Monthly Archives: settembre 2013

Lightining Bolt

(Da Rockol)

Pearl Jam_Bolt

(Premessa: questa recensione inizia con un preambolo sui Pearl Jam e sulla strana attesa di questo disco sui social. Se non ve ne frega una mazza – più che legittimo – e volete sapere com’è il disco, fate il salto alla prossima parentesi. Se volete, addirittura, andate alla fine, dove ne parliamo canzone per canzone.)

Ci sono poche band “universali” come i Pearl Jam. Credibilità enorme, difficilmente ne sentirete parlare male apertamente. Una cosa rara, in un periodo in cui la musica è sempre più fatta di tribù e tifoserie schierate una contro l’altra: oggi non basta dire che non ti piace, ma è necessario esprimere a voce alta lo schifo.
“Lighting bolt” arriva a 4 anni da “Backspacer”. Dire che è uno degli album rock più attesi dell’autunno è poco. Basta vedere quanto se n’è parlato in quel luogo del racconto della musica che è la conversazione sui social network. E lì si manifestano solitamente cinque figure, ad ogni uscita importante:
1)Il fan: quello a cui piace tutto, basta che sia riconoscibile
2)L’appassionato fiducioso
3)L’appassionato ma scettico/deluso (quello che ascolta il primo singolo e ha da ridire, con diverse gradazioni)
4)L’hater (“haters gonna hate”…)
5)Il convertito (quello che prima facevano schifo, ora…)
La mia cerchia di amici è fatta di addetti ai lavori, appassionati e fan dei Pearl Jam (disclaimer: io faccio parte di tutte e tre le categorie, senza soluzione di continuità). E, per la prima volta, ho notato un forte scetticismo nei confronti della band. Nessun hater – i PJ ne hanni ben pochi, mi pare. Tanti fan, molti entusiasti come sempre. Ma altrettanti che, da appassionati, hanno detto non senza amarezza che “Mind your manners” e “Sirens” facevano cagare (senza giri di parole).

Sono andato ad ascoltare questo disco con quelle conversazioni nelle orecchie e pensando che di “Backspacer”, alla fine, mi era rimasto addosso ben poco, quattro anni dopo. Ci sono ancora, i nostri? Hanno stufato? O sono una band in quella fase da “grande esperienza, grande mestiere, pochi guizzi?”

La mia idea era che quelle due canzoni erano buone cose “alla Pearl Jam”, nulla di più, nulla di meno: un bel punkettone (ma già sentito: “Spin the black circle” etc) la prima e una classica ballata/mid tempo la seconda. Entrambe sostenute dall’interpretazione di Vedder (buona nella prima, magnifica nella seconda). Ma un disco tutto così avrebbe dato ragione ai delusi.

(Qua inizia la parte dove si parla del disco. Benvenuti se avete saltato la parte precedente. Grazie per la pazienza, se avete retto il preambolo)

“Lightning bolt” non è il disco che ci si può aspettare dai Pearl Jam: “Mind your manners” e “Sirens” non sono così rappresentative della varietà dell’album. Che, per certi versi, è sorprendente.

Bisogna dar atto ai Pearl Jam, che dopo un paio di dischi tutto sommato “nella norma” hanno provato a spostare le carte in tavola, uscendo un po’ dai loro canoni. Un bel po’.

Certo, quel “canone” è ben rappresentato: la title track è un esempio di rock “alla Pearl Jam”, scritto, cantato, suonato benissimo. L’attacco di “Getaway” è un altro rock dritto, con gran tiro e grandi suoni, ma molto, molto già sentito. Ma già da “Father’s son” le cose cambiano. E cambiano in buona parte del disco – con il quasi funk-rock di “Infallible”, il bluesaccio (post)moderno di “Let the records play”, i suoni rarefatti di “Pendulum”. E’ un disco dall’andamento poco lineare, per certi versi – sicuramente meno dei precedenti.
Ora, in tutto questo è chiaro un dato: i Pearl Jam, hanno superato (da un bel po’ di tempo) l’apice della loro produzione in studio. La cosa migliore che è uscita dalle loro parti, nell’ultimo decennio, peraltro, l’ha fatta Eddie Vedder: quel capolavoro della colonna sonora di “Into the wild”; echi se ne sentono anche qua, in diverse canzoni: “Sleeping by myself” – incisa in “Ukulele songs”, che anche con la band sembra una canzone solista del cantante. Così come le due ballate finali”, “Yellow moon” e “Future Days”.

Insomma, “Lightning Bolt” non è il disco che farà gridare al miracolo e non è paragonabile con gli album “classici” della band. Ma è comunque un signor disco.

