Monthly Archives: maggio 2011

Artisti “bruciati” ma tutt’altro che bolliti

Come tutti quelli che ascoltano musica da tanto tempo, ho una serie di artisti che amo, che consiglio a ripetizione agli amici, certe volte fino alla noia. Anche se sono artisti, per certi versi, “bruciati”. Badate bene, non “bolliti”. Semplicemente bruciati: fanno buona musica ma non sono (più) abbastanza “cool”

Sono artisti che ha anno passato il climax della carriera senza sfondare, artisti che in Italia non hanno mai avuto visibilità e/o hanno suonato poco. Continuano a fare ottimi dischi, ma sono difficili da raccontare, non hanno vere e proprie particolarità, non hanno appigli. Artisti che si fa fatica a trasformare in una “good story” per una recensione o per una chiacchierata con amici.

Del Amitri/Justin Currie, Mark Kozelek, Matthew Sweet…. Potrei andare avanti all’infinito con i miei amati artisti bruciati. Ma in cima alla lista ci sono i James. Li seguo da più di 20 anni, li amo da quando pubblicarono “Laid”, capolavoro di pop elettroacustico prodotto da Brian Eno (1993).

Si sono riformati non molto tempo fa, nel 2007, e hanno fatto un paio di dischi più che dignitosi. Quindi tutto mi aspettavo meno che imbattermi in un disco solista del loro cantante, Tim Booth. L’ho recuperato quasi di malavoglia e per affetto. Aveva già fatto un paio di cose fuori dalla band: Booth and The Bad Angel, un disco con Angelo Badalamenti (quello della musica di “Twin Peaks”) e uno nel 2004, “Bad bone”.

E invece: “Love life” è un piccolo gioiello. Grandi canzoni, grandi melodie. E’ un disco tipico da artista narrativamente bruciato: non ha granché da raccontare. E’ semplicemente bello. Vi pare poco?

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I duri non ballano

(e tengono il cappotto anche sotto il sole) (Taken with instagram)

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by | 27 maggio 2011 · 3:26 pm

Siamo stati naviganti…

(Taken with Instagram at Darsena)

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by | 25 maggio 2011 · 6:58 pm

Something stays in place

Neanche a scriverla, sarebbe potuta venire meglio di così. Il cantante più di sinistra degli ultimi decenni, suona in uno dei luoghi storici della sinistra milanese, la sera in cui la sinistra fa vedere di contare ancora qualcosa a Milano e in Italia.

Billy Bragg suona alla Camera del Lavoro la sera in cui Pisapia porta al ballottaggio la Moratti, staccandola di 7 punti.

Non sono un analista politico – e non voglio esserlo. La strada è ancora lunga, ci aspettano due settimane di fuoco. Però un po’ ieri sera al concerto si respirava un’aria di festa. Un po’ contenuta dalla scaramanzia, che Bragg – grande intrattenitore oltre che performer – ha subito smorzato con una battuta in apertura:

“Arriviamo da un weekend di votazioni storiche! Raphael Gualazzi è stato votato secondo all’Eurovision…”

E così via, tra una canzone e una storia, tra un racconto ed un piccolo comizio. A tratti sembrava un “Middle aged Clash Drinking Club”: un ritrovo di 40-50 anni cresciuti a Clash e birre, come ha detto lo stesso Bragg. Ma non c’era nostalgia, solo voglia di ascoltare grande musica, e fare due chiacchiere in una giornata che, comunque vada a finire, ci ricorderemo  in molti.

Se volete una cronaca del concerto, leggete quella del collega Alfredo Marziano, che nei giorni scorsi ha raccontato la data di Torino meglio di come io possa mai fare.

Per quello che mi riguarda, tutto questo è una scusa per postare qualche video di ieri, tra cui la canzone con cui ho conosciuto Bragg, una delle mie preferite di sempre, una storia di come la musica – in questo caso quella della Motown – possa aiutarti anche nei momenti più brutti.

“When the world falls apart, something stays in place. She took off the Four Tops tape, and put it back in its case”

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Give it till it’s gone

Intervistare gente così è un piacere, altroché: Ben Harper racconta a Rockol “Give till it’s gone” (by RockolVideo)

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by | 10 maggio 2011 · 8:58 am