Monthly Archives: aprile 2010

Google sta uccidendo la musica e il giornalismo?

Uno non fa in tempo a scrivere una cosa sulla morte e l’uccisione del videoclip, che le allegre metafore criminali tornano a ripresentarsi, su argomenti analoghi.

Da qualche giorno in rete c’è un interessante dibattito sulla morte della critica musicale – interessante per qualcuno, chiaramente. Un sacco di gente giustamente dirà: chi se ne frega dei critici…

Comunque, il protagonista è Chris Weingarten, uno che si definisce “the last rock critic standing”, che per sfida ha aperto un account Twitter in cui fa recensioni di 140 caratteri.

Sostiene Weingarten che il SEO – la search engine optimization, ovvero l’ottimizzazione delle pagine internet per farle apparire in cima alle ricerche di Google – stia ammazzando la critica musicale. E’ tutta una questione di numeri, ormai: chi scrive prima, il voto che si dà al disco, e così via. Non c’è più bisogno di approfondimento, di contestualizzazione.

Riassume  la questione Everett True – firma storica del giornalismo inglese – in questo articolo.

Tutto vero: ormai, chiunque può scrivere di qualsiasi cosa. Chiunque può aprire un blog e sparare sentenze, senza nessuna preparazione, senza nessuna autorevolezza. Però.

Però io credo che molta di questa gente che scrive queste cose rimpianga un passato in cui i critici  erano (o si ritenevano) gli unici depositari della verità musicale. Oggi chiunque è libero di formarsi un’opinione, anche direttamente, nel mare magnum della rete.

E comunque ci sarà sempre bisogno di qualche filtro in tutte queste ondate di musica che ci arrivano addosso. I filtri hanno bisogno di autorevolezza e l’autorevolezza ha bisogno sia di standard giornalistici elevati – acesso diretto alle fonti, controllo delle fonti indirette, verifica delle informazioni, precisione, buona scrittura – sia di nuovi standard digitali – come la puntualità, l’inclusione di tag che facilitino la ricerca.

Tutto questo ha un altro però. Quello di Weingarten è un discorso che riguarda soprattutto il mondo anglosassone. Perché in Italia una vera critica rock ha sempre fatto fatica ad esistere, salvo poche eccezioni.

Ciò nonostante tutti vogliono fare i critici musicali: la maggior parte della gente che scrive a Rockol per proporre collaborazioni, invia recensioni, e soprattutto di indie rock. La miriade di blog in circolazione ha semplicemente liberato un desiderio represso: l’italia è un paese pieno di commissari tecnici della nazionale di calcio e di critici musicali.

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Il videoclip è morto. L’ha ucciso YouTube?

In questi giorni si parla molto dell’anniversario della nascita di YouTube, su cui 5 anni fa veniva uploadato il primo video. E’ stata l’occasione per riflettere su qualcosa che ha davvero cambiato le nostre modalità di fruizione dei media, per ragionare sulle tensioni tra pubblico, internet e industria della cultura.

Credo però non si sia sottolineato abbastanza l’impatto che ha avuto sulla musica. YouTube è stato il colpo finale all’agonizzante videoclip. Da tempo aveva perso lo smalto che ne aveva fatto un oggetto rivoluzionario negli anni ’80. In crisi di idee – i videoclip mainstream sono tutti uguali, tutta forma e nessuna sostanza, sempre con gli stessi stereotipi -, in crisi di soldi (la discografia ora ci pensa bene a spendere fortune per un clip) e di spazi (MTV li ha confinati di notte, al mattino o sul satellite).

Poi è arrivato YouTube, con la sua semplicità di condivisione di immagini. Le band, come gli Ok Go hanno iniziato a farseli da soli, puntando alle idee, più che alla forma. Gli utenti hanno iniziato a girare videoclip sia per le canzoni famose che per le proprie canzoni. Qualche artista ha intelligentemente provato a stare in mezzo, realizzando videoclip doppi, con una versione per la TV e una remixabile per la rete. Qualcuno ha continuato a fare come se nulla fosse, tutt’al più semplicemente mettendo i videoclip in rete, qualche volta in anteprima.

Oggi il videoclip “mainstream”  è un morto vivente. I videoclip è la fenice rinata dalle sue ceneri, con un’estetica e una diffusione molto diversa, imposte entrambi da YouTube.