A me ha ricordato “No line on the horizon” degli U2. Non perché i Pearl Jam provino a suonare come Bono & co (Dio ce ne scampi) – ma perché lì la band arrivava da uno dei dischi più dritti (e banali) della sua carriera, e aveva provato a cambiare suoni e struttura di una parte delle canzoni, pur rimanendo riconoscibile. “Lightning bolt” fa una cosa simile. Non è ai livelli di quel capolavoro spiazzante che fu “No code”, ma fa il suo lavoro con buonissimi risultati. Il tempo dirà se è un disco che rimane.

(Ecco, qua si va veramente nel dettaglio: una piccola descrizione canzone per canzone, di quelle che hanno senso solo per la curiosità, visto che questa recensione esce con due settimane buone di anticipo sull’album. Se avete retto fino a qua leggendo tutto fate parte davvero dei fan o degli appassionati “borderline”. Grazie.)

“Lightining bolt” – canzone per canzone.

“Getaway”: rock dritto dall’andamento tradizionale, scritto tutto da Vedder. Gran suono di chitarre – ricorda molte cose “classiche” della band – pure troppo – senza l’atteggiamento punk del singolo. Vedder parla di trovare un rifugio: “It’s ok/Sometimes you find yourself/Having to put all your faith/In no faith”.

“Mind your manners” : Questa già la conoscete. Un punkettone bello ma anche questo tutto sommato di maniera, un genere già frequentato spesso in passato dalla band, che non ha mai fatto mistero dell’amore per band com X, Dead Kennedys, Bad Religion.

“My father’s son” : Uno strano rock, dall’andamento quasi altalenante, o dominato dal giro di basso di Ament – che infatti ha scritto la musica. Non sembrerebbero i PJ – ed è un gran bene – se non per la voce di Vedder. Che racconta una storia di rapporti complicati con i genitori, dalla cui eredità bisogna liberarsi (“From the moment I fail/I call on DNA/Why such betrayal? /I gotta set sail”).

“Sirens” : anche questa la conoscete. Ho letto di gente che la ama alla follia e gente che la trova noiosa, paragonandola ai Nickelback (non scherziamo, dai). Un pezzo basato sulla 12 corde acustica e soprattutto sull’interpretazione da urlo di Vedder. Senza di lui…

“Lightning Bolt” Scritto tutto da Vedder – parte come un mid tempo, che ricorda molte cose già storiche della band: il giro di chitarra iniziale sembra un po’ “Wish list”, ma più veloce; poi la canzone accelera, e parecchio, nel ritornello, che è rock puro; gran brano, anche se questo forse un po’ di maniera – la prima “title track” della storia del gruppo.

“Infallible” : Altro pezzo dall’andamento strano, quasi sincopato, scritto a tre mani da Vedder con Gossard e Ament, con una bella apertura nel ritornello. C’è addirittura il Tenori-on usato come sequencer da Brendan O’ Brien – ma quasi non si sente. Vedder canta della presunzione umana: “By thinking we’re infallible/We are tempting fate instead”

”Pendulum” Altra canzone scritta a tre mani da Vedder/Gossard/Ament: una ballata dal suono, rarefatto, stratificato, con strumenti quasi lontani. Anche la voce di Vedder, si allontana nell’acuto: canta della condizione umana, questa volta delle sue continue oscillazioni, come un pendolo, appunto: “Easy come and easy go/Easy left me a long time ago”

“Swallowed whole” : rock elettro-acustico, ricorda un po’ alcuni momenti del disco precedente, un power-pop quasi remmiano, con la 12 corde elettrica che si inserisce sull’acustica, mentre Vedder canta del sentirsi parte di qualcosa di più grande, la natura.

“Let the records play” rock blues con chitarre distorte tra Neil Young e i Black Keys. Anche qua, andamento e suoni che non ti aspetti dai PJ. Dio fa il DJ? “When the Kingdom comes/He puts his records on/And with his blistered thumb hits play”.

“Sleeping by myself”: trasformata in un folk rock, con chitarre acustiche – suona più piena (e migliore) di quella su “Ukulele” songs” del solo Vedder. L’ukulele rispunta alla fine, però.

“Yellow moon” Una ballata abbastanza tradizionale, basata su una chitarra acustica su cui arriva l’elettrica – la band gioca sul sicuro.

“Future Days” Altra ballata, che parte con il piano – poi entra una chitarra arpeggiata, dopo addirittura un violino. Una canzone d’amore, il rapporto a due come redenzione, in un brano che sembra arrivare dritto dalla produzione solista di Eddie Vedder, potrebbe stare su un suo disco.

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Dark California Stars

L’Americanarama è un sogno. E’ quel tour di quest’estate dove i Wilco, i My Morning Jacket, Ryan Bingham, qualche volta Richard Thompson dividevano il palco.

