Monthly Archives: febbraio 2010

Comprare un disco solo per il nome della band

Si chiamano Shake Some Action!, come una delle mie canzoni preferite, “Shake some action” dei Flamin Groovies, un inno del power-pop, che se ben mi ricordo pure Springsteen usava per aprire i suoi concerti. Qua c’è la versione originale, uno dei più bei giri di chitarra ever.

Il disco dei Shake Some Action!, che sono di Seattle, si intitola  “Fire and ice” e non è niente male: power-pop chitarristico della vecchia scuola, come i loro maestri. Qua c’è un loro video, registrato alla sempre benemerita radio della loro città, la KEXP:

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WhoseTube?

Damien Kulash degli OkGo ritorna sulla questione dei video della sua band “bloccati” dalla EMI. Lo fa con un bell’editoriale sul New York Times, in cui dice, tra le altre cose:

In these tight times, it’s no surprise that EMI is trying to wring revenue out of everything we make, including our videos. But it needs to recognize the basic mechanics of the Internet. Curbing the viral spread of videos isn’t benefiting the company’s bottom line, or the music it’s there to support. The sooner record companies realize this, the better — though I fear it may already be too late.

Recentemente,  un operatore del settore mi raccontava che la sua etichetta aveva appena messo su YouTube il video di un importante artista. E in ufficio, mi diceva, c’era una persona il cui compito era monitorare se quel video veniva caricato da altri fan e utenti e nel qual caso, farlo rimuovere. Cioè sostanzialmente impedire la circolazione del video.

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Il parco giochi dell’accreditato

Mi hanno suggerito una bella definizione di Sanremo: Il parco giochi dell’accreditato.

Il festival non è né un evento musicale, né un evento televisivo. E’ un evento ad uso, consumo e divertimento del giornalista.

Per una settimana noi tutti appartenenti alla categoria ci sentiamo importanti a sventolare il nostro pass, a telefonare agli amici a casa con gossip e anticipazioni, a inseguire o creare polemiche di cui tra qualche giorno non si ricorderà più nessuno.

Personalmente, ci ho dato dentro su una (insignificante?) questione sui Sigur Ros citati dall’orchestra in trasmissione. Mi ha ricordato come sulla rete (non solo fan, anche blog con pretese giornalistiche) si apra bocca non solo per il  divertimento di commentare, ma con maleducazione e senza nessuna verifica dei fatti. Sanremo è anche (soprattutto) questo. Il media event, per dirla con la famosa definizione di Katz e Dayan: quello che conta è il rumore di fondo che crea, non l’evento in sé.
L’accelerazione internettiana del tempo di nascita e morte delle polemiche è forse l’unico cambiamento percettibile di Sanremo negli ultimi anni. Io ho fatto il mio primo festival da accreditato una decina di anni fa, e in Sala Stampa siamo più o meno sempre le stesse persone e la maggior parte era già lì prima che io arrivassi. Persino le foto sui pass sono vecchie (la mia è imbarazzante, ma dovreste vedere quelle di certi colleghi…).

L’altra cosa che non finisce mai di stupirmi a Sanremo è il sottobosco di varia umanità che gira attorno all’Ariston: i carrozzoni delle radio (anche per loro il Festival è un parco giochi, forse ancora più grande), pseudo vip risorti da qualche piega del dimenticatoio TV (ho visto, in ordine sparso: Solange, Cristiano Malgioglio, Simona Tagli, il Mago Otelma, Patrizia D’Addario e gente così), e gente “comune” che impazzisce appena vede qualcuno che assomiglia ad un vip.
Poi ci sono le canzoni:  per una settimana, se sei qui, non ascolti quasi altro. E qualcosa ti può sembrare davvero bello. Ma poca roba poi sopravvive al ritorno, come insegna la storia.

Musicalmente, i momenti migliori del Festival per me sono stati il duetto tra Irene Grandi e Marco Cocci (grande, davvero: peccato che ci siamo dimenticati dei Malfunk), la canzone di Malika Ayane (un arrangiamento stupendo) e sì, anche quella di Irene che ricorda molte cose, ma ha una gran bella melodia.

Poi, perché stupirsi del trio finale? Cantanti da televoto, il paese reale è quello lì

http://www.youtube.com/watch?v=39a0NGa9NQE

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Sanremo, i Sigur Ros, Sabiu (ancora)

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla questione Sabiu/Sigur Ros/plagio/polemiche:

Ps: chi posta commenti senza firmarsi con nome e cognome e/o usando mail fasulle e con tono maleducato non viene pubblicato.

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Il pasticciaccio del presunto plagio dei Sigur Ros a Sanremo

In rete si (s)parla di un plagio al Festival: l’orchestra avrebbe copiato uno stacchetto ai Sigur Ros, per la precisione a “Hoppipolla”, da “Takk…”. Molta gente si è inviperita, soprattutto quando l’altra sera  la Clerici, presumibilmente scherzando, ha chiamato lo stacchetto “Sabiu settima”, dove Sabiu è il direttore dell’orchestra del Festival.

La cosa, però, ha assunto dimensioni grottesche: da diceria sui social network, la cosa è stata ripresa da diversi blog fino a diventare un fatto reale, ma senza che nessuno facesse una verifica: il fan club italiano ha segnalato la cosa direttamente al management della band, che se ne è interessato attraverso le proprie edizioni.

Ieri notte ho fatto due chiacchiere con il Maestro Marco Sabiu, e come si dice, il caso non sussiste.

Non è un plagio, ma una citazione voluta, un omaggio cercato (e che quindi, si immagina, verrà conteggiato sul programma musicale consegnato dalla Rai alla Siae dopo la fine del Festival).

La spiegazione qua, su Rockol.

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