Monthly Archives: ottobre 2013

Sunday mourning

Quando muore un grande, quando si scioglie una band succedono cose brutte e cose belle.

La cosa brutta sono le cazzate che leggi in giro. Ne ho lette tantissime, su Lou Reed, più del solito – diciamo che è un segno della sua importanza: tutti che saltano sul carro del morto a dire “Io l’ho conosciuto, mi ha cambiato la vita” (persino chi ha ascoltato due canzoni, persino presunti VIP che non c’entrano nulla con lui e con ciò che ha rappresentato – ne trovate un buon campionario ritwittato da @vendommerda). Poi ci siamo noi giornalisti, sbagliati (tipo chi coglie l’occasione per distinguersi dicendo che i Velvet Underground sono uno dei gruppi più sopravvalutati della storia – ma per piacere) o autoreferenziali (ho contribuito al genere su Rockol). E poi c’è la  gara degli uffici stampa a far pubblicare i ricordi dei loro artisti, usciti su Facebook o su Twitter .  E’ l’epoca del “social mourning”.
Il premio per il peggior tweet l’ha vinto lo scrittore Sandro Veronesi, che ha scritto “I am Lou Reed”. A chi gli ha fatto notare la mancanza di stile, ha risposto stizzito: “Era quello che diceva quando saliva sul palco”. Ma cosa doveva dire, “I am Sandro Veronesi”?

E poi ci sono le cose belle, sincere. Qualche bel tweet (quello di Simon Le Bon: “#LouReed gone from this world today. Don’t for god sake say RIP, coz we all know he’s a’walking, & we all know which side he’s walking on”), qualche bel pezzo di ha frequentato davvero la sua musica (leggete quello di Enrico Ruggeri) – o il bel ritratto di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che vedete qua a fianco

Ma soprattutto musicisti che vanno sul palco e suonano le canzoni su cui sono cresciuti. Iniziamo dai Pearl Jam, che questa notte a Baltimore hanno suonato “I’m waiting for the man” (che non avevano mai suonato prima) – sono certo che ne arriveranno altre. Un altro regalo postumo di Lou.

UPDATE – altro gran bel tributo, al Bridge Benefit: Neil Young, My Morning Jacket (ed Elvis Costello che fa solo tac tac con il piedino, in realtà) che suonano “Oh! Sweet Nuthin” (grazie a Dario per la segnalazione)

 

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Grazie, Lou Reed

L’ultima volta che l’ho incontrato è stato due anni fa, l’8 luglio del 2011: Lou Reed passò da Milano durante il suo tour italiano e decise di incontrare la stampa. 69 anni, faccia segnata, andatura traballante. Stronzo come sempre, con i giornalisti, anche se con me fu singolarmente gentile, acconsentendo a far filmare l’intervista senza problemi (un collega, invece, venne tirato scemo a suon di “aumenta la saturazione” e “virala in bianco e nero”, per il solo gusto di rompere le scatole).

Acconsentì persino a farsi fare una foto a fine intervista, bevendo un bicchiere di caffé freddo – l’ennesimo della giornata.

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Rispose a monosillabi (o poco di più, diciamo). La chiacchierata fu concentrata principalmente sul giro di concerti italiano, denominato “Power rock tour”, con accenni alla musica digitale (era un appassionato di tecnologia e gadget, tanto da avere fatto da solo un’app che aumentava i caratteri dell’iPhone, Lou’s Zoom) e al futuro disco con i Metallica, che sarebbe uscito dopo qualche mese – e che sarebbe rimasta l’ultima prova di studio. Un peccato, perché sarebbe stato una delle cose peggiori della sua carriera. Ma ormai era invecchiato, e tanto. I suoi anni valevano il triplo (“My week beats your year”, scrisse nelle note di copertina di “Metal machine music”) e li sentiva tutti. Il concerto, poi, fu traballante come la sua andatura:  brani dei Velvet Underground (“Femme fatale”, “Venus in furs”, “Pale blue eyes”, “Sunday morning”), brani quasi dimenticati dal repertorio solista come “The bells” e “All through the night”, momenti di jam session diretti brevi e precisi cenni e momenti in cui sembrava non reggersi sulle gambe.