Era da un po’ che cercavo una scusa per scrivere un post, perché secondo me un tour del genere rappresenta quello che dovrebbe essere la musica: grandi artisti che, suonando assieme, si divertono e fanno divertire. Han suonato di tutto in quei concerti: cover pazzesche fatte assieme da gente pazzesca. Ma niente è pazzesca come quella qua sotto.

I Wilco con Bob Weir dei Grateful Dead che rifanno “Dark star” –  la “jam song” per eccellenza. Nels Cline – oggi è uno dei migliori chitarristi in circolazione –  fa la parte di Jerry Garcia e duetta e duella con Weir. 17 minuti di puro godimento chitarristico – e la cosa più bella è la parte centrale, dove i Wilco riprendono la loro “California stars”, in versione rallentata, ipnotica. Se vi piace il genere, è una roba veramente da brividi. Registrazione dignitosa, ma amatoriale – peccato non l’abbiamo suonata al concerto di cover di qualche tempo fa, che poi hanno pubblicato ufficialmente.

Ah, a quel tour c’era anche Bob Dylan. Che invece si è fatto i fatti suoi per tutto il tempo – solo una volta ha invitato a suonare gli altri sul suo palco, e quasi di malavoglia…

 

 

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Canzoni per Slim

E così son tornati da poco i Replacements. Da veri outsider, han consumato la loro reunion dal vivo la domenica sera in cui Miley Cyrus si dava al twerking in diretta su MTV . Facevan tenerezza, quegli sparuti tweet dedicati ai Replacements in mezzo ad un sacco di gente che si chiedeva “Che diavolo è il twerking?”…. Pochi appassionati che celebravano il ritorno di una delle band più importanti del rock americano degli anni ’80.

C’è un motivo se la band si è riunita. Slim Dunlap – chitarrista dell’ultima fase della band prima dello scioglimento- ha avuto un’emorragia celebrale nel 2012. Paul Westerberg, il cantante-autore-leader, ha riunito quel che rimaneva del gruppo, ovvero solo il bassista Tommy Stinson – che nel frattempo ha suonato nei Guns ‘n’ Roses. La band ha inciso un EP di cover: la versione in vinile è stata messa all’asta ed ha raccolto 100.000 dollari per le cure di Slim.

Da allora, ogni mese, amici di Slim incidono le sue canzoni post-Replacements. I 7″ vengono poi messi all’asta. Oggi comincia quella dell’ultimo della serie, uno “split” tra Jeff Tweedy e i Lucero. Finita l’asta, le canzoni vengono messe in vendita e in streaming – le ho raccolte qua sotto, su Spotify. C’è Frank Black, c’è Craig Finn degli Hold Steady, c’è Jakob Dylan. Le mie preferite sono quelle di Victoria Williams e soprattutto quella di Joe Henry – classe da vendere.

Ascoltate e poi comprate (su iTunes) : sono progetti che fanno bene alla musica, per la qualità delle canzoni, e per lo scopo.

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Come funziona la musica

In questi giorni esce in Italia “Come funziona la musica”, libro di David Byrne di cui non si può davvero fare a meno: questa cosa l’avevo scritta l’anno scorso dopo aver letto la versione inglese – l’ho risistemata e pubblicata in questi giorni su Rockol.

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia recentemente pubblicata: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione dice Young.<br>

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che proprio non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.<br>

Non tutti, però. Il libro musicale di di questo periodo non è una delle tante autobiografie ufficiali uscite recentemente – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.<br>

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne: uscito in inglese nel 2012 per McSweeneys (la raffinatissima casa editrice di Dave Eggers), viene pubblicato ora anche in Italia per Bompiani, in veste che rispetta l’originale: copertina “imbottita”, carta di ottima qualità e foto a colori per illustrare il testo.<br>

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?<br>

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale, meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:<br> <i>Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine</i><br>

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambe le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.<br>

Il primo capitolo è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. <br>
Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni: “Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).<br>

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza: racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.000 dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne esamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.: “Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta, ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.<br>

E poi esamina i modelli di contratto, esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).<br>
La traduzione italiana arriva un poco in ritardo, ma è un’ottima notizia: questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

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Home taping (a proposito di cassette e Cassette Store Day)

C’è una giornata per celebrare qualsiasi cosa, oggi, si dice. E oggi è il 1° Cassette Store Day.

