Monthly Archives: settembre 2011

Tribute band (2)

Anche i Radiohead rendono omaggio ai R.E.M., cantando un frammento di “The one I love” in apertura di “Everything in its right place”, al concerto alla Roseland Ballroom di New York (28/9/2011)

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by | 29 settembre 2011 · 5:20 pm

Church Music – Glen Hansard live @ St Pauls Within The Walls, Roma, 26/9/2011

Che certi concerti saranno speciali lo capisci al primo istante in cui entri un posto, perché quel posto da solo fa già metà del lavoro. Il posto è St. Pauls Within The Walls, una chiesa anglicana di Roma del 1800, la prima non cattolica-romana costruita entro le mura della città, leggerò poi.

Non una chiesa qualsiasi. E’ una chiesa piccola, bellissima e aggraziata nelle sue decorazioni. Ma rimane comunque una chiesa: “This place is intimidating”, dice Glen Hansard a inizio concerto. E’ in tour da solo, dopo la serie di date in apertura a Eddie Vedder in America. E’ sulla strada con un furgone, la sua solita chitarra scassata, un’altra elettrica, un road manager che sa cantare e un cantante che di volta in volta gli apre le serate (in questa c’è l’amico irlandese Oliver Cole). Glen sta provando le nuove canzoni, quelle che finiranno sul primo disco solista dopo anni con i Frames e dopo il periodo con la Swell Season, che gli è valso un Oscar e quella meritatissima fama che inseguiva da anni.

La chiesa fa metà del concerto perché Glen è davvero intimorito: quando cita, come fa spesso, “Sexual healing” di Marvin Gaye lo fa quasi sottovoce per rispettare la sacralità del luogo, e quando la canzone richiede una parolaccia, fa il segno della croce. E’ un intrattenitore, lo fa con ironia, ma non sta scherzando più di tanto.

E soprattutto adegua la sua musica al posto. Canta voce e chitarra, con i suoi crescendo, ogni tanto esplode come in “Leave”, ogni tanto la sua intensità assume un tono più basso e contenuto, rimane più compressa creando ancora più tensione. I due esempi estremi sono i due video che vedete qua: “Leave”, con il crescendo.

E una emozionante e tesa “What happens when the heart just stops”, una delle poche canzone suonate alla chitarra elettrica, una delle tante in cui invoca il pubblico a cantare, e ne viene fuori un coro che l’acustica della chiesa, piena di riverbero, fa sembrare un inno religioso.

La maggior parte della serata, Glen la passa con la chitarra acustica: ed è uno dei rarissimi artisti che non annoia in quella veste. Reggere un concerto così è impresa ardua anche per gente come Springsteen o Vedder (non sto dicendo un’eresia: il tour di “The ghost of Tom Joad” aveva diversi momenti di stanca, l’ultimo tour di Vedder, documentato da “Water on the road”, correva lo stesso rischio).

Ad un certo punto, Glen si fionda sull’organo, ma non funziona. Allora si dirige sul piano a coda in una delle navate laterali (che, per inciso, si trova a 1 metro da dove è seduto il Vostro…) e attacca un nuovo brano, incurante dei flash di cerca di scattargli una foto. Ogni tanto suona l’elettrica, ricordando il suono e la carica del suo allievo Jeff Buckley al Sin-é ( a cui Jeff arrivò grazie a Glen: al tempo era il suo roadie, e Glen – erano i primi anni ’90- girava per i locali irlandesi grazie alla popolarità derivata dalla sua apparizione in “The committments”). Ogni tanto avanza nelle navate e canta senza amplificazione, divertendosi a fare cover, come suo solito (“Astral weeks”, “You ain’t going nowhere”: Van Morrison e Dylan..,).

Perché Glen ha sempre l’animo del busker. Anche quando propone le canzoni nuove quasi timidamente (“Non diffodetele su internet, per favore, le sto ancora provando”), anche quando chiude il set con una spettacolare versione  di “Forever young”, con il suo supporter Oliver Cole e con il suo roadie, che ha l’aspetto dell’impiegato delle poste ma ha una voce profonda e bellissima che lascia tutti di stucco.

E ha l’animo del busker anche quando dopo il concerto esce per strada e sta per un’ora a chiacchierare con i fan rimasti ad aspettarlo: ha un sorriso e una parola per tutti. Racconta che l’acustica del posto lo ha un po’ messo in difficoltà, chiacchiera, spiega e soprattutto ascolta. Mi dice di ricordarsi di quella volta che ha suonato per me a Milano, con quella spettacolare versione di Drive All Night, un regalo che io non ho mai dimenticato. “Dovremmo rifarlo, mi dice”. Ma chissa se è vero che se lo ricorda, chissa se è solo gentile: se anche fosse così, non ha nulla di quella paraculaggine di certi artisti, né sul palco né fuori. E’ semplicemente uno a cui piace fare il suo lavoro, è grato di poterlo fare, lo fa bene, benissimo.

La presenza di artisti come Hansard mi ricorda che c’è vita musicale oltre lo scioglimento della tua band preferita.

Una cosa che ovviamente so bene, ma questi erano i giorni giusti perché qualcuno come Glen Hansard me lo ricordasse.

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Trattasi chiaramente di fotomontaggio

 

(non avevo mai condiviso questa foto. Ma oggi vale tutto, per i R.E.M.)

(Taken with instagram)

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by | 22 settembre 2011 · 10:36 am

Addio, e grazie per tutto il pesce: a proposito dello scioglimento dei R.E.M.

