Monthly Archives: giugno 2010

Parlare di architettura è come danzare di musica

In rete da qualche giorno gira questo video della conferenza che David Byrne ha tenuto al TED lo scorso febbraio.

15 minuti in cui spiega l’influenza dell’architettura sull’evoluzione della musica: geniale, come al solito. Da vedere, o da scaricare su iTunes (dove è pure in alta definizione).

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La miglior rock band del pianeta…

…Intendo il miglior gruppo “spalla”, quello che fa da supporto ad un leader dichiarato, ma tanto spalla poi non è.

Se lo chiedete a 10 ascoltatori di musica rock, almeno 9 vi risponderanno che la miglior rock band del pianeta è la E Street Band di Springsteen.

Ma con ogni probabilità ha ragione il decimo, che vi dirà che sono gli Heartbreakers di Tom Petty.

La prova? qualche mese fa è uscito un monumentale box dal vivo di 4cd, 20 anni di storia sul palco.

Ma la band è più viva che mai: il nuovo album, “Mojo”, è un capolavoro. Esce martedì 15, ma lo si può ascoltare in streaming sul sito di ESPN.

Il commento possibile è uno solo: ma quanto c****o suonano bene questi qua?

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Il teschio nell’armadio di Slash

Incontri uno come Slash, e pensi che abbia qualche scheletro nell’armadio di cui non voglia parlare. Pensi che sia una rockstar, bizzosa e suscettibile. Magari pensi che ti salterà addosso se solo gli nomini Axl Rose (come le proverbiali interviste telefoniche del suo ex collega nei Velvet Revolver Scott Weiland, che insultava o sbatteva giù la cornetta ad un accenno di domanda sbagliata).

Invece Slash è una dei musicisti più simpatici ed easy che mi sia capitato di incontrare. Lontano mille miglia dallo stereotipo della rockstar, se non fosse per il camerino dove ci ha accolto, in cui troneggiava la sua chitarra e un fantastico armadio portatile, pieno di vestiti di scena.

Ad un certo punto ha aperto un cassetto dell’armadio per cercare un pennarello, e non c’era uno scheletro, ma un teschio sì…

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Se una nuova canzone dei Pearl Jam finisce in rete, sono giorni migliori

Succedono cose così: che qualcuno di una casa discografica o di un management usi un sito per fare ascoltare a qualche altro addetto ai lavori una canzone. Succede anche che ci si dimentichi di blindare quella comunicazione, e che qualcuno intercetti la canzone.

Se poi la canzone è dei Pearl Jam… Signori e signore, ecco a voi “Better days”: pare essere una outtake di “Riot act”. Antiquiet racconta la storia di come è finita in rete.

Sia quel che sia, a me sembra bellissima, con quelle chitarre acustiche, quella fisa e quelle percussioni:

http://www.youtube.com/watch?v=Rx8ZxQJJWUg

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La nuvola può attendere

Ieri Steve Jobs ha presentato il nuovo iPhone. Un’ora e mezza di “keynote”, dedicato solo al nuovo telefono “reinventato”, dice lui. Ma anche pieno di cose vecchie come la videochiamata…

Nessun cenno agli altri progetti che i futurologi attribuivano alla Apple. Non si è parlato, per esempio, del servizio di streaming musicale, di cui si era discusso parecchio fino ad un mese fa, dopo l’acquisizione (e la successiva chiusura) di Lala.

Non voglio entrare nel gioco delle previsioni su ciò che farà Apple (uno sport che vanta fin troppi campioni), ma è probabile che, se mai verrà lanciato, avverà a settembre, mese tradizionalmente riservato ai “keynote” musicali.

Detto questo, nutro molti dubbi sui progetti di music cloud. L’idea stessa della nuvola – spostare su server remoti servizi e documenti da condividere, per alleggerire i nostri computer – è molto di moda, e con alcune cose funziona molto bene, per carità.

Però è la sua applicazione alla musica che mi lascia perplesso. Un’applicazione che viene da lontano, dall’idea di un”celestial jukebox” che contenga tutta la musica del mondo. Un’idea a cui si sono ispirati diversi servizi: Pandora, Last.Fm…

Sostanzialmente, l’idea della Music Cloud è: pago un abbonamento, in cambio posso accedere alla musica che il servizio mi offre, da remoto. E, in contemporanea, carico la mia musica su un server remoto, e vi accedo quando voglio, dal computer, dal telefonino, all’iPad.

Il prezzo che paghiamo non è solo quello della connessione all’accesso (altri soldi che lasciamo agli ISP?).

Il prezzo che paghiamo è la rinuncia definitiva al possesso fisico della musica. Il nostro rapporto fisico con la musica ha iniziato a deteriorarsi da tempo, dal passaggio al vinile (oggetto caldo, bello) al CD (oggetto piccolo, freddo). Poi ci si è messa la pirateria (che ci ha abituato ad oggetti ancora più brutti – i cd masterizzati – o inesistenti, come i file). E tutti gli eventi successivi che ben si conoscon.

Personalmente non sono ancora pronto a rinunciare alla presenza fisica della musica, sia anche solo in forma di mp3 sul mio hard disk. Non voglio dipendere da una connessione per ascoltare un disco.

Un servizio del genere può essere un’integrazione, non la soluzione. Bello per ascoltare quella canzone o quel disco che hai sentito per caso. Non abbastanza se quel disco ti piace davvero, e lo vuoi avere.

Ora, capisco che l’idea di una Music Cloud serva all’industria per regolarizzare e monetizzare il sommerso, convincendo la gente che ascolta la musica gratis (su YouTube o scaricandola per provarla) a pagare qualcosa, in cambio di un servizio rapido ed funzionale. Ma siamo sicuri che anche per la discografia non sia rischioso? Si rischia di dare il colpo finale al CD, che è comunque ancora la fonte di introito principale, per un po’ di soldi.

Solo tempo, e la partenza di servizi di MusicCloud fatti con tutti i crismi, potranno dare risposta a dubbi che immagino non siano soltanto miei.

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