Fa freddo nella cattedrale del suono: la recensione di ‘Reflektor’ degli Arcade Fire

(Da Rockol)

Ma la musica? Il dubbio ti assale quando esce un disco come “Reflektor” – anticipato da canzoni, video , teaser, indizi, graffiti, segreti…Per ascoltarlo in anteprima ho firmato una liberatoria-patto con il diavolo di quelle solitamente riservate a gente come Madonna, Robbie Williams (e Daft Punk, ultimamente). Un’ossessione di controllo della comunicazione che funziona: una settimana dall’uscita, del disco in rete non c’è traccia (ma se andate su Google “Arcade Fire” si completa facilmente in “Reflektor leak”, a testimoniare una speranza insoddisfatta dei tanti che cercano e non trovano).

Già, ma la musica? Ecco, quella c’è, eccome se c’è, in “Reflektor”: anche se non è detto che sia così strana/innovativa/diversa – come si è sperato/letto in giro, basandosi sugli indizi disseminati ad arte.

Gli Arcade Fire del 2013 sono come il primo minuto di “Here come the night time”, una delle canzoni centrali dell’album: qualche secondo di assalto sonoro, poi un rallentamento che riporta la canzone alla melodia, con una bel ritornello – assolutamente riconoscibile. Un’apertura spiazzante, subito mitigata da un ecumenico tentativo di unire elementi “classici” con nuovi suoni. Nella canzone, l’assalto è fatto da un ritmo caraibico forsennato, che poi si normalizza, con la voce di Win Butler, sempre un po’ indietro, a cantare una melodia dritta, accompagnata da chitarre e piano. Poi l’accelerazione finale e il ritorno alla melodia. Subito dopo, arriva la canzone più rock del disco, a ricordare le origini: “Normal person”. Dai Caraibi, dalla musica danzereccia al rock – il percorso è chiaro, e non così tortuoso, forse solo con qualche salto un po’ forzato.

“Reflektor” è un disco in cui gli Arcade Fire cercano spesso l’effetto “wow”, inserendo sulla loro musica suoni diversi, spesso nuovi o inaspettati: la dance (“We exist” ha un giro di basso che sembra uscire dritto da una canzone di Michael Jackson, o “Afterlife”), il dub (“Flahsbulb eyes”), l’elettronica (“Porno”) e i poliritmi africani e caraibici che tanto piacevano ai Talking Heads (uno dei nomi che più spesso tornano in mente, sentendo l’album – soprattutto nella già nota title-track). A questi si uniscono soluzioni più “normali” come il pop rock anni ’80 (“You already now”, che come già letto in altre recensioni – ricorda davvero i Cure), il punk (l’attacco furioso di “Joan of Arc”, che poi si scioglie – anche qua dopