Monthly Archives: aprile 2011

Nuto

Nuto Revelli, un grande uomo e un grande scrittore, narratore della resistenza e de “Il mondo dei vinti”. Sono orgoglioso di averlo conosciuto: è stata la prima intervista della mia vita.

Da ricordare sempre, e soprattutto oggi, 25 aprile.

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by | 25 aprile 2011 · 10:31 am

My Morning Jacket appreciation society

Se sei fortunato e se sei appassionato di musica, qualche volta nella tua vita di ascoltatore ti capita di andare ad un concerto, ascoltare un artista che non conoscevi e capire in un istante che lo amerai per sempre.

A me è capitato qualche volta. Per esempio,  con un ancora sconosciuto Damien Rice, ad un concerto al Rainbow di Milano nel novembre 2003, dove andai quasi per caso invitato dalla casa discografica, che aveva pubblicato in sordina “O”. Una cover di “Creep” (si, una cover: non c’è nulla di male, sai Vasco?) che mi fa venire i brividi al ricordo. E poi le sue canzoni, un’intensità che ho visto poche volte.

E, soprattutto, mi è capitato nel settembre 2006, con i My Morning Jacket, che aprivano per i Pearl Jam. Li vidi a Milano, e a colpirmi fu “One Big Holiday”, con quell’arpeggio che dura quasi un minuto, e poi esplode con potenza, con loro che fanno headbanging senza essere una band di heavy metal…. Amore a prima vista: me lo ricordo come se fosse ieri. Poche altre band sanno coniugare la tradizione rock classica con la voglia di sperimentare come i MMJ.

Ne parlo adesso, perché tra poco – a fine maggio – uscirà il nuovo disco, “Circuital” (qua si può ascoltare la title-track, una delle cose migliori del disco). E, nell’attesa, consiglio di andare a riscoprire tutto quello che han fatto, magari partendo da “Okonokos”, il live uscito qualche anno fa, che li rappresenta al meglio.

I MMJ sono una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere (anche se dalle nostre parti sono passati pochissimo: a memoria, solo con i Pearl Jam). E, sì, su disco rendono  di meno che sul palco (anche se “Z”, il loro album del 2005, è un mezzo capolavoro; anzi intero). E sì, Jim James ha una voce particolare. Però avercene di band come queste, che se ne inventano sempre di nuove. Vorrei fondare una “MMJ: appreciation society”. Anzi, ci hanno già pensato loro: assomiglia ad un fan club, si chiama “Roll Call”. E oltre alle solite cose tipiche del fan club (prevendite dei biglietti etc), promette musica inedita sotto l’etichetta “self hypnosis”. Il modo in cui i MMJ spiegano l’iniziativa dice molto dello spirito che anima la band:

The Self-Hypnosis Series will begin an exploration into the core of each individual heart, mind, body, and soul that joins the Roll Call fan club. Based on a desire to help each individual fan reach a state of emotional bliss, a new algorithm was recently developed at Removador HQ. It can sense listeners temperature and emotional climate at the time of listening-thru any listening device, be it speakers or headphones, and cater a listening experience truly unique for each listener. MMJ will carefully handcraft and carve pieces of music that will provide a vehicle for the listener to enter a new gateway of self exploration and understanding based on their current state of mind at the time of each listen. The Self-Hypnosis Series will start with a piece entitled “Octoplasm” which will be available via download immediately upon joining Roll Call. New titles in the Self-Hypnosis series will appear randomly, or on a strict schedule and will be available only to Roll Call members. We hope you are to enjoy!”

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La musica nelle serie TV

In questi giorni ho fatto un mini ciclo di lezioni allo IULM sull’uso della musica nelle serie TV. Ho provato a ragionare sulle differenze tra le colonne sonore e le sigle dela serialità americana classica (dagli anni ’70 ai ’90, per intenderci) a quella dell’ultimo decennio. Ma soprattutto in questi mesi mi sono divertito a collezionare e organizzare citazioni e riferimenti musicali, scene che mi sembrava facessero un uso particolarmente significativo di canzoni “storiche” e  nuove.

Il dato di fondo, alla fine, è questo: soprattutto negli Stati Uniti, nell’ultimo decennio le serie TV sono diventate una vetrina fondamentale per la scoperta e ri-scoperta di artisti vecchi e nuovi, colmando almeno in parte un vuoto lasciato dalla progressiva diminuzione di importanza del videoclip “mainstream”. Non è una tesi particolarmente originale, anzi è semplicemente la constatazione di un fatto ormai sotto gli occhi di tutti.

Sia quel che sia, ho raccolto in quattro playlist su YouTube alcune delle scene che ho mostrato in quelle lezioni.  Si possono vedere qua sotto, ad uso e consumo di chi quelle lezioni le ha seguite, e per divertimento degli altri.

Un paio di avvertimenti: la scelta non pretende di essere esaustiva, ma almeno un po’ rappresentativa dei diversi stili, quello sì, Ma sarebbe bello e utile se qualcuno avesse voglia di segnalare nei commenti le proprie scene musicali preferite. E attenzione agli spoiler: per dire, il terzo video della prima playlist è il finale di stagione di “Californication” 4….

