Una cosa divertente che non farò mai più

In rete ho letto di molti amici che raccontavano qual era la prima canzone che avevano ascoltato quest’anno. Io ho iniziato l’anno ascoltando l’hully gully. Nel continente nero. Paraponziponzipò.

Sono andato a rilassarmi in un meraviglioso paesino della Val D’Orcia. In un hotel “Wellness & charme”, con una SPA (che vuol dire “Salus per acqua”, ho scoperto), con tanto di piscina termale.  Vacanza bellissima, e posto scelto anche per evitare tutta la noiosa liturgia del capodanno. Ma avrei dovuto capire subito che c’era qualcosa che non quadrava in quel’hotel. Qualche trascuratezza nei confronti dei clienti. E poi la musica: alta, in quasi ogni luogo. Soprattutto nel ristorante (ottimo, peraltro).

Jazz di pessima qualità a cena, e pessima musica la mattina a colazione; seriamente: chi, ha voglia di ascoltare “Candle in the wind” o “All by myself” appena alzati? Per non parlare della musica nelle aree relax della sauna, anche se lì te lo aspetti. Diffusa con un avanzatissimo sistema Sonos, era quella banalizzazione della già banale ambient music di Brian Eno, tutta piano e rumori di animali. Una volta ho provato a carpire il titolo di un brano e l’ho messo su iTunes, e ho scoperto che “Balancing” è un’espressione usatissima nella musica new age e da meditazione e compare in almeno 50 titoli diversi.

Poi, eccola lì la  conferma del lato trash di quel posto apparentemente raffinato. La sera di capodanno c’è il cenone. Inizia con un aperitivo a bordo piscina. Tutti sono impegnati ad accettare il fatto che passeranno la sera del 31 con una manica di sconosciuti. E per semplificare la situazione, nell’angolo ci sono due tastiere, una cassa e due persone.

Il. Piano. Bar.

In quel momento ho sentito davvero la mancanza di David Foster Wallace (a cui ho immeritatamente rubato il titolo di questo post), che una cosa del genere avrebbe saputo raccontarla, tirando fuori qualche frase come quel “They did some serious twirling” per descrivere un raduno di majorette.

Ecco, quei due “did some serious singing”, o almeno ci provavano: una coppia, anche abbastanza giovane, lei che suona le tastiere e canta – ogni tanto guardando l’orologio, anche durante un acuto, per vedere se sta rispettando i tempi della serata. Lui in piedi a fianco a lei, provando a fare qualche controcanto. L’aperitivo è scivolato via tra un “Paese mio che sei sulla collina” e qualcos’altro che ho rimosso, tutto regolarmente seguito da un applauso. (che poi un applauso al piano bar è come un applauso al cinema o all’atterraggio di un aereo, diciamolo…).

Il piano bar ha anche una sua dignità. Una sua tradizione. Ma non c’è nessuna canzone che resiste ad un piano bar pretenzioso, con assoli stonati, pessime basi che sembrano MIDI da balera degli anni ’80.

Il meglio è venuto dopo mezzanotte, comunque: l’hully gully o “Mi vendo” hanno aperto le danze. E lì si è vista gente che riusciva a prendere persino sul serio il piano bar: c’è l’inevitabile donna belloccia che si sente super-sexy e si muove come se lo fosse davvero. C’è chi balla come non ci fosse un domani. C’è chi prova a far partire il trenino, sull’immarcescibile sequenza meu-amigo-CharlieBrown-AEIOU-Y e quelle cose lì. Io mi sono consolato vedendo un tipo, che era il sosia di un mio stimatissimo collega rockettaro, che ballava l’hully gully. Pensare al mio collega che ballava il piano bar (secondo me l’avrebbe fatto davvero) mi ha consolato del fatto che io non ce l’ho fatta. Solo qualche passo, giuro. Poi è stato più forte di me.

Per il resto, tra un giro in macchina, una bicchiere di vino e un bagno nelle terme mi sono letto la bellissima autobiografia di Keith Richards: forse mi faceva illudere di essere un po’ più rock ‘n’ roll. Dovrebbero renderlo libro di testo, per tutte le storie che racconta, e per come le racconta.  La sera del piano bar, oltre a DFW, sarebbe servito Keef, la sua chitarra e la Malaguena: un paio di accordi ed è fatta.


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