Monthly Archives: settembre 2010

Il resto è rumore (2)

Alex Ross, l’autore di “The rest is noise” di cui parlavo qualche giorno fa, ha messo in rete un bel video per promuovere il suo nuovo libro, “Listen to this”

Una bella mini-lezione che spiega il viaggio di “pattern” sonori tra la musica classica e quella contemporanea. Alla faccia di chi parla ancora di cultura alta e cultura bassa, e di chi distingue la musica “colta” da una presunta musica “leggera”.

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Pete Yorn, una promessa mantenuta a metà

(da Rockol)

Anni fa, un amico americano mi disse: segnati questo nome, e scrivine prima degli altri. E’ bravo, e farà strada. Era il 2002 e l’artista in questione era Pete Yorn, di cui andai a recuperarmi subito “Musicforthemorningafter”, il disco d’esordio. Erano i tempi in cui la major lavoravano ancora artisti di questo genere, ed ebbi occasione di intervistarlo e di vederlo dal vivo.

L’amico americano – perdonatemi se mi bullo un po’, ma chi mi conosce ha già capito chi è – era ed è un pezzo grosso del musicbiz di quelle parti. Però la sua profezia si è avverata solo a metà: Pete Yorn è davvero bravo – e questo quinto eponimo disco lo dimostra. Ma non è mai diventato una star, come si poteva supporre al tempo, pensando all’attenzione e dagli appoggi che ebbe – per dire, suo fratello era un importante agente di star hollywoodiane.

Però ha saputo tenere la strada, e l’anno scorso ha pubblicato due dischi, un più bello dell’altro: l’acustico “Back and fourth” e il disco di duetti con Scarlett Johansson , “Break up”, che è riuscito persino nell’impresa di far accettare come cantante l’attrice – che quando aveva fatto il suo disco di cover di Tom Waits aveva prodotto una vera ciofeca.

“Pete Yorn”, in realtà, è stato inciso nel 2008, in soli 5 giorni e dietro c’è quel geniaccio di Frank Black dei Pixies. Che lo ha prodotto, e si sente: chitarre secche, suono essenziale e perfetto. E poi le canzoni: dritte e precise, come l’iniziale “Precious stone”, che rispolverano l’anima elettrica di uno che negli ultimi anni ha fatto – bene, intendiamoci – un po’ troppo il cantautore.

“Pete yorn” è un gran bel disco. Uno di quelli che superano la “prova redazione”: lo metto su a volume alto, e aspetto le reazioni dei miei colleghi, che spesso devono sopportare i miei ascolti. Invece, in questo caso è stato tutto un “bello questo”, “chi è”. E così via. Ascoltatelo, e (ri)scoprite questa mezza promessa mancata.

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La musica anticoncezionale di Ben Folds (e Nick Hornby)

(da Rockol)

“La verità è che a voi europei del sud piace la musica sexy e la mia è perfetta per il controllo delle nascite. Quanti bambini non sono stati concepiti perché coppie si sono messe ad ascoltare le mie canzoni…”. La zampata ironica arriva alla fine dell’intervista, quando gli si chiede perché in America e in Inghilterra è un personaggio di culto, e da noi se lo filano in pochi. Gli artisti che fanno dell’ironia e del sarcasmo la loro identità spesso sono assai seri, di persona. E così è con Ben Folds. Il piano-rocker con la faccia da nerd sta per pubblicare “Lonely avenue”, nuovo disco a quattro mani con Nick Hornby:  lo scrittore di “Altà fedeltà” e “Tutta un’altra musica” ha scritto le liriche, Folds le ha messe in musica.

Rockol lo raggiunge al telefono a Venezia (è in Italia per qualche giorno per un matrimonio, ci spiega). Ed è serio e preciso, nel raccontare la genesi del disco. “Hornby aveva scritto un bel pezzo su di me, in un suo libro”, dice riferendosi a “31 canzoni”, dove si parlava di “Smoke”. “Peccato che le parole di quella canzone non le avessi scritte io, così gli ho mandato una mail. Poi abbiamo lavorato assieme ad una canzone del disco di William Shatner”, ovvero dell’attore famoso come il Capitano Kirk di Star Trek.  “Lonely avenue”, ci spiega, è stato un esempio di telelavoro: “Abbiamo fatto tutto via email. La mattina mi mandava un testo, io durante il giorno lo mettevo in musica e la sera gli mandavo la canzone finita. Quando per lui era mattina, si trovava tutto”.<br>