Non solo. YouTube ha pure soppiantato la radio, con i non-videoclip. Volete sentire il nuovo singolo di qualche band? qualcuno l’avrà sicuramente caricato, l’audio con una foto fissa…

Insomma, YouTube ha preso qualcosa che già c’era, e poco per volta lo ha cambiato, inesorabilmente. E dire che c’è ancora chi fa finta di niente…

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Noel Gallagher, professione portafortuna di Del Piero…

Non ci si abitua  mai alle storie dei fratelli Gallagher, il sogno di ogni giornalista. Eccone una che ci ha messo quattro anni ad affiorare, e che riguarda noi italiani: la pubblica l’NME, estrapolandola una da un’intervista alla BBC. La racconta Noel a proposito del suo amico storico Del Piero.

Quando Del Piero segnò il 2-0 alla Germania nella semifinale dei Mondiali 4 anni fa, corse verso la tribuna. Tutti pensano che corresse verso la moglie, che venne inquadrata in lacrime. “Invece” racconta Noel, “vide me, e sua moglie era di fianco a me per caso” .  Gallagher sarebbe così diventato il  portafortuna di Del Piero, che lo costrinse a venire alla finale con gli stessi vestiti.

Per la cronaca, nell’inquadratura (verso il minuto di questo video) si vede qualcuno che abbraccia la moglie di Del Piero, ma Noel non si riesce a riconoscere. Ci dobbiamo fidare delle sue parole. E, come è noto, è uno che non le spara grosse…

http://www.youtube.com/watch?v=nftsE26RTL0

Nel 2006 Del Piero comunque festeggiò con i Rolling Stones la vittoria dei Mondiali: assieme a Materazzi salì sul palco del concerto milanese di San Siro e sotto gli occhi di un attonito Mick Jagger – proprio lui, che nell’82 aveva cantato a Torino con la maglia degli azzurri -fece intonare allo stadio il “pooo po po po po pooo”…

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Né di venere né di marte…

Un piccolo grande cambiamento è avvenuto sottotraccia nella musica, in Italia: i dischi ora non escono più nei negozi il venerdì, ma  il martedì. Quattro giorni dopo (o tre giorni prima, in alcuni casi)

Almeno per i dischi internazionali, l’uscita il venerdì era un vantaggio che l’italia condivideva con la Germania. In Inghilterra e America i dischi escono rispettivamente il lunedì e il martedì. Quindi noi mettevamo le mani su album e CD con qualche giorno d’anticipo sugli anglosassoni. Poi è arrivata la rete, e questo ha cambiato un po’ le cose: perché significava la certezza che il disco – se già non aveva subito un “leak” nelle settimane precedenti – venisse piratato con qualche giorno d’anticipo sulla data di uscita internazionale.

Il mio collega Alfredo Marziano ne ha parlato con i responsabili italiani delle major, e tutti affermano che non ha a che vedere con l’allineamento alle uscite internazionali. Piuttosto, si tratta di un allineamento con il periodo di rilevamento delle classifiche. Fino allo scorso dicembre, la Nielsen (per conto della FIMI) stilava le classifiche rilevando le vendite dal venerdì al giovedì. I dischi venivano messi nei negozi il venerdì per sfruttare sette giorni: avere un buon risultato di classifica nella prima settimana è cruciale, sia in termini di marketing e immagine, sia in termini di distribuzione (alcuni rivenditori, come gli autogrill, vendono solo dischi che sono già in classifica).

Poi, a gennaio, la FIMI ha cambiato partner, e ora le classifiche vengono rilevate da lunedì a domenica. Ma il lunedì molti negozi sono chiusi, quindi i dischi vengono mandati ai negozi i martedì.

Peraltro, l’8o% delle vendite dei dischi avviene nel week-end. I negozianti  – il mio collega ha parlato con quelli della FNAC – si dicono contenti dello spostamento, perché hanno più tempo per preparare gli stock per quel momento, evitando rischi di perdere un giorno cruciale di vendite per cause di forza maggiore o motivi imprevisti.

Le classifiche della FIMI sono rese pubbliche sul sito dell’associazione. Da un mesetto, la FIMI ha diffuso anche un’applicazione facebook.

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The 8-bit side of the moon

Per la serie: cose divertenti e inutili da fare con la tecnologia… C’è un tipo –  si fa chiamare Moon8 e fa il programmatore di videogiochi – che ha risuonato tutto “The Dark side of the moon” dei Pink Floyd con i suoni del NES, la primissima console Nintendo. Questo sì che è un cover album, mica quello dei Flaming Lips.

Chi non si ricorda il registratore di cassa all’inizio di “Money”, manipolato e messo a ritmo come intro della canzone? Quel modo di trattare i suoni – non c’era nessun Pro-Tools al tempo – ha fatto scuola. Sentitelo in versione 8-bit, con gli effetti sonori delle monetine di SuperMario…

(Via Boing Boing)

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