Monthly Archives: agosto 2010

Chuck vs. The Suburbs vs. Talking Heads

Non, non sto parlando del nuovo disco degli Arcade Fire (complice il video interattivo in HTML5 che hanno postato ieri, oggi si parla solo di loro).

Sto parlando di Chuck, la serie: una continua scoperta di citazioni musicali e usi intelligenti di canzoni famose e meno. Come nella puntata 13 della stagione 2, “Chuck vs. the suburbs”, appunto: il protagonista va a fare la spia in un quartiere modello della periferia americana. La colonna sonora è – non poteva non esserlo – “Once in a lifetime” dei Talking Heads:

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Le vie del gossip sono infinite

Giuro, nella mia vita di ascoltatore/lettore/giornalista mai mi sarei aspettato di leggere su un giornale di gossip i nomi di ….A Toys Orchestra, Luci Della Centrale Elettrica, Giorgio Canali…

E che giornale: “Diva & Donna”, diretto dall’immarcescibile Silvana Giacobini.  Il numero della settimana scorsa dedica due-pagine-due a Rodrigo D’Erasmo. O, meglio, alla presunta liason tra Claudia Pandolfi – da sempre amata da questo tipo di stampa – e il violinista di Afterhours e altre band.

Back CameraL’articolo è un capolavoro del genere (si, lo confesso: leggo  questo genere di riviste, e me ne vanto pure…). A partire dal titolo, che vedete nella brutta foto qui a fianco. E proseguendo nello svolgimento, tutto un “si dice”, “sono stati visti”, “alcuni sostengono”. Nessuna certezza,  tutte speculazioni a partire dal fatto che i due  sono stati visti assieme ad un paio di concerti delle band citate sopraa. Tutto qua. Ma poi anche se fosse, chissenefrega.

Però insomma, detto con divertimento e senza nessuna spocchia: fa effetto vedere un giornale così popolare che si occupa di una musica così di nicchia. Anche perché il gossip, per un personaggio televisivo/cinematografico, è un’arma di visibilità indispensabile alla sopravvivenza. Ma i musicisti lo rifuggono come la peste. A parte, è chiaro, i vari iperpopolari sanremesi. Ma quelli giocano in un altro campionato…

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Contra-Boss

Poi un giorno cercheremo di capire perché buona parte delle “nuove” band uscite negli ultimi 10 anni si ispirava alla musica degli anni ’60 o a quella fatta dalla fine degli anni’70 in poi (punk newyorkese, new wave etc). Come se tutto quello in mezzo non fosse mai esisitito.

Poi un giorno parleremo del perché l’indie-rock sta ricoprendo solo ora Springsteen e il rock classico americano, dopo averlo snobbato per anni: gruppi come i Gaslight Anthem, gli Arcade Fire, gli Hold Steady, cresciuti a pane e boss.

Poi un giorno parleremo di quel simpatico fenomeno, che si manifesta tra molti ascoltatori indie, per cui Springsteen è uno sfigato, e se lo ascolti o, peggio, lo suoni sei uno sfigato anche tu.

Poi un giorno parleremo approfonditamente di tutto questo. Però ecco un’altra indie band, ben più insospettabile, che fa un omaggio a Springsteen: i Vampire Weekend che suonano “I’m goin down”. Spero che la incidano, perché è quasi meglio dell’originale.

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Indie-karaoke con gli Arcade Fire

Degli Arcade Fire si sta parlando molto, giustamente. Ma c’è una cosa di cui quasi nessuno ha parlato: se comprate “The suburbs” sul loro sito, ricevete anche una strana versione digitale fatta di  canzoni in file mp4, con “Syncronized artwork”.
Funziona così: se li riproducete su iTunes o su un iPod, iPhone etc, al posto della copertina statica, vedete una sequenza di immagini, che vi mostrano i testi e vanno a ritmo. Toccando sul titolo della canzone si apre il browser con link a siti i cui temi sono collegati alla canzone.

Il risultato è una via di mezzo tra un karaoke portatile e uno slideshow di powerpoint: un’idea semplice e originale, ma anche  un po’ kitsch. Figlia di quelle vocazioni “artistiche” tipiche di molte band che arrivano dall’indie.
Dopo il salto c’è un pezzettino di “Rococo”, per farvi capire come funziona il tutto, anche se più che youtube dovete immaginarvelo su un iPod, dove fa la sua bella figura.

Ah, già; poi c’è la questione che ha reso gli Arcade Fire uno dei gruppi più chiacchierati delle ultime settimane: sono andati al numero 1 delle classifiche americane e di mezzo mondo . “Arcade Fire hitting #1 is exactly like when Nirvana hit #1. Except underground music fans were happy for Nirvana”, ha notato su Twitter Chris Weingarten.

