Summertime, and going to a concert is not easy

C’è una cosa che non ho mai capito dei concerti jazz: gli applausi dopo gli assoli. O, meglio, la capisco bene, ma mi infastidisce parecchio, perché nel jazz  si tende a esaltare il virtuosismo, io preferisco – ovunque, nella musica – l’intensità.

Al concerto dello Standards Trio di Keith Jarrett agli Arcimboldi il pubblico era così intimorito che il primo applauso ad un assolo è arrivato dopo 5-brani-5.

Erano diversi anni che Jarrett non passava da Milano con Gary Peacock e Jack DeJohnette, con cui si è pero spesso presentato in Italia ultimamente.  Entrando agli Arcimboldi l’aria era subito difficile. Si veniva accolti da minacce contro l’uso dei cellulari in sala, che venivano distribuite su foglietti al pubblico, in maniera ancora più dettagliata (la vedete nella foto qua di fianco). Avvertimenti ripetuti dalla voce di sala, due volte. La prima volta il pubblico ha applaudito (??). La seconda volta, nell’intervallo, è scattato un boato di disapprovazione quando la voce ha avvertito che “Non si possono scattare foto durante il concerto. Se verranno scattate foto, non verranno eseguiti i bis”. Addirittura.

Poi, i bis ci sono stati. Jarrett è entrato, vistosa camicia rossa e pantaloni neri, assieme ai due compari. I tre hanno fatto un inchino  (del genere: angolo  90° tra gambe e schiena, braccia distese fino ai piedi, come se fosse un esercizio di stretching), ha inforcato gli occhiali scuri. E’ calato improvvisamente un silenzio irreale – interrotto solo da qualche sparuto colpo di tosse (chi ha osato?).  Si è seduto al piano, suonando  tutta la sera spalle al pubblico, come al solito, con i suoi ormai famosi balletti e gridolini. Unica concessione, nel secondo tempo, ha accennato un brindisi al pubblico porgendo il bicchiere da cui beveva, sempre rimanendo di schiena.

Insomma, lui è davvero irritante. Ma il pubblico lo adora. E fa bene: perché ha offerto un concerto davvero ipnotico di riletture degli standard jazz, genere che frequenta da decenni, ma ogni volta è come se fosse la prima. Nessuno come lui e i suoi compari sa rileggere, stravolgere improvvisare sulle melodie del grande canzoniere americano. Ha suonato una versione di “Summertime” di Gershwin che me la ricorderò finché campo.  Chi è stato anche al concerto di Napoli dell’altro giorno, dice che quello di Milano è stato più melodico. Sicuramente, un solo brano è stato un po’ più avventuroso nella struttura, l’ultimo prima dei bis, negli altri c’era molto lirismo.

Però una delle cose più belle di questi concerti è sentire i commenti dei puristi. Per dire, una volta ad un concerto di John Zorn ho sentito dire che Marc Ribot ormai era troppo pop…. Ieri sera, c’era anche chi si lamentava sul quel brano finale di Jarrett: “Non so, secondo me prima del bis si è involuto: proprio quando poteva aprirsi è tornato indietro”, dicevano all’uscita  due che sembravano saperla lunga.

Sia quel che sia: gran concerto a prescindere. Dicevo che preferisco l’intensità nella musica: ecco, pochi ne hanno come Keith Jarrett. Altro che tutti i suoi presunti epigoni del piano-solo-jazz-classico-pop-etc-etc.

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