Monthly Archives: gennaio 2012

Le trash c’est chic

Ogni volta che vado in Francia mi viene voglia di fare un elenco di quelle piccole banalità che giustificherebbero la supponenza dei francesi nei nostri confronti. I motivi per cui, in fin dei conti, sono davvero una civiltà superiore alla nostra: dal fatto che a Parigi i Taxi costano la metà (e che i tassisti non si sentono in dovere di spiegarti la loro visione del mondo ad ogni corsa), alla presenza delle mezze bottiglie di vino nei menù. Per arrivare a motivi importanti, come l’amore che hanno per la cultura popolare, a partire dal fumetto (a Parigi la band desinée è ovunque). Cose così.

Certo, poi hanno le loro magagne, le loro debolezze. Ma i francesi rimangono superiori a noi, pensavo, e se ce lo fanno pesare è perché ne hanno i motivi.

Finché questo weekend, passato a Parigi, mi sono imbattuto in questi tre videoclip, visti in albergo mentre facevo colazione: talmente brutti da farti andare di traverso anche il miglior pain au chocolat. Al prossimo francese che fa lo snob, glieli faccio vedere in fila. Perché è vero che anche noi italiani abbiamo i nostri scheletri musicali nell’armadio. Ma, mio Dio, questi sono imbattibili.

Partiamo da qua. La diva Mylene Farmer: sarebbe questa la Madonna Francese?

Un balletto. Talmente triste che lo farei meglio io. Senza ironia.

E vogliamo parlare dell’acqua sul pavimento per far scena?

Oppure: Usa for Africa in versione francesce.

Lo. Split. Screen.

Un qualsiasi studente universitario non farebbe una cosa così cheap.

Per arrivare al trash sublime di questo clip.

Donne nude e vernici. Devo dire altro?

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Cose che succedono alla fine delle interviste

Mi è successo di nuovo. Ho lasciato una telecamera accesa alla fine di un’intervista, e l’intervistato si è messo a guardarla senza sapere che stava ancora girando. C’è un qualcosa nelle facce che fanno personaggi famosi quando sono incuriositi dalla tecnologia…

In questo caso, James Taylor (che aveva appena suonato una canzone per Rockol, che pubblicheremo domani), si è avvicinato alla GoPro, piccola ma potente telecamera fissata con una ventosa ad un tavolo, per una ripresa laterale di contorno.

Mi era già successo qualche tempo fa, con David Byrne, incuriosito dall’iPhone, messo su un cavalletto…

Ma il meglio è questo: sempre un iPhone messo di lato. E quell’istrione di Bublè che fa finta di niente per tutta l’intervista, salvo esibirsi in un siparietto ad uso e consumo del telefonino, sempre a fine intervista. Questo video è stato girato nel 2009, l’ho caricato e lasciato lì. Negli ultimi due mesi, improvvisamente, è finito nei raccomandati di YouTube ed ha raccolto 25.000 visioni in qualche settimana

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Magic Ukulele

Stephin Merritt and his magic ukulele (Taken with Instagram at Rockol)

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by | 22 gennaio 2012 · 8:36 pm

Peanuts

Buying records (according to Peanuts)

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by | 21 gennaio 2012 · 9:32 am

#howshitisedsheeran

Gli “haters” musicali sui social media sono sempre in agguato, e in Italia ne sappiamo qualcosa: basta vedere le guerre tra i fan di certi cantanti, talvolta incitate (indirettamente) dagli stessi artisti o dalla stampa, certe certe volte spontanee. Certe volte le “guerre” sono divertenti come sfottò tra tifosi, certe volte sfociano nell’insulto libero e gratuito.

Chissà cosa deve essere passato per la testa di  Luke Lewis. Direttore dell’NME. E bella figura di suo: uno che se lo segui su Twitter condivide link, pensieri e cose divertenti.

Chissà cosa deve essergli passato per la testa, sabato scorso, quando ha lanciato l’hashtag #howshitisedsheeran (“ma quanto fa cagare Ed Sheeran”?). Chissà  quando si è accorto di aver fatto una cazzata, quando una cosa divertente è diventata odiosa, quando si è accorto di avere stuzzicato quei talebani della musica che non aspettavano altro che poter insultare un cantante troppo “facile” per loro. Figurati se poi a incitarli è il direttore della più blasonata testata inglese. Chissà se e e quando sono arrivate le telefonate delle case discografiche del management dell’artista…

Dice che se ne è accorto da solo, dopo 20 minuti, dopo un po’ di retweet dei primi messaggi. Ma a quel punto era tardi, perché l’hashtag era già decollato.

Luke Lewis oggi ha scritto una lunga ed onesta lettera di scuse.  Onore a lui per averlo fatto: ci vuole un bel coraggio. Sia per far partire un hashtag del genere, sia per ammettere di avere sbagliato. E onore anche ad Ed Sheeran per avere accettato le scuse senza colpo ferire (sempre via twitter). Chissà quanti altri avrebbero avuto il coraggio di farlo.

Ps: ho raccontato la cosa ad un mio collega. “Però. Non è male l’idea. Avrei in mente due o tre artisti italiani su cui farlo…”

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