Google sta uccidendo la musica e il giornalismo?

Uno non fa in tempo a scrivere una cosa sulla morte e l’uccisione del videoclip, che le allegre metafore criminali tornano a ripresentarsi, su argomenti analoghi.

Da qualche giorno in rete c’è un interessante dibattito sulla morte della critica musicale – interessante per qualcuno, chiaramente. Un sacco di gente giustamente dirà: chi se ne frega dei critici…

Comunque, il protagonista è Chris Weingarten, uno che si definisce “the last rock critic standing”, che per sfida ha aperto un account Twitter in cui fa recensioni di 140 caratteri.

Sostiene Weingarten che il SEO – la search engine optimization, ovvero l’ottimizzazione delle pagine internet per farle apparire in cima alle ricerche di Google – stia ammazzando la critica musicale. E’ tutta una questione di numeri, ormai: chi scrive prima, il voto che si dà al disco, e così via. Non c’è più bisogno di approfondimento, di contestualizzazione.

Riassume  la questione Everett True – firma storica del giornalismo inglese – in questo articolo.

Tutto vero: ormai, chiunque può scrivere di qualsiasi cosa. Chiunque può aprire un blog e sparare sentenze, senza nessuna preparazione, senza nessuna autorevolezza. Però.

Però io credo che molta di questa gente che scrive queste cose rimpianga un passato in cui i critici  erano (o si ritenevano) gli unici depositari della verità musicale. Oggi chiunque è libero di formarsi un’opinione, anche direttamente, nel mare magnum della rete.

E comunque ci sarà sempre bisogno di qualche filtro in tutte queste ondate di musica che ci arrivano addosso. I filtri hanno bisogno di autorevolezza e l’autorevolezza ha bisogno sia di standard giornalistici elevati – acesso diretto alle fonti, controllo delle fonti indirette, verifica delle informazioni, precisione, buona scrittura – sia di nuovi standard digitali – come la puntualità, l’inclusione di tag che facilitino la ricerca.

Tutto questo ha un altro però. Quello di Weingarten è un discorso che riguarda soprattutto il mondo anglosassone. Perché in Italia una vera critica rock ha sempre fatto fatica ad esistere, salvo poche eccezioni.

Ciò nonostante tutti vogliono fare i critici musicali: la maggior parte della gente che scrive a Rockol per proporre collaborazioni, invia recensioni, e soprattutto di indie rock. La miriade di blog in circolazione ha semplicemente liberato un desiderio represso: l’italia è un paese pieno di commissari tecnici della nazionale di calcio e di critici musicali.

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