Generation Gap – Arcade Fire live a Bologna

Gli Arcade Fire sono un gruppo (quasi) universale. Piacciono (quasi) a tutti. E (quasi) tutti erano radunati ieri sera all’Arena Parco Nord di Bologna: 8000 persone abbondanti per una band che in Italia non ha avuto praticamente nessuna esposizione mediatica. Indie snob, rocker attempati, “addetti ai lavori”, semplici ascoltatori che non fanno parte di nessuna casta. C’erano tutti, ieri sera.

Frutto del passaparola, della rete, del fatto che in America sono dei numeri 1 e che hanno azzeccato mosse furbe (come l’ultimo video interattivo per “We used to wait”: in rete da giorni non si parla d’altro).

Entusiasmo eccessivo? Il concerto ha dimostrato che è giustificato. Giustificato per i più giovani, che forse finalmente hanno trovato il loro gruppo generazionale. Giustificato per tutti gli altri, perché gli Arcade Fire spaccano. Punto e basta.

Sono più o meno le 9 e mezza, quando gli 8 salgono sul palco; l’inizio è quasi fuorviante, un uno-due con “Ready to start” e “Month of may”: due canzoni dritte, che potrebbero far scambiare gli AF per una ottima band rock qualunque. Ma è con la terza canzone, “Neighborhood #1 (Tunnels)”, che iniziano davvero le danze: il suono diventa un oceano che va ad ondate e ti investe quando meno te lo aspetti, con cambiamenti a tutto spiano. Cambi di ritmo nella stessa canzone; cambi di formazione, perché gli 8 giocano alle “musical chairs”, scambiandosi strumenti e postazione. E cambi di riferimenti, passando dalle evidenti influenze indie (Joy Division & Co) ad un suono epico e pieno, frutto del rock classico ’70-’80, quello che molti colleghi hanno ignorato come se non fosse mai esistito. La voce di Win Butler – un frontman “everyman”, avvistato in mezzo al pubblico perima del concerto a vedere i Modest Mouse – non è potente, e lui furbamente la rafforza con i cori del resto della band, con un effetto che funziona, eccome se funziona.

Ecco, in diversi momenti vedi ragazzini indie-snob cantare quei cori come se fossero ad un concerto di quegli altri gruppi generazionali di noi “vecchi”, quelli con cui noi 30-40enni siamo cresciuti e che loro disprezzano: gli U2, Springsteen… Allora lì capisci che gli Arcade Fire hanno colmato un gap generazionale. Poi, certo, qualche difetto ce l’hanno: nella loro musica c’è tanta, troppa roba. I generi musicali che citano, più che fondersi e ibridarsi, ogni tanto sembrano in frizione. E la teatralità del loro modo di tenere il palco e dei loro gesti, come quando Régine intona “Sprawl II” saltellando come una bambina, è eccessiva, e quasi stucchevole. Ma sono dettagli, alla fine.

Il tutto finisce dopo neanche un’ora e mezza, inevitabilmente con “Wake up”, la canzone che gli U2 non riescono a scrivere da 15 anni. Rimane un po’ di amaro in bocca perché una band così la vedresti per ore. Un trionfo, com’era lecito aspettarsi, e come è stato.

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