Vero,  molti indie snob non possono sopportare l’idea che una “loro” band sia in cima alle classifiche, vicina agli Avenged Sevenfold e a Lady Gaga.
Però il paragone con i Nirvana è un po’ azzardato. E’ successo in modo molto  più semplice: “The suburbs” è uscito in una settimana di calma assoluta, quella del 2 agosto. Ha venduto, in America, circa 156.000 copie nei primi sette giorni. Ottimo risultato. Ma di quelle copie 97.000 erano in digitale, molte delle quali grazie ad Amazon, che offriva il disco a 4 dollari.
Deprezzamento – e svalutazione – della musica? Sicuramente. Marketing intelligente della Merge, la loro etichetta? Certo.

Il trucco è vecchio come il mondo della discografia: fare tutto per mandare la band ai piani alti delle classifiche la prima settimana, per far sì che dopo se ne parli il più possibile.
Gli Arcade Fire -saranno pure indie, ma non sono mica scemi.

Ps: a scanso di equivoci, il disco è bello, e sono contento che siano andati in cima alle classifiche. Che non mi si dica che sono un indie snob, non potrei più guardarmi allo specchio…

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Storie da sedili posteriori – Gaslight Anthem live

Fino a poco più di un anno fa, manco si sapeva chi fossero i Gaslight Anthem. Avevano pubblicato il secondo disco, qualcuno ne aveva parlato, e finita lì. 18 mesi dopo ti ritrovi a fare centinaia di km nel bel mezzo delle tue ferie solo per vederli suonare, perché sono diventati una delle tue band preferite. E perché sono una delle band, anzi LA band, da vedere e ascoltare per chi ama il rock americano.

Non è la prima volta che i Gaslight arrivano in Italia: l’anno scorso sono passati al Rock In Idro, a inizio 2009 suonarono allo Zoe, amena discoteca della periferia milanese. Anche questa volta la scelta può sembrare strana: Brescia, poco dopo ferragosto. In realtà, mi spiegano quelli della casa discografica, la festa di Radio Onda D’Urto è probabilmente l’unico posto dove si può far suonare, in questo periodo dell’anno, una band americana che è di passaggio in Europa per i Festival inglesi.

L’atmosfera è quella da festa dell’Unità di 20 anni fa: stand, gente che gira beve mangia e se ne frega della musica. E un buon numero di persone in attesa del concerto, su una spianata all’aperto.  I Gaslight salgono sul palco, attaccano forte con “American slang”, la title-track dell’ultimo disco. E lì capisci che  i chilometri fatti sono serviti a qualcosa. Brian Fallon e soci hanno una carica, un’urgenza nel suonare e nel cantare le loro storie chein questo momento ha pochi eguali tra le band “giovani”.

La scaletta è costruita per alternare i brani dell’ultimo disco – più riflessivi, meno incazzati – alle cose della prima fase che sono un po’ più punkettone, di quel punk immerso nel rock americano epico e classico. Fallon lascia la chitarra ad un roadie in diversi momenti per concentrarsi sul cantato: la sua è una voce poco pulita, poco “bella” nel senso estetico puro, ma vera, che ha qualcosa da dire e ha la carica per farlo. “Mi ci sto abituando”, mi dirà dopo il concerto, gentile e quasi timido. Piccolino, esibisce le sue origini proletarie: ha la faccia e il taglio di capelli di un “blue collar”, se non fosse solo per quei tatuaggi che spuntano da sotto le maniche di una camicia a quadri arrotolata sugli avambracci. “Il nostro roadie è più bravo di tutti noi messi assieme, a suonare la chitarra. Un giorno l’ho sentito fare dei numeri durante le prove… Lui quasi si è scusato, ma poi siamo riusciti a convincerlo a riprendere e da lì a farlo suonare durante lo show”.

Quando la band attacca “The ’59 sound” quasi ti aspetti che da un momento all’altro Bruce Springsteen salti fuori sul palco, come aveva fatto l’anno scorso in Inghilterra. Lui scherza sul conterraneo del New Jersey: quando qualcuno urla il nome dello stato, risponde: “Il nostro stato è carino, c’è l’oceano, ogni tanto il Boss viene a cena per il Ringraziamento… Ma siamo in Italia, per Dio!”. Però poi intanto lascia fuori dalla scaletta “Meet me by the river’s edge”, la canzone più springsteeniana di tutte, quella che nel ritornello fa “No surrender, my Bobby Jean”. Verso la fine, invece infila l’ormai solita cover dei Pearl Jam, “State of love and trust”, per un finale in crescendo che termina con un’altra canzone, “The backseat”, che racconta storie che si consumano sui sedili posteriori di una macchina, con un immaginario che parla da sé.

Chi non li ha visti a Brescia è giustificato, chi non li vedrà a Milano – torneranno ai primi di novembre, per una data che verrà annunciata nei prossimi giorni – non avrà scusanti. Il rock americano passa di qua.

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