. “Per fare il pirata on-line si paga l’abbonamento”, strilla.

E’ una  semplificazione  bella e buona: no, non è solo una questione di pirateria. La navigazione anonima è una questione di privacy.

Lo dimostra il recente caso della Federazione Antipirateria Audiovisiva, che ha presentato una denuncia citando dati di navigazione di milioni di italiani. Come spiega  ManteBlog: o si li è inventati, quei dati, oppure per averli ha violato la privacy di milioni di persone.

Il riassunto di questa brutta vicenda sul blog di Stefano Quintarelli.

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YouTube Shall Pass

Qualche giorno fa mi chiedevo come mai del nuovo video degli Ok Go – “This too shall pass”, quello della banda – non si potesse fare l’embed. Ci avevo provato anche io, a incollarlo dentro al blog. Ma ti veniva fuori il simpatico avviso “Incorporamento disattivato da parte dell’utente. Guarda su YouTube”.

Non sono l’unico ad avere notato la cosa, tanto che il cantante Damian Kulash si è preso la briga di rispondere ai fan indispettiti. Viene fuori che l’utente che ha disattivato l’embed è la EMI, non la band:

“The catch: the software that pays out those tiny sums doesn’t pay if a video is embedded. This means our label doesn’t get their hard-won share of the pie if our video is played on your blog, so (surprise, surprise) they won’t let us be on your blog. And, voilá: four years after we posted our first homemade videos to YouTube and they spread across the globe faster than swine flu, making our bassist’s glasses recognizable to 70-year-olds in Wichita and 5-year-olds in Seoul and eventually turning a tidy little profit for EMI, we’re – unbelievably – stuck in the position of arguing with our own label about the merits of having our videos be easily shared. It’s like the world has gone backwards.”

(Via Fuel Friends)

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