Monthly Archives: novembre 2010

A cure for pain – la storia di Mark Sandman e dei Morphine

Un basso a due corde, un sax e una batteria: negli anni ’90 una band americana riuscì ad ottenere un suono unico da questa strana line-up. Si chiamavano Morphine, e questa è la loro canzone più bella e famosa, si fa per dire.

La storia della band finì malamente, all’improvviso. Il cantante Mark Sandman morì d’infarto sul palco a Palestrina, poco fuori da Roma, nel 1999.

C’è un documentario in lavorazione su quella band “di culto”, come si dovrebbe dire. Ne scrive sul suo blog il giornalista Michael Azzerad – quello di American Indie – che cerca anche di dissolvere i dubbi sulla morte di Sandman, raccogliendo le voci delle persone a lui vicine. Comunque sia, una band da riscoprire.

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Can you judge a song by its title?

Cose che succedono alla vecchia maniera, notizie che ti arrivano via posta cartacea in un mondo digitalizzato…

Ieri arrivo a casa e trovo in casella la newsletter deil fanclub R.E.M.. Mi ci sono iscritto più di 20 anni fa (a Natale ti arriva un singolo inedito…). Una volta aveva un senso, ti faceva arrivare notizie ed esclusive sulla band. Notizie ed esclusive che ora circolano abbondantemente in rete. Negl ultimi anni la newsletter non è che la considerassi molto.

foto1Beh, nella newsletter di ieri c’era la tracklist di “Collapse into now”, che non era stata pubblicata da nessuna altra parte. Una reazione alla “fuga di notizie” riguarda al titolo? Pare che Bertis Downs, il manager, se lo fosse lasciato sfuggire con una giornalista della BBC, che lo aveva prontamente twittato.

E comunque, parlando dei titoli, alcuni sono tipicamente R.E.M.: “Walk it back”, “Everyday is yours to win” che sembra il sequel di “Living well’s the best revenge”; “Discoverer”, “All the best”, “Blue” sono titoli normali che non lasciano trapelare granché. “Mine smell like honey” è davvero inquietante. Ma i migliori sono “Alligator aviator autopilot automator” (una canzone rock, a naso?) e “Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I”. Chissà che gli passava per la testa a Stipe, per scrivere dei titoli del genere…

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No tweeting, please

Questa foto è fantastica. L’ha pubblicata Complex e ritrae i cartelli sullo studio di registrazione in cui ha lavorato Kanye West per il nuovo disco, “My beautiful dark twisted fantasy”. La perfetta dimostrazione del rapporto complicato che certi artisti hanno con i media.

Kanye West è uno che ha ignorato Twitter e Facebook per un sacco di tempo, poi ha organizzato un media-blitz per annunciarvi il suo arrivo, poi ha messo anteprime del disco on-line twittando, poi si è lamentato che i media lo trattavano male e ha deciso che non voleva più apparire in televisione, poi….  Ma questa foto vale più di qualsiasi spiegazione, appunto.

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Mettersi un paio di Air Jordan sulle orecchie

“I said, ‘Dre, fuck sneakers. Let’s sell speakers,’ “”, disse Jimmi Iovine.

Le cuffiette bianche fanno schifo. Non la musica, non gli iPod che la riproducono digitalizzata e compressa. Poprio le cuffiette, quelle che la Apple ha usato come simbolo per molto tempo. Se ne avete un paio vecchie in casa, diciamo di 4-5 anni fa – tiratele fuori, mettete su qualcosa e vi chiederete “ma come ho fatto ad ascoltare musica con queste robe qua?”. Quelle attuali sono un po’ meglio, ma insomma.

Jimmy Iovine è una vecchia volpe del music biz, fin dagli anni ’70 – quando esordì come ingegniere del suono con gente come Springsteen e Tom Petty. E’ stato ed è un importante produttore, ora è a capo della Interscope. E assieme a Dr.Dre ha costruito un altro impero basato su questa intuizione, quella che le cuffie bianche fanno schifo. L’impero delle “Beats by Dre”, cuffie di alto profilo. C’è un bel pezzo su Billboard che ne racconta la storia e l’evoluzione.

“I felt it was the weakest link. With a bad file and a bad-sounding computer, you have at least a shot at pumping the emotion back with a good pair of headphones”.

Questa  citazione di Iovine racconta bene come il tutto sia partito da un’esigenza giusta -preservare la qualità di almeno una parte del modo in cui la musica ci arriva – e poi si sia evoluta come un’operazione di marketing come tante altre. Il che non è un male, ovviamente, ma l’altra citazione, quella messa in apertura del post, spiega bene quale fosse il modello di riferimento dell’operazione: le Air Jordan, le scarpe su cui la Nike costruì un impero, sfruttando l’immagine del più forte giocatore di basket di sempre.

“Do Beats by Dre really sound as good as they look?”, si chiede Billboard? Si, abbastanza. E comunque il trucco è sempre il solito: pompare i bassi. Perché i bassi nella musica vendono, e sono come la maionese per i cuochi e l’edera per gli architetti: coprono qualsiasi cosa.



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A hard disk’s night – i Beatles il giorno dopo

Ieri doveva essere un giorno da ricordare, almeno secondo la Apple. Il giorno in cui i Beatles sono arrivati su iTunes.

In realtà, si tratta di una sconfitta di Steve Jobs mascherata da evento, gestita con la solita abilità mediatica della Apple: il teaser il giorno prima, all’improvviso, poi le indiscrezioni, l’annuncio.

Ora, che i Beatles siano su iTunes è bello, ma che non ci siano stati per tutti questi anni… La loro presenza ora semplicemente fa emergere il sommerso, legalizza (finalmente) quello che molti avevano già fatto, ovvero digitalizzare i propri CD dei Beatles, o scaricarli (illegalmente). E, peraltro, dopo i Beatles ci sono ancora alcuni artisti che resistono alle lusinghe di iTunes…

Il carisma persuasivo di Jobs non è riuscito a convincere quel che resta dei Beatles e, per una volta, si è trovato in posizione di debolezza nella contrattazione, dopo anni in cui ha continuato a sostenere di avere rivoluzionato la musica. Ma le promesse di rivoluzione non hanno funzionato, di fronte al catalogo di quattro artisti che la rivoluzione in musica l’hanno fatta sul serio.

E comunque, il carisma di Jobs ha avuto poca presa anche sulla rete: ieri i commenti che si leggevano in giro sull’operazione erano molto scettici, sia da parte degli addetti ai lavori, sia a da parte dei semplici utenti.

Una delle cose più divertenti (e dissacranti) viste ieri è questo trend su Twitter, #NewBeatlesSongTitles, in cui ci si divertiva a riscrivere i titoli delle canzoni dei Fab Four in chiave informatica: “For the benefit of Mr. Jobs”, “When I’m 64 bit”, “And your bird can ping”, “A hard disk’s night”….

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