Monthly Archives: febbraio 2011

Suze

Grazie a Suze Rotolo per averci regalato una delle copertina più belle di tutti i tempi…

lonesomelacowboy:

Suze Rotolo passed away on Friday, February 25, 2011.

You may recognize her as the woman walking beside Bob Dylan on the album cover for The Freewheelin’ Bob Dylan —  she was Bob Dylan’s girlfriend at the time, back in the early 1960s.

As J. Hoberman in the Village Voice wrote about her today:

“Suze Rotolo was a talented artist (the maker of artist books and delicate book-like objects), as well as an illustrator, a sometime activist, an erstwhile East Village Other slum goddess, a devoted wife, a proud mother, a poet’s muse, a good comrade, and late in her too-short life, a published author. She was intensely private but as the radiant young woman on the cover of The Freewheelin’ Bob Dylan, she became a legendary figure and even a generational icon.”

She taught at the Parsons School of Design in New York, and she wrote about her relationship with Dylan in a memoir that was published with the title: A Freewheelin’ Time: A Memoir of Greenwich Village in the Sixties. She was a huge influence on Dylan, taking him to underground theatres, poetry readings, bohemian gatherings in the village…basically introducing him to the whole sixties counterculture.

Read more in her Village Voice obit here: http://blogs.villagevoice.com/runninscared/2011/02/suze_rotolo_194.php

R.I.P.

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by | 27 febbraio 2011 · 9:08 pm

La pirateria, una storia antica

La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.
Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.

Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.

Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il  tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.

(da Rockol)

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Ma fare un disco nuovo no, eh?

Damien Rice ha scritto e prodotto 5 canzoni di questa cantante.

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by | 25 febbraio 2011 · 12:18 pm

A nord sud ovest est dei Radiohead

 

(chi ha fatto questo mash-up è un genio – via shoegazer)

 

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by | 21 febbraio 2011 · 12:19 pm

Forma e sostanza (a proposito della sopravvalutazione odierna dei Radiohead)

Oggi tutti parlano dei Radiohead.  E tutti ne parlano bene. Ma siamo sicuri che non ci stiamo perdendo dietro più alla forma che alla sostanza?
Oggi è arrivato in rete “The king of limbs” e sui social network è tutto un lodare il gruppo e la sua ennesima rivoluzione. Così mi esercito anche io in qualche considerazione, dopo un primo ascolto del disco in una pausa di Sanremo, seduto su una panchina a godermi il primo raggio  di sole della settimana e la prima musica non festivaliera.
Bello è bello, questo disco. Ma non è nulla di nuovo. E’ meno dritto di “In rainbows”, con diverse cose simili alle cose simil-elettroniche alla “idioteque”. Ma la mia personale sensazione è che, quando si tratta dei Radiohead, ci si perda, abbagliati dai loro modi.
Musicalmente i Radiohead hanno “scavallato”: sono un gruppo che, come altri della stessa levatura, ha già raggiunto e superato il punto massimo della propria creatività, e oggi si “limita” a ripetere bene quello che ha già fatto, vivendo anche un po’ di rendita. Come i R.E.M., come Springsteen, come tanti altri.

Ogni mossa dei Radiohead, mi sembra, suscita isterismi di quelli che neanche i Take That dei tempo d’oro. “In rainbows” era un disco bello, onesto, nulla più. Ma diffuso con un’idea forte. Un’idea che non è un modello replicabile, tantomeno una rivoluzione, ma una modalità che andava benissimo per i Radiohead e forse per pochissimi altri; un’idea che capitalizzava la credibilità costruita in anni di duro lavoro.

“In rainbows”  è un disco di cui si è parlato più per la forma che per la sostanza. E così avverrà anche per “The king of limbs”, anche se parzialmente segna un’inversione rispetto a quel modello apparentemente rivoluzionario dell’offerta libera, che tanto ha fatto discutere. Il disco è stato annunciato a sorpresa dopo settimane di depistaggi, e messo in download in anticipo sulla data inizialmente comunicata. E questa volta si paga.
Insomma: i Radiohead sono stati dei geni della musica, oggi sono degli ottimi artigiani del genere che loro stessi hanno creato. Oggi, i Radiohead sono soprattutto dei geni della comunicazione. Sono il simbolo di quest’era, in cui passiamo più tempo a scaricare la musica e a cericarla sui nostri ammennicoli che ad ascoltarla, di questo tempo in cui ci occupiamo più della forma e delle scatole che delle sostanze e dei contenuti.

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