Guardare negli occhi le prime file

Se credete che sia soltanto rock ‘n’ roll, ricredetevi. Che vi piaccia o no, Springsteen passa per l’autentico, quello che sale sul palco e spacca tutto, quello che cambia 15-20 canzoni a serata, quello che tira su un cartello con una richiesta dal pubblico e suona.

Probabilmente non avete idea della quantità di pensiero, di progettazione e professionalità che c’è dietro un show come quelli del “Wrecking Ball Tour”. Che non sarà uno spettacolo iper-prodotto tipo quelli di Madonna, Rolling Stones & co, ma insomma. Tutta la produzione dello show è fatta per essere invisibile, per far dimenticare al pubblico le barriere che lo separano da Springsteen.

Qualche giorno fa, il New Yorker ha pubbblicato un lungo ritratto dedicato a Springsteen, in cui il giornalista lo ha seguito  durante le prove del tour, raccontando che la band passa ore non tanto a provare le canzoni, ma le sequenze, le possibili combinazioni nelle scalette, di modo da poter gestire l’umore del pubblico con consapevolezza. E senza trucchi: non ci sono basi pre-registratate, nel tour, se si eccettua la batteria di “We take care of our own” (“Troppo complicata da riprodurre live”).

Ma questo non significa che la produzione dello spettacolo sia meno importante. LiveDesign ha pubblicato una serie di articoli dedicati alla produzione dello spettacolo, intervistando Jeff Ravitz, storico stage designer di Springsteen e anche di questo tour.

Si scoprono cose interessante, leggendoli. Per esempio, che la produzione è iniziata quando non era ancora chiara la formazione della E Street Band che sarebbe salita sul palco, si sapeva solo che ci sarebbero state delle coriste. In queste circostante, Ravitz ha disegnato il palco (ne vedete uno schizzo qua di fianco) tenendo a mente alcune cose.

Il palco deve essere più aperto possibile, permettere una visione ampia da ogni punto di vista. Per questo, da tempo nei tour di Springsteen, le spie sono incassate nel pavimento e le luci e le casse stanno il più in alto possibile.

Un discorso a parte meritano i megaschermi, a T rovesciata per permettere inquadrature sia a panorama che a ritratto. Sono posizionati in maniera tale per cui chi è nelle prime 20 file non riesca a vederli – per esplicita richiesta di Bruce che vuole vedere il suo pubblico negli occhi, senza distrazioni. E poi c’è la regia, di Chris Hilson, che usa 11 telecamere, con il preciso scopo di mostrare al pubblico le relazioni tra i membri della band. L’avevo detto già in un’altra occasione: la regia video è una delle cose migliori di questo tour. Ne avete un esempio nel video ufficiale di “Drive all night” – probabilmente una delle cose più toccanti di questo tour: un piccolo trattato di come andrebbe sempre ripresa la musica dal vivo.

Insomma, Springsteen è un grande improvvisatore, un grande showman ma un ancora più grande professionista, e con lui tutte le persone che lavorano dietro le quinte per rendere un suo concerto un’esperienza da godere nel miglior modo possibile.

Poi, certo, ha le sue manie:  un giornale inglese ha “rivelato” che c’è una guardia del corpo solo per la sua chitarra (come dargli torto? Valore inestimabile, e se pensate che negli ultimi anni sono state rubate chitarre a Peter Buck e Tom Petty, riottenute solo con lauti riscatti). Nel “rider” di Springsteen ci sono 18 stanze, due stanze separate per lui (con 12 candele ed incenso) e la moglie Patti Scialfa. E poi la richiesta di posate vere, non di plastica, per magiare il tacchino per 90 persone ordinato prima del concerto ad Hyde Park.

(Non) E’ solo rock ‘n’ roll, ma con un certo stile.

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