Ma non bastava il Record Store Day? No, evidentemente. Perché il RSD celebra i negozi di dischi – cosa che ha un senso, eccome se ce l’ha. Qua si celebra  un formato. Un formato vecchio. E’ una cosa  puramente retromaniaca: le cassettine magnetiche, dice Billboard, attualmente valgono lo 0,02% del mercato. Il vinile, di cui si parla in termini di rinascita, vale il 2%. Il Cassette Store Day riprende (copia?) il modello del RSD con uscite esclusive e qualche evento in giro per il mondo (qualcuno anche da noi).

la musicassetta, anzi la “Compact cassette”  ha vissuto ben oltre il suo limite fisiologico. Il fatto è che la cassetta è stata spinta dall’industria discografica come supporto alternativo al vinile, ma è sopravvissuta all’arrivo del CD. Ma già allora era un incubo, per l’industria: “Home taping is killing music”, diceva uno slogan degli anni ’80 –  la pirateria era un’ossessione ben prima del digitale. I Dead Kennedys risposero con una fantastica idea: il loro disco in cassetta su un lato, l’altro vuoto per “piratare” un altro disco…

In alcuni casi, come in India, la cassetta preregistrata ha dominato il mercato. Ma da noi, quella che funzionava,  era la cassetta vuota. Anzi, la cassetta “vergine”: la C-60, la  C-90, magari al ferro o al cromo se volevi qualità migliore. Le TDK, le Sony, le BASF e chi più ne ha più ne metta. La cassetta vuota serviva a due cose: a registrare la musica che non potevi comprare, dalla radio (per impedirlo le canzoni che venivano appositamente “sporcate” da un jingle o da un parlato) o dai dischi degli amici (“io compro questo, tu quello, e poi ce li registriamo”). E poi serviva a fare le famose mixtape. Metteteteci l’esplosione dei walkman negli anni ’80 e capite il perché della longevità di un supporto che era già superato dai CD negli anni ’80.

Personalizzazione e portabilità.

Tutte cose che oggi ritroviamo, ampliate, negli MP3. La rinascita del vinile ha dei motivi che la cassetta e l’MP3 non hanno: la qualità e il calore del suono,  la bellezza dell’oggetto, la ritualità del gesto dell’ascolto.  L’oggetto cassetta ha un suo fascino, ma molto minore. E, sì, il gesto del fare la cassetta è stato bello, ma oggi  appare inconcepibile passare due ore a fare una cassettina quando in 5 minuti puoi fare una playlist.  Pensate alla fatica, rileggendo la descrizione migliore di quel “labour of love” che era fare una cassettina in “Alta fedeltà” di Nick Hornby:

“Mi ci vollero ore per mettere insieme quel nastro. Per me, fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera: è tutto un cancellare e un ripensarci e ricominciare da capo – e ci tenevo che venisse fuori un buon nastro. Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie e… beh, ci sono un sacco di regole. Così sudai sette camicie componendo questa cassetta qua, e da qualche parte per casa devo ancora avere un paio di nastri di prova, prototipi poi eliminati”.

Insomma a me il Cassette Store Day sembra una forzatura. Quanti di voi, almeno quelli che hanno attorno ai 40 anni, hanno mai comprato una cassettina originale? Io qualcuna, da bambino.  Ma compravo soprattutto 45 giri e dischi. Quelle che ho comprato (mi ricordo un “Toto IV” e un “Spirits having flown” dei Bee Gees”) non le ho conservate. Ho scartabellato in casa, e l’unica cassetta “originale” che ho trovato sono quelle che vedete in foto qua sotto: un fantastico bootleg ufficiale dei R.E.M., che nel ’95 pubblicarono un singolo su cassetta, invitando a registrare nello spazio vuoto le altre b-side per compilare quello che era, di fatto, il primo disco dal vivo ufficiale della band.

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E poi conservo qualche bootleg di quelli che trovavi nei mercatini di Camden Town: quello dei “tapers” dei concerti:  è un mondo fantastico – leggersi questo articolo sui Grateful Dead e sui loro fan: è da lì che è nata la moda dei bootleg ufficiali o siti come Archive.org che conservano migliaia di registrazioni live storiche.

E poi tante, ma tante mixtape: ne ho un scatolone pieno.

Onore a chi celebra queste ultime, come il fantastico libro di Thurston Moore di qualche anno fa. O come, da noi  il MixTape Fan Club di Lorenzo Barbieri (che ne ha riattualizzato il formato tramite un bel sito e che oggi organizza un evento all’Ostello Bello di Milano).

Le MixTape hanno liberato la fantasia visiva (le copertine disegnate a mano) e musicale, permettendo di crearsi le proprie scelte musicali in unico spazio, anticipando modi di fruizione della musica che oggi ci sono naturali.

Ma le cassette originali commerciali preregistrate… No, dai. Proprio non se ne sente  la mancanza. Hanno avuto la loro funzione, fatto il loro tempo. Se ne riconosce l’importanza storica, le si ricorda. Ma non facciamole diventare qualcosa che non sono mai state: non ci sono grandi motivi per celebrarle o provare a rilanciarle sperando nell’effetto-vinile: si finisce soprattutto per dare ragione a Simon Reynolds che dice che siamo schiacciati dal passato. E anche quella di Reynolds, come la celebrazione delle cassette è una forzatura bella e buona.

 

 

 

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