Monthly Archives: febbraio 2012

The Modfather

The Modfather himself, Mr. Paul Weller (Taken with instagram)

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by | 27 febbraio 2012 · 2:12 pm

Heartbreaker

Amo Josh Ritter. Chiunque dovrebbe amarlo, dopo aver visto un video e sentito una canzone come questa…

(C’è un suo nuovo EP, in circolazione: “Bringing in the darlings”. Bello, disarmante, emozionante e tutti quegli aggettivi li…)

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by | 21 febbraio 2012 · 8:40 pm

Impressioni di Febbraio

Sanremo è quella cosa che finche c’è, sembra la più importante del mondo. O, almeno, sembra che te lo ricorderai. Le canzoni sembrano belle (o almeno memorabili). Le polemiche sembrano importanti, i personaggi sembran persone vere destinate a durare.

Invece, finito Sanremo, ti dimentichi di tutto. Non solo canzoni non le ascolti mai più, la maggior parte le rimuovi proprio, come se non fossero mai esistite. Il 99% dei personaggi che girano attorno al Festival tornano nelle loro celle di ibernazione, pronti ad essere congelati per altre 51 settimane, e scongelati in tempo per la prossima edizione.

Non capita spesso di assistere ad un Festival che produca una cosa memorabile, anche una sola, di quelle che ricorderai finché campi. Come quella volta che Springsteen o Madonna feceri ospitate indimenticabili, quella volta che Vasco rubò il microfono, quella volta che  Bono & The Edge cantarono voce e chitarrra.

Beh, questa volta, una cosa del genere abbiamo avuto la fortuna di vederla: il duetto tra Patti Smith e i Marlene Kuntz. Hanno vinto loro, che sono riusciti non solo a portarla in Italia (dove è ogni due per tre, da qualche anno a questa parte), ma a farle fare un doppio duetto davvero emozionante. Riguardatelo, finché potete (la RAI fa sparire in fretta da YouTube i video della trasmissione)

Altri pensieri sparsi:

1)La serata dei duetti internazionali è stata una bella occasione, persa. Due grandi ospiti (memorabile anche Brian May, ovviamente), e tanti ospiti medi, per non dire mediocri. Immaginatevi una serata tutta con gente del livello di Patti Smith e Brian May…

2)Livello delle canzoni bassino. Si, è vero, lo diciamo tutti gli anni… Ma le canzoni-canzoni sono poche: Arisa (bravissima, davvero cresciuta), Noemi, Samuele Bersani, Marlene, Renga…

3)Livello dei giovani. Bah. Ci ricorderemo di “Carlo, Carlo” (gran bel tormentone), forse. Guazzone ha avuto una delle migliori idee del festival: suonare in giro per la città, ovunque, le canzoni degli altri giovani: ha la stoffa. Casillo: tutti a dire che ha vinto grazie ai fan su Facebook. Ma non dimentichiamo che quei fan li ha presi grazie alla cara vecchia TV (“Io canto”).

4)Sul versante televisivo:è stata abbandonata ogni velleità di far qualcosa che assomigli non dico ad un programma ma almeno ad una scaletta. Si è dato carta bianca ad uno che gioca a spararla grossa. Ma a parte tutto questo, vogliamo parlare della regia sulle esibizioni musicali? Sembrava che il regista non avesse mai ascoltato le canzoni, tanto si perdevano spesso passaggi fondamentali, le telecamere si impallavano o andavano su dettagli inutili.

5)La rete. Se non ci fosse Twitter, il Festival sarebbe molto, molto meno divertente.

6)Infine: il momento più divertente di tutta la manifestazione. Comici? Nah. Soliti idioti? Ma figuratevi.. Chi è Siani?

No, lo strepitoso passaggio di venerdì di Gigi D’Alessio e Loredana Berté remixati in versione Unz-Unz da DJ Farggeta. Un momento di grande TV… E chissene se era in playback…

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MusicForTheMorningAfter

Io al Festival di Sanremo ci vado volentieri. Tra commenti di chi un po’ mi invidia (“Vai a Sanremo? Davvero?”) e tra chi mi piglia per pazzo (“Ma che ci vai a fare”?).  Quando mi capita, provo a spiegare perché andarci è divertente, interessante, formativo, utile e tutte quelle cose lì.

Quest’anno, poi, c’è in gara una band che seguo dagli esordi, che stimo enormemente, a cui sono molto legato affettivamente e musicalmente, e che sto seguendo per la testata per cui lavoro.

Provo anche a difenderlo, Sanremo, da chi dice che ormai la musica  conta poco. E’ televisione, dico, ed è giusto che sia così: le canzoni reggono uno spettacolone.

Però io, a memoria, non mi ricordo uno spettacolo così brutto come quello della prima serata di ieri sera. Non noioso, non scandaloso.

Proprio brutto.

Privo di ritmo, di scaletta, di narrazione, delle parole giuste dette al momento giusto, per presentare chi sta entrando. Insomma, di tutte quelle cose che dovrebbero fare un programma TV.

E’ normale, in TV, costruire un programma su qualcosa che fa discutere e parlare, su qualcosa che  punta a generare audience stratosferiche. Però, dai, il fine non giustifica i mezzi. Soprattutto se per arrivare a quel fine si usano mezzi che spianano tutto il resto (le canzoni, gli artisti, gli altri sketch) come un bulldozer. E soprattutto se quei mezzi sono brutti, ma brutti davvero.

Ps: Provo anche a spiegare come funziona la sala stampa dell’Ariston. Ma c’è un bel disegno che Makkox ha fatto per Il Post, che lo spiega meglio di qualunque altra cosa.

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Indie Jazz sotto il Portico

Io non so se l’indie-jazz esista davvero e il fatto che qualcuno associ queste due parole un po’ mi preoccupa: l’idea di uno snobismo al quadrato mi fa venire l’orticaria.

Però sarà questa preoccupazione, sarà la curiosità: ma quando ho visto un’etichetta con quelle parole su un disco, volevo capire cosa conteneva. E’ così che ho conosciuto i Portico Quartet: sbirciando una fascetta su un disco con una copertina un po’ alla Radiohead, in un negozio iper-snob di Parigi (Harmonia Mundi, dove trovi solo classica e jazz, praticamente).

Ho scoperto che i Portico Quartet sono inglesi, ma devo il loro nome all’Italia, perché una volta si sono rifugiati a suonare sotto un portico per ripararsi dalla pioggia. Sono nati come busker, ma il loro primo disco “Knee-deep in the north sea” è stato addirittura nominato al Mercury Prize nel 2008.

La loro musica, poi, è tutt’altro che snob, anzi persino molto facile per essere “jazz”. Nelle melodie mi ricorda un po’ la Penguin Café Orchestra, con un bell’uso della ritmica e questo strano strumento che si chiama “Hang”, che è una steel drum rovesciata. Il loro nuovo disco, il terzo, non è niente male. C’è un po’ più di elettronica, in alcuni passi è fin troppo melodico, al limite dello stucchevole.

Ma questa “Ruins” da sola vale l’acquisto. Anzi, la potete scaricare aggratis qua.

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