Partiamo con l’uso più tradizionalme cinematografico della musica e delle canzoni, inserite come colonne sonore, in momenti topici (come nel caso di “Lost”/Damien Rice o nella sequenza che usa “Mr. Fantasy” dei Traffic in uno dei momenti clou dell’ultima stagione di “Californication”) o nei  i finali di stagione: ancora “Californication”, ma anche Alexi Murdoch in Brother&Sisters:

http://www.youtube.com/view_play_list?p=B88607F9EA70CB8E

Proseguiamo con alcune scene ormai storiche che hanno lanciato artisti, in The O.C., “Grey’s Anatomy” (il territorio di Alexanda Patsavas e della sua Chop Shop Music, la più quotata societa di Music Supervision). In questi casi l’uso della canzone va oltre l’uso cinematrografico: si integra nella narrazione, fino quasi ad andare in primo piano. Queste scene sono di fatto dei piccoli videoclip.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=0D2A5A40E6C81150

Le sigle, infine: soprattutto quelle della HBO, che sono un genere a parte, dai Sopranos in poi. La sigla di Boardwalk Empire, a mio modo di vedere, è uno dei migliori momenti di televisione degli ultimi anni. Ma anche quella di “The wire”, con la stessa canzone, “Down in the hole”, interpretata ogni anno da artisti diversi (Blind Boys of Alabama, Tom Waits, Neville Brothers…). Un po’ come la serie, che ad ogni stagione racconta Baltimora da un punto di vista diverso.

http://www.youtube.com/view_play_list?p=90D97BBA2E203367

E infine, la rinascita del musical: Glee e il recente  The MusicEvent di Grey’s Anatomy, puntata speciale in cui il cast cantva alcune delle canzoni storiche della serie.

http://www.youtube.com/View_play_list?p=90FCA2FDD1538547

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Filed under Televisione Musicale, Università/Lezioni

Dischi, panda e varia umanità

Questa settimana si celebra il Record Store Day, la giornata in cui  nostalgicamente si cerca di rivitalizzare il negozio di dischi. Ovvero un luogo in fase di estizione, ucciso della grande distribuzione (come è capitato a innumerevoli altri tipi di negozi) e dalla crisi del supporto fisico (come è capitato alla musica e sta capitando al video).
Non ha tutti i torti chi dice che questa festa sa di giornata contro l’estinzione del panda. Una cosa un po’ anacronistica, di cui non si può parlar male. E si può anche capire che ci siano persone (di generazioni più giovani, ma non solo), che non hanno vissuto la magia del negozio di dischi, di trovare quella varia umanità che viveva solo da quelle parti.<br>
Ecco, celebrare i negozi di dischi non significa necessariamente celebrare la qualità sonora del CD o del vinile rispetto all’MP3 (superiore la prima, comodissimo il secondo), né significa necessariamente essere anacronistici o nostalgici. Insomma, il modello non deve essere per forza il Nick Hornby di “Alta fedeltà”. Celebrare i negozi di dischi può semplicemente mirare a ricordare la storia, nostra e altrui, di come la musica ci arrivava, e di come la dimensione sociale abbia sempre fatto parte del consumo dei suoni. I negozi di dischi sono e rimangono una fucina di storia e di storie. Di umanità, appunto.
Lo dimostra un bel libro uscito qualche mese fa, perfetto da rispolverare questa settimana. Ok, il titolo non è felicissimo, la copertina è brutta e lasciano perplessi alcuni altri dettagli di quelle che  Genette chiamava le “Soglie” del libro,  ovvvero i testi che ci accompagnano alla lettura (tipo la frase in quarta di copertina “L’incredibile? Esiste e vive rock’n’roll”…). Però “L’ultimo disco dei mohicani” racconta bene quel sottobosco umano che solo la musica ha saputo creare. Maurizio Blatto lavora a Backdoor, storico negozio torinese dedicato al collezionismo: in quel luogo ha visto passare gente che voi umani non potreste immaginare… Questo libro le racconta, con piglio da affabulatore consumato, in maniera empatica ma non accondiscendente o nostalgica. Vi imbatterete nel Signor Franco, il collega di Blatto,  riverito e temuto, una figura aleggiante in molti negozi di dischi. O nelle storie di dipendenti dal vinile che consumano dischi di nascosto dalle mogli, nascondendoli in garage affittati per l’occasione. Storie bizzarre che in alcuni casi sono così poco verosimili da essere sicuramente vere.
Insomma, celebrate pure i negozi di dischi se volete. O non celebrateli, se non ve ne frega niente e se le vostre modalità di consumo sono già da un’altra parte, come quelle della maggior parte degli ascoltatori. Ma non dimenticate l’importanza che hanno avuto.

(da Rockol)

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Turn on tune in drop out with me

Riascolato in Californication 4. Gran titolo, grande band e gran pezzo: Cracker

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by | 9 aprile 2011 · 9:12 am