Il risultato è un piccolo gioiello, un disco da altri tempi, inciso in analogico e da ascoltare con i testi in mano, leggendo le storie, che vanno dal registro comico – il ragazzotto di provincia che scopre di stare con la figlia di Sarah Palin, in “Levi Johnston’s blues” – a quello malinconico in “Picture window”, storia di un capodanno visto da una camera d’ospedale. Folds è riuscito a dare vita ai testi mantenendo il suo stile: un rock a base di piano, che ricorda il primo Elton John (non a caso, gli arrangiamenti sono di Paul Buckmaster, suo collaboratore storico): “Mi sono dato una politica di non revisione”, ci spiega. “Non ho toccato le sue parole, perché il ritmo di un racconto è importante per un scrittore, e chi sono io per cambiarlo? Sono affascinato dal modo in cui parole e musica lavorano assieme. Il mio compito questa volta è stato di trovare una musica che rendesse giustizia alle parole, che le facesse essere quello che sono. E’ facile rovinare delle belle parole con della brutta musica. Sapevo che se avessi fatto emergere le parole, avremmo avuto delle buone canzoni. Per me si trattava di guardare la pagine, e vedere se la melodia veniva fuori”.<br>

Anche per questo motivo il disco è stato inciso completamente in analogico: “Mi sono stufato un po’ del digitale: lo uso da anni, ma ti offre troppe opzioni, troppe scelte. Il processo di registrazione di questo album doveva essere più immediato e veloce, quindi abbiamo scelto di inciderlo su nastro. Così alla fine della giornata ti trovi con tre versioni, di una canzone e scegli quella che ti piace di più. Con il digitale hai molte più scuse per suonare meno bene, perché ti permette di aggiustare le cose, ed è un processo molto noioso e lungo”.

“Lonely avenue” deve il titolo alla canzone dedicata a Doc Pomus, bluesman e paroliere di Elvis (“titolo perfetto per una foto in copertina), e uscirà la prossima settimana, anche in una versione deluxe dove le bonus tracks non saranno canzoni ma quattro racconti inediti di Hornby. Non c’è in programma un tour congiunto, ci spiega. Ma un tour da solo si – forse anche in Italia a marzo.  E magari solo qualche altro video: Folds è diventato uno dei più apprezzati creativi musicali di YouTube – la sua parodia del pianista incappucciato di Chatroulette è uno “cult”, come si dice in gergo. E per promuovere l’album ha realizzato un video di “The things that you think”, in cui compare effettivamente Hornby, che dice appunto cosa pensa, e ci sono i Pamplemoose, altro apprezzatissimo nome della videomusica in rete:

“Mi piace quello che fanno, e il loro posto è sul web, non sui dischi. Così abbiamo fatto un video assieme, che facesse vedere anche Nick, e l’abbiamo messo solo in rete, non sul disco. Così la gente vedrà il tipo che ha scritto i testi del disco. C’è stato un tempo in cui si spendeva anche mezzo milione di  dollari per un video, solo per passare su MTV. Pensavo fosse una follia allora, figurati adesso. Ogni cosa che facciamo per YouTube è basso costo, quasi per divertimento. Ci sarà un video più o meno regolare per ‘From above’, fatto in animazione; e per un’altra canzone , “Saskia Hamilton”, ho incaricato un ragazzino inglese di 19 anni. Chissà cosa tirerà fuori: lui e i suoi amici correranno per il loro campus con la videocamera e si divertiranno”.

Il finale della chiacchierata è appunto dedicato all’Italia: “Ho suonato da queste parti, quando facevo l’università, nel 1987 a Venezia. Ma mai da professionista. Comunque, facendo un po’ di interviste con gli europei per questo disco, mi è venuta voglia di suonare da voi, perché ascoltate le canzoni senza preconcetti. Voglio dire, gli Stati Uniti e l’Inghilterra sono la mia patria musicale, ma ogni volta mi chiedono cosa stavo pensando mentre ho scritto questo e quello… Spero di venire il prossimo anno, o comunque prima di essere su  una sedia a rotelle”.

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Freeeee biiiiird!

C’è una moda, in America, ai concerti: urlare “Free bird!”. E’ uno scherzo, quello di chiedere la canzone dei Lynyrd Skynyrd a chiunque. Va avanti da anni e non sono mai riuscito a capire come e quando è iniziato.

