La pirateria, una storia antica

La pirateria è uno dei temi più dibattuti in questo panorama digitale, e non solo nel nostro campo. Quante volte ci siamo sentiti dire che Internet (o il file sharing, o il download o qualche altra cosa del genere) sta uccidendo la musica? Frasi che in realtà si dicevano già 30 e passa anni fa sul fenomeno della registrazione domestica, ovvero chi registrava amatorialmente le canzoni trasmesse alla radio con il proprio registratore.
Se pensate che la pirateria sia una preoccupazione (meglio: un’ossessione) recente dell’industria dello spettacolo, fareste bene ad investire un po’ di soldi e un po’ di tempo in questo poderoso saggio di Adrian Johns, storico dell’Università di Chicago. Non si parla di pirati dei Caraibi ne dei contrabbandieri (anche se da questi ultimi, i “bootleggers”, prende il nome un noto fenomeno di commercio di registrazioni “pirata” della musica). Si parla invece della “Storia della proprietà intellettuale” e dei relativi furti. La pirateria, spiega e documenta Johns, nasce assieme alla stampa, secoli fa.

Se volete scegliere solo una parte di queste quasi 700 pagine, vi consigliamo il quindicesimo capitolo, “Il pirata in casa e fuori”, che racconta la storia della pirateria dello spettacolo nel 20° secolo, della sua “economia morale”, ovvero di come, in seguito alla repulsione verso le pratiche commerciali e repressive dell’industria dell’intrattenimento, i “pirati” tendono a giustificare le loro azioni, come se fossero fenomeni di ribellione. Si legge di come, ad un certo punto, l’industria si sia illusa di avere debellato la pirateria commerciale, la duplicazione seriale e criminale dei supporti, e abbia quindi deciso di replicare la stessa strategia verso i consumatori, di fatto alienando una fetta del proprio mercato.

Tutte pratiche che conosciamo bene, che sono assolutamente attuali: quante volte si legge nei forum o in qualche commento lo scalmanato di turno che sostiene che è giusto scaricare la musica perché i musicisti sono ricchi o perché l’industria discografica deve morire? Temi attuali, appunto, ma molto più complessi di quello che sembra e dall’origine antica, che questo libro aiuta a contesualizzare e a rimettere in una prospettiva storica.
Il  tomo di Johns è di natura accademica, è una ricerca seria e documentata, ma scritta comunque in maniera piacevole. A dire la verità, la parte sul 21° secolo è un po’ sacrificata; inoltre la pubblicazione originale è del 2009, e 2 anni vogliono dire moltissimo vista l’accelerazione esponenziale degli eventi. Fatte queste premesse, il libro di Johns è un volume non soltanto rivolto agli studiosi, ma a chiunque voglia approfondire una questione che riguarda tutti, produttori o consumatori.

(da Rockol)

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