Monthly Archives: luglio 2012

Guardare negli occhi le prime file

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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Fix You

Per chi, come me, se l’era perso (l’ho visto solo ieri sera): lo strepitoso  finale della quarta puntata di The Newsroom.

Non è solo una lezione di giornalismo (come spiega Luca Sofri) ma una lezione di TV musicale:  “Fix you” dei Coldplay fa da colonna sonora (e molto di più),  mentre in redazione arriva la notizia della sparatoria alla deputata Gabrielle Giffords.

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by | 30 luglio 2012 · 6:52 am

Guitar lessons

 

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by | 27 luglio 2012 · 11:04 am

Guida galattica per pirati digitali e discografici

Gli alieni esistono, ma fanno musica di merda. Sono bravi in tutte le arti conosciute nell’universo, ma da quando hanno sentito una nostra canzone – neanche delle più belle – han capito che non ce n’è: gli umani sono i migliori in questo campo.  Gli alieni hanno scroccato per decenni la nostra musica, ascoltandola e copiandola di nascosto.  La loro etica impone di rispettare le leggi locali: quindi vogliono prendere in licenza tutta la musica mai prodotta dall’umanità, per poterla riprodurre, copiare, scaricare in tutto l’universo. E sono disposti a pagare. Ma viste le leggi americane, che prevedono pene di 150.000 dollari per ogni canzone piratata, e vista la litigiosità dei discografici, sarà tutt’altro che semplice.

Le premesse di “Year zero”, libro di Rob Reid appena uscito, fanno già sorridere. Il resto del libro ancora di più: è una “Guida galattica per autostoppisti” rivisitata nell’era della musica digitale, del copyright e del file sharing.

Due alieni si rivolgono ad un avvocato terrestre (Nick Carter, scelto perché scambiato per uno dei Backstreets Boys, che adorano) e gli chiedono di adoperarsi per ottenere le licenze. Carter si troverà a fronteggiare altri alieni che, pur di non pagare tutta la ricchezza dell’universo alla terra, pensano di distruggerla per risolvere il problema.

Potete immaginare il resto: che è paradossale e parodistico nello stile di un Douglas Adams rivisitato in salsa musicale, con citazioni e battute dal mondo dei dei suoni. Ma anche molto reale. Rob Reid è stato uno dei fondatori di Rhapsody, e sa come girano le cose nel sistema, come l’industria della musica tenda ad ammazzare ogni innovazione difendendo con i denti  un modello superato dagli eventi, quello dell’inscatolamento controllato dei suoni nei supporti fisici.

Se volete capire Rob Reid, guardatevi il suo TedTalk, dove esibisce le sue doti in una materia che si è inventato, la Copyright Math: fare qualche calcolo a partire dalla catastrofiche (e manipolate, per non dire false) cifre fornite dall’industria dell’intrattenimento e vedere le conseguenze paradossali a cui portano se prese sul serio.

Per quanto riguarda il libro: lo sto leggendo e non è davvero niente male, divertente e tragico allo stesso tempo. Lo trovate su iTunes BookStore e su Amazon. Qua c’è il book trailer:

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Tangled up in Barolo

Bob Dylan sta a mio padre più o meno come i R.E.M. o Bruce Springsteen stanno a me. Lo segue da sempre. Quando ero piccolo me lo faceva ascoltare e io lo chiamavo Zio Bobo. (Poi capite perché sono venuto su in questo modo).

Trovarselo quasi sotto casa, in un posto come Barolo, era un’occasione troppo ghiotta non solo per i cuneesi, ma per i dylanologhi tutti. Così è andato al concerto  – mi ha detto che era già lì ad aspettarlo tre ore prima  – e stamattina mi ha mandato questa recensione, che pubblico con sommo piacere.


Come al solito è difficile giudicare un concerto di Dylan. A differenza di altri spettacoli Bob è disponibile, si offre al pubblico, più volte mostra che la musica viene dal cuore: non sembra triste come talora gli capita e cerca una sintonia con gli spettatori. Il contesto anche psicologico quindi sembra favorevole, la voce è buona … e la musica?
Il sound è quello degli ultimi dischi, da “Modern times” in avanti, con la ricerca delle proprie radici e in particolare della sua anima blues.  In questo Dylan è coerente e crede con il “cuore” e con tutto se stesso in questo modo di suonare; anche il suo look e quello della sua band è in armonia con l’immagine di una blues band bianca di annata.
Ma il problema è sempre la musica. È possibile rivedere le sue canzoni, anche quelle più note in questa nuova visione espressiva, senza snaturarle? In tanti dylanologhi della prima ora non abbiamo riconosciuto molte delle canzoni, anche quelle più note e l’individuazione avveniva di solito sui testi e raramente per la musica. Le nuove versioni musicali sono discontinue, con punte di eccellenza per “Ballad of thin man” e versioni dubbie per molti classici (“Hard rain’s a-gonna fall”, “Simple twist of fate”). Su “Like a rolling stone” Dylan e la band s’incasinano e non sembrano trovare il bandolo per concludere.
Molto più coerenti e compatte le canzoni recenti che sono in sintonia con il suono che Dylan sente come suo in questi ultimi anni.
Dylan, che ha sempre voluto sostenere la sua ambiguità e il rifiuto di qualsiasi etichetta, sembra un prigioniero della sua coerenza e del sentire come un impegno totale essere fedele al suo credo musicale attuale; forse “Tangled up in blue”, cantata con grande passione, è la canzone che descrive il Dylan visto a Barolo:
Alcuni sono maestri dell’illusione
Altri sono ministri del commercio
Tutti con grandi delusioni
Sfatti tutti i loro letti
Io ancora cammino in direzione del sole
(Alberto Sibilla)


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