Ci hanno risparmiato tour d’addio o conferenze stampa strappalacrime. Tra un po’ non ci risparmieranno un nuovo  “Best of” (di cui in realtà si parla da tempo). E tra qualche anno non ci risparmieranno neppure una reunion: quella prima o poi tocca a tutti.
Però i R.E.M. si sono sciolti con lo stile che li ha sempre contraddistinti: un annuncio a sorpresa sul sito, un ringraziamento. “Our deepest thanks for listening”.

Potevano fare come fanno in molti: semplicemente smettere di suonare. In parte avevano già smesso, ma potevano starsene zitti. Invece hanno preferito essere onesti con se stessi e con i fan. Se li conosco, questa decisione era presa da mesi, ma l’hanno comunicata solo ora per evitare ogni sospetto di speculazione discografica. Sono certo che quello che hanno scritto sul sito sia vero e non sia un una strategia suggerita dall’ufficio stampa: si lasciano da fratelli, senza coltelli e senza avvocati, contravvenendo allo stereotipo rock della separazione traumatica. Non ne avevano più voglia.

Credo di conoscerli bene, i R.E.M. Li seguo da 25 anni e ho avuto la fortuna di frequentare il loro entourage, di vedere in prima persona come lavorano al di là delle interviste che vengono concesse a noi giornalisti. Sono notoriamente la mia band preferita, e sono stati uno dei motivi per cui faccio questo lavoro.

La notizia del loro scioglimento mi ha intristito e mi ha colto di sorpresa, un po’ come è successo a tutti.
Però.
Però un po’ era prevedibile e un po’ uno poteva aspettarselo – magari faceva finta di non vederlo, ma questa è un’altra storia.

Ecco, con il senno di poi, gli indizi che avevamo sotto gli occhi e che nessuno ha voluto leggere con chiarezza.

  1. La promozione di “Collapse into now” aveva mostrato una band con poca, pochissima motivazione per il futuro, pur avendo prodotto un disco più che dignitoso, che lasciava ampi spazi di manovra. Una malavoglia evidente da molte dichiarazioni. Io l’avevo percepita, mi aveva fatto tristezza, anche se speravo di sbagliarmi.
  2. Stipe ormai sempre più preso nei suoi interessi esterni: video, fotografia e quant’altro. Sempre più artista, sempre meno cantante di una rock band.
  3. Buck sempre più impegnato nelle sue band parallele. Le ha sempre avute, ma negli ultimi anni sembravano importargli decisamente di più dei R.E.M.
  4. Mills stava facendo la fine di Bill Berry, ormai sempre meno interessato alla musica e sempre più orientato a farsi i fatti propri.
  5. Una quantità di pubblicazioni secondarie, che toglievano luce ai dischi di studio. Un qualsiasi gruppo poteva tranquillamente convivere con una strategia del genere (l’intera industria discografica ci campa, su live, ristampe, best of…). I R.E.M. erano a disagio, evidentemente.

Insomma, il fatto è che i R.E.M. come li conoscevamo non esistevano già più da qualche tempo. Di fatto, avevano smesso di esistere con la fine del tour di “Accelerate” – trovate il video dei bis dell’ultimo concerto alla fine di questo post. “Collapse into now” – il loro disco più “classico” da decenni – era la loro lapide, anche se non ce l’avevano ancora detto.

I R.E.M. non esistevano più, e l’hanno semplicemente sancito pubblicamente.  Lo stile sta anche nell’uscire di scena al momento giusto e prima che qualcuno ti possa rinfacciare cadute di stile, intaccando una carriera basata sulla credibilità. Certo, alcuni avevano avuto giustamente forti dubbi sui loro ultimi dischi di inediti; forse non si sono mai davvero ripresi dall’uscita di Bill Berry, nel ’97. Ma trovatemi un nome di questo livello che abbia avuto così tanto consenso, quasi unanime… Nessuno li ha mai stroncati, neanche nei loro momenti meno fortunati.

Perché – che siate fan o meno –  i R.E.M. rimarranno uno dei gruppi più importanti di questi 30 anni: sono stati la prima band a dimostrare che si poteva passare dall’essere “di culto” al successo mainstream senza sputtanarsi, facendo scelte controcorrente, quasi suicide come quella di non andare in tour in momenti topici della loro carriera. Per questo, e per la loro musica, i R.E.M. sono la band che ha fatto da esempio a generazioni di musicisti.

Poi si vedrà. Il futuro? Mi fa un po’ paura, lo ammetto.
Mi fa paura soprattutto pensare a cosa può combinare Michael Stipe da solo, perché difficilmente troverà musicisti come Buck e Mills (con cui aveva musicalmente poco in comune, ormai).
Prima o poi probabilmente finirà, come notava un amico ieri sera su Twitter, a fare un disco di musica elettronica- campo in cui ha già giochicchiato in passato. Buck continuerà a giocare con le sue band parallele; Mills è quello che – se ne avrà voglia – riserverà qualche sorpresa.

A me, personalmente, mancherà l’intreccio unico tra quella voce, quelle chitarre e quelle armonie. E’ il mio suono. E per fortuna è il suono di molte persone.

Comunque sia, grazie. E ancora grazie
.

(E grazie anche a tutte le persone che negli ultimi 15 anni mi hanno permesso di avere un accesso privilegiato al gruppo. Bertis Downs, in primis, che con gli anni è diventato un amico vero. E la Warner italiana sia quella presente: Neve, Giordano, Gianni e Massimo; sia quella passata: Anna e Paolo).

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Basta poco

tipo passare una mattinata tra negozi di libri e dischi

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by | 17 settembre 2011 · 10:39 am