Uff, le biografie rock (Neil Young. La noia)

E’ tutta colpa di Keith Richards. Che ci ha regalato il più bel libro rock di tutti i tempi, la spettacolare autobiografia “Life”. Come notava il New York Times qualche tempo fa, quel libro – una sequenza di fuochi d’artificio linguistici e aneddotici – ha spiegato ai musicisti che raccontare la propria storia può aumentare il profilo, può generare benefici economici e d’immagine.

Insomma, Keith Richards ci ha regalato anche  il diluvio delle biografie ufficiali. Apriti cielo. Ne sono uscite due particolarmente attese, in questo periodo. “Waging heavy peace” di Neil Young e “Who I am” di Pete Townshend. Pare che quest’ultima sia sul livello di quella di Richards (“Mick Jagger è l’unico uomo che mi sarei scopato”, è una delle frasi più citate per promuoverla e spiegare il linguaggio diretto del chitarrista degli Who).

Io, nel frattempo, ho letto quella di Neil Young. Lo dico?

Altro che Le Noise. La noia.

L’ho detto.

E’ come ascoltare uno di quei dischi fuori di testa che Neil Young ha spesso prodotto. “Trans” o “Everybody’s rockin”. Capisci perché l’ha fatto. Capisci che c’è un’idea, magari anche bella. Ma lo consumi con l’amaro in bocca e alla fine ti dici: cazzo, con tutto quel talento, doveva proprio tirar fuori una roba così?

Eppure Neil Young è esattamente questo. Uno che fa tutto a modo suo, e ci piace anche per i suoi colpi di testa. Ma questo libro…

Non aspettatevi coerenza,  non aspettatevi storie. Ce ne sono, certo. Ma molte meno di quelle che ci si potrebbe aspettare da uno che calca le scene da quasi 50 anni. E comunque sono perse in un flusso di coscienza di divagazioni sulle sue passioni.

Per dire: le prime 50 pagine sono per metà dedicate ai trenini elettrici – il vecchio Neil si è pure comprato un’azienda che produce riproduzioni in scala. Buona parte delle altre pagine sono dedicate alla sua passione per le macchine (tra cui la LincolnVolt – macchina sperimentale) e a quella – un’ossessione, in realtà – per la qualità dell’audio. Young si sta impegnando nel lanciare un sistema hardware-software di distribuzione consumo di musica a livello dei master di studio. Ne ha mostrato anche un prototipo da Letterman, di questo sistema Puro.

Young sostiene che gli MP3 sono la radio – buoni per la scoperta della musica, ma pessimi perché riproducono appena il 5 percento delle sfumature cui un musicista lavora in studio – e ha ragione a condurre questa battaglia. Gli auguriamo tutta la fortuna possibile, ma nel libro questa cosa ritorna una quantità di volte impressionante. Gli stessi concetti sono ripetuti allo sfinimento.

In mezzo qualche dettaglio sui suoi rapporti con Stephen Stills, David Crosby e Graham Nash, aneddoti su Dylan e Springsteen, sulla scena californiana in cui è cresciuto.

Molta introspezione – è bello, questo sì, entrare nella mente ostinata e un po’ contorta di un grande come Young, vedere i suoi processi mentali. Questo è il lato positivo del libro, che però non arriva alle vette letterario delle oniriche “Chronicles” di Bob Dylan.

Se vi accontate, bene.

Se no, passate oltre, alla prossima bio, o al prossimo disco con i Crazy Horse.

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