Sometimes it rains purple in july

Come fai a non perdonare qualsiasi cosa a Prince? Quest’uomo può fare dischi trascurabili, tour organizzati in maniera discutibile, farti aspettare per ore… e poi sale sul palco, e dimentichi tutto.

La data a Nizza è l’ultima di un tour europeo quantomeno singolare, come ogni cosa che ha a che fare con lui.  Per dire, la data precedente, a Vienna, si è svolta 12 giorni prima. In mezzo ce n’era un’altra a Ginevra – annullata – e qualche apparizione a sorpresa nei  club. L’occasione è la pubblicazione di “20ten”, disco dato in regalo  in allegato a diversi quotidiani e magazine del vecchio continente.

Lo spazio scelto per il concerto è, anche quello, abbastanza singolare. Il Nikaia è un complesso alle porte di Nizza, vicino all’aeroporto, che comprende uno stadio e un palazzetto. Il palco è montato all’interno del palazzetto, ma rivolto verso l’esterno, grazie ad una enorme porta scorrevole che lo proietta nel cortile antistante, dove è radunato il pubblico e dove sono state montate delle piccole tribune. Il tutto con non più di 5.000 persone (causa del costo dei biglietti? Si parte da un minimo di 65 euro per arrivare fino a 125).

E appena entrati iniziano le sorprese: gli altoparlanti diffondono musica di Prince. In anni di onorata carriera ai concerti non mi era mai successo di vedere un artista che mette la sua musica prima dell’esibizione. E la seconda sorpresa è che la musica – il nuovo disco, “20ten” – va in loop per tre volte e passa, perché il concerto inizierà con quasi un’ora e mezzo di ritardo. All’ennesimo “shabadabada” di “Future soul song” avresti voglia di salire sul palco e dire ai roadie – che procedono lentamente, con calma, portando un oggetto alla volta – di darsi una mossa, per piacere, solo perché non ne puoi più di quella musica in diffusione. Non un cenno da parte dell’organizzazione – pessima, davvero – per dire cosa stava succedendo, e pochi mugugni da parte del pubblico che aspetta inerte, rumoreggiando solo raramente. Solo ad un certo punto un tipo dell’organizzazione prende il microfono per annunciare che Prince farà un aftershow a Cannes. Poi la musica riparte per un’altra mezz’ora.

Finalmente, quando il cielo è già buio, si abbassano anche le luci. Parte un intro di piano, e dopo due note riconosci il giro: “Purple rain”, messa così, in apertura. L’intro è lunga, Prince arriva dopo un paio di minuti abbondanti, accolto da un boato: di bianco vestito, con la copertina dell’ultimo disco stampata sulla maglietta. Magrissimo, sembra un ragazzino, anche in viso, che è liscio come il culetto di un bambino (merito del cerone o del botox?). Si piazza di fronte al microfono, con la Telecaster leopardata a tracolla e inizia a cantare.

http://www.youtube.com/watch?v=oHlefQ91rCc

E’ a quel punto che gli perdoni qualsiasi cosa: l’attesa, i chilometri, il non avere mangiato nulla perché non c’era un posto che non vendesse solo hot dog freddi; gli perdoni persino la sua idiosincrasia verso internet, che si manifesta in zelanti personaggi della sicurezza che girano a strappare il telefonino di mano a chiunque cerchi di fare una foto o un video.

Dopo avere sentito “Purple rain”, uno potrebbe anche andare a casa. Invece il bello è appena cominciato. Lo schema sarà quasi sempre quello: canzoni tra soul, funky e rock. Ogni tanto la struttura delle canzoni sembra una scusa  per i suoi virtuosismi alla chitarra, che non sono mai fine a se stessi, però. La scaletta sarà bellissima, con una partenza al fulmicotone con “Let’s go crazy” e “1999” e – per fortuna – poco spazio alle ultime cose. La band di 8 elementi sta a debita distanza e lui da solo riempie un palco enorme, con le sue smorfie, con le sue gesta, con il suo modo di ballare che ti fa capire perché le donne lo trovino così sexy. L’unica che ha il permesso di avvicinarsi – chiamalo scemo – è una ballerina, che gli danza attorno, ogni tanto. L’ennesima gnocca che gli gira attorno in 30 e passa annu di carriera, per dirla in termini scientifici.

Anche la produzione è minima: qualche drappo viola, uno schermo alle spalle, che rimanda immagini del concerto, sovrapposte ad animazioni grafiche retrò (ed un po’ kitsch), ma tant’è. La band, per quanto invisibile, gira a mille, con un mix di rock e funky che sembra un viaggio nel tempo in qualche club degli anni ’70. Quando i musicisti diventano troppo visibili, però, il concerto scende di tono, come quando Prince cede il palco ad una sua corista e poi duetta con lei su “Nothing compares 2 U”, mangiandosela in un boccone ad ogni strofa.

Qualche pausa di troppo nell’ultima parte dello show – un paio di lunghi intermezzi con il suono di un temporale, con Prince che esce di scena– fanno perdere un po’ di tensione. Ma anche qua gli si perdona tutto: quando rientra, di nero vestito, piazza come se nulla fosse una versione lenta di “Little red corvette” e un medley funk con cover d’epoca (come “Everyday people” di Sly & The Family Stone).

Dopo due ore e poco più è tutto finito, o quasi. Chissa cosa è successo a Cannes, chissà se Prince ha fatto come a Parigi, dove qualche sera prima si è presentato al New Morning e ha suonato fino alle sei di mattina. Il fatto è che quest’uomo, con una chitarra, può veramente fare quello che vuole. Se solo ne ha voglia, è ovvio.

Setlist:

1 Purple Rain

2 Let’s go crazy/delirious/Let’s go crazy

3 1999

4 Shhh

5 Cream

6 Musicology

7 A Love Bizarre

8 Controversy

9 Angel

10 Nothing compares 2 U

11 Take me With U

12 Guitar

Encore1

13 Little red Corvette

14 Kiss

Encore 2

15 Moutains / Shake your Body

16 Everyday People

17 I wanna take you Higher

encore 3

18 4ever in my Life

19 When will we b paid ?

20 Dreamer

21 Disco heat

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