Ogni tanto, ai concerti, mi viene la tentazione di urlare “Freee biiird!”. Ma sono timido, e non lo faccio mai. Poi ho letto di questa cosa successa ad un concerto di  Justin Townes Earle: gli hanno chiesto la canzone, lui si è incazzato – e parecchio; la cosa è degenerata, e alla fine l’hanno arrestato.

JT Earle è il figlio di Steve Earle – grande cantautore country rock dalla vita turbolenta. E’ turbolento come il padre, e come il padre fa grande musica.

Il suo ultimo disco, “Harlem river blues” è un gran disco; in particolare questa “Rogers park”, che qui suona in acustico. Ascoltatelo. Ma non gridate “Freee biiird”. Ve ne potreste pentire.

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Viva Le Noise – il nuovo capolavoro di Neil Young

E’ in rete, in streaming sul sito della NPR, il nuovo disco di Neil Young. Non metto il link perché è un disco che va ascoltato su CD. Qua sotto, nella recensione scritta per Rockol, spiego perché:

Neil Young è un genio. E lo è Daniel Lanois. E capita che grandi due teste pensanti facciano musica assieme, ma non è per niente scontato che il risultato sia maggiore della somma delle parti, come dovrebbe essere in teoria.

Invece, per “Le noise” il miracolo della musica si avvera: Neil Young prodotto da Daniel Lanois.Il suono e le canzoni di Young ci sono e sono riconoscbili. La produzione stratificata di Lanois, pure. Ma c’è molto di più. C’è un grande artista che a 65 anni suonati si rimette in gioco su più fronti.

Young ha un passato da luddista antitecnologico: ricordate i dischi degli anni ’70 – su tutti “On the beach” – mai pubblicati in CD, come protesta al freddo digitale? “Le noise” è un disco antitecnologico, ma in un altro modo: è la miglior sfida all’iPod che possiate trovare in giro. Fin dal titolo, che ammicca al cognome del produttore, ma che in realtà allude agli strati e strati di suono, agli effetti e colori con cui sono trattati le voci e le chitarre elettriche che sono spesso gli unici elementi delle canzoni. Tutto per gentile concessione dell’altro canadese, Lanois. E tutto difficile da ascoltare con le cuffiette bianche, rippato e compresso in mp3. Certo che lo potete fare, ma vi perdete tutto il divertimento, a partire dal riverbero sull’iniziale “Walk with me”, al suono delle corde metaliche di un’acustica su “Love and war”, o i paesaggi sonori di “Angry world”, con la voce di Young messa in eco in sottofondo. Ascoltato a bassa definizione, questo disco perde la sua profondità.

Poi, siccome Young è Young – per dire, uno che da qualche tempo si è messo a scrivere sulla sua bacheca su Facebook – il disco esce in una versione iper-tecnologica in Blu-ray, e ci sarà anche un’App per iPhone e iPad con una versione interattiva e “aumentata” del disco. Giusto che non si dica che lui, che fino a qualche tempo fa prendeva in giro la mela con le cuffie, non vede il mondo che cambia. Solo che lo usa a modo suo, senza farsi usare.

Ma sono dettagli, perché il vero centro di tutto è la musica. Ricordate quandoPaul-Simon lavorò con Brian-Eno? Ne venne fuori un disco due identità sonore sovrapposte, che non si toccavano mai, rimanendo distanti. Invece, in “Le noise”, Lanois è riuscito a prendere il suono di Neil Young, il suo modo di scrivere canzoni e interpretandolo, dandogli nuovi vestiti senza snaturarlo. Young, da par suo, ha fatto un disco per voce e chitarre elettriche, con canzoni forti, dalle parole caustiche (come in “Angry world”: “Certa gente vede il mondo come un business plan”), o riflessive sul proprio passato (“Hitchiker”). Insomma, l’avrete capito: un piccolo grande gioello, una lezione. Fatevi un favore: non scaricate questo disco, compratelo in CD e ascoltatelo su un buono stereo, o con un buon paio di cuffie.

(Gianni Sibilla)

TRACKLIST

“Walk with me”

“Sign of love”

“Rescue Me”

“Love and war”

“Angry world”

“Hitchhiker”

“Peaceful Valley Blvd.”

“Rumblin'”

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