La fama di “mangia-giornalisti” era ampiamente meritata: lo ricordo ad un concerto al Vittoriale, in cui mandò a quel paese (con ben altre parole) un reporter in prima fila che aveva il computer sulle ginocchia e stava scrivendo il pezzo, minacciando di interrompere il concerto. O una trasmissione di MTV in cui gelò il conduttore (Enrico Silvestrin), che preso dall’entusiasmo di avere di fronte un mito, si era lasciato prendere la mano: “So, what’s the question?”.

Se li poteva permettere, questi atteggiamenti, dall’alto della sua statura artistica. Se c’è uno per cui la parola “mito” non è fuori luogo, è proprio Lou Reed: uno che ci ha insegnato cosa vuol dire “rock”, cosa significa “trasgressione”. Il primo disco dei Velvet Underground rimane uno dei più grandi album di tutti i tempi, capace di unire – come la pop art del suo mentore Andy Warhol – l’alto al basso, le esperienze estreme alla melodia pop. E anche quando continuò da solo, raccontò un mondo che era l’immaginario del rock, con una forza lirica e musicale senza pari. Non aveva bisogno della stampa, spesso non aveva bisogno neanche del pubblico – faceva solo quello che voleva, come voleva. Sbagliava, e tanto: la sua discografia e la sua carriera hanno cadute di stile enormi, soprattutto negli anni ’80; solo alla fine del decennio, con “New York”, tornò a produrre musica degna del suo nome, riunendosi brevemente con John Cale poco dopo (“Songs for Drella”, dedicato ad Andy Warhol), e inanellando una serie di album ottimi che lo hanno portato fino al nuovo millennio, tra cui “Magic & loss”, dedicato proprio al tema della morte. Negli ultimi anni ha suonato tanto, spesso in Italia, e prodotto poco – l’ultimo incisione di rilievo è il concept-album “The Raven”, di 10 anni fa.

Ora, in questi giorni, lo ricorderanno per e con “Walk on the wild side” (che peraltro concesse pure – sacrilegio – per lo spot di un motorino: “Non accontentatevi di camminare”) o “Perfect day”: soprattutto in questa era di “social mourning” su Facebook e Twitter, si ricorre sempre alle canzoni più famose, alle più ovvie. Ma nulla renderà giustizia alla grandezza di un Artista – uno dei pochi per cui la parola non è abusata, nella musica.

Nessuna parola sarà mai abbastanza, né per raccontare la sua vita, né per raccontare la sua morte.

Forse una sola: grazie, Lou.

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Lego Record Store

(Via The Brick Brothers)

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Fa freddo nella cattedrale del suono: la recensione di ‘Reflektor’ degli Arcade Fire

(Da Rockol)

Ma la musica? Il dubbio ti assale quando esce un disco come “Reflektor” – anticipato da canzoni, video , teaser, indizi, graffiti, segreti…Per ascoltarlo in anteprima ho firmato una liberatoria-patto con il diavolo di quelle solitamente riservate a gente come Madonna, Robbie Williams (e Daft Punk, ultimamente). Un’ossessione di controllo della comunicazione che funziona: una settimana dall’uscita, del disco in rete non c’è traccia (ma se andate su Google “Arcade Fire” si completa facilmente in “Reflektor leak”, a testimoniare una speranza insoddisfatta dei tanti che cercano e non trovano).

Già, ma la musica? Ecco, quella c’è, eccome se c’è, in “Reflektor”: anche se non è detto che sia così strana/innovativa/diversa – come si è sperato/letto in giro, basandosi sugli indizi disseminati ad arte.

Gli Arcade Fire del 2013 sono come il primo minuto di “Here come the night time”, una delle canzoni centrali dell’album: qualche secondo di assalto sonoro, poi un rallentamento che riporta la canzone alla melodia, con una bel ritornello – assolutamente riconoscibile. Un’apertura spiazzante, subito mitigata da un ecumenico tentativo di unire elementi “classici” con nuovi suoni. Nella canzone, l’assalto è fatto da un ritmo caraibico forsennato, che poi si normalizza, con la voce di Win Butler, sempre un po’ indietro, a cantare una melodia dritta, accompagnata da chitarre e piano. Poi l’accelerazione finale e il ritorno alla melodia. Subito dopo, arriva la canzone più rock del disco, a ricordare le origini: “Normal person”. Dai Caraibi, dalla musica danzereccia al rock – il percorso è chiaro, e non così tortuoso, forse solo con qualche salto un po’ forzato.

“Reflektor” è un disco in cui gli Arcade Fire cercano spesso l’effetto “wow”, inserendo sulla loro musica suoni diversi, spesso nuovi o inaspettati: la dance (“We exist” ha un giro di basso che sembra uscire dritto da una canzone di Michael Jackson, o “Afterlife”), il dub (“Flahsbulb eyes”), l’elettronica (“Porno”) e i poliritmi africani e caraibici che tanto piacevano ai Talking Heads (uno dei nomi che più spesso tornano in mente, sentendo l’album – soprattutto nella già nota title-track). A questi si uniscono soluzioni più “normali” come il pop rock anni ’80 (“You already now”, che come già letto in altre recensioni – ricorda davvero i Cure), il punk (l’attacco furioso di “Joan of Arc”, che poi si scioglie – anche qua dopo pochi secondi in una più masticabile cavalcata ritmata, dominata da basso anni ’80 e tastiere), l’orchestra e gli archi (“Here comes the nightime II” e “Awful sound”, che si chiude in un finale quasi beatlesiano).

Alla fine tutto cambia per non cambiare. Tutti rimangono riconoscibili: sia gli Arcade Fire, sia gli elementi usati. “Reflektor” è una grande, ambiziosa, suprema, enorme opera di bricolage – nel senso classico del “Pensiero selvaggio” di Levi-Strauss: usare nuovi strumenti per rielaborare materiali già esistenti, quelli che si hanno a disposizione. Con il risultato finale che non è diverso se non per la disposizione delle parti.

Tra gli “strumenti” c’è l’ottimo lavoro di produzione di James Murphy degli LCD Soundsystem e Markus Dravs, bravi a omogeneizzare per quanto possibile il suono, che è pulito, preciso. Ma il difetto principale degli Arcade Fire, quello che si sentiva già nei dischi precedenti, qua rimane, nonostante la produzione. Anzi si amplifica: i generi, i riferimenti, gli elementi loro musica della band sembrano più in frizione/sovrapposizione che in fusione. In “Reflektor” certi frequenti cambi di ritmo, di struttura sembrano necessari alla band come espedienti per mettere dentro più cose possibili più che necessari alla canzone in sé

Gli Arcade Fire rimangono uno dei gruppi migliori nell’induzione e nella gestione del “successo 2.0”, quello fatto non di dati di vendita ma nella capacità di far parlare di sé, di innestare una conversazione a suon di status, tweet, condivisioni, views, like, etc… Non soltanto con la comunicazione, ma anche con una musica che è polarizzante: piace ad una larga parte di pubblico – quello cresciuto nell’indie e che ora guarda oltre questi confini, esattamente come fa la band – fa incazzare tutta la restante.

“Reflektor”, da questo punto di vista, è un disco che funziona alla perfezione – una bella e sontuosa cattedrale sonora costruita usando (o riciclando) pietre in parte diverse da quelle precedenti, assieme ad altre ben conosciute. Il tutto assemblato con una sapiente – ma compiaciuta – archittettura.

Dentro alla cattedrale – e nella musica degli Arcade Fire in generale – fa un po’ freddo. Un po’ meno “grandeur” e un po’ più di calore e di pancia non farebbe male.

TRACKLIST:

Vol. 1:
“Reflektor”
“We exist”
“Flashbulb eyes”
“Here comes the night time”
“Normal person”
“You already know”
“Joan of Arc”
Vol. 2
“Here comes the night time II”
“Awful sound (Oh Erydice)”
“It’s never over (Oh Orpheus)”
“Porno”
“Afterlife”
“Supersymmetry”

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Storia del rock a Bocconi (3): dal post punk agli anni ’80

Ecco i materiali della terza lezione del corso di Storia sociale della musica pop e rock,  oggi in Bocconi:  link, audio e video di cui si è parlato in aula.

  • Il punk americano
  • Il post-punk
  • La disco
  • Bob Marley e il Reggae
  • Il nuovo rock classico
  • MTV e la nascita della videomusica
  • Michael Jackson
  • Musica di plastica vs. musica di qualità
  • L’immagine pop e la MTVizzazione del rock

 La playlist dei video visti a lezione

Testi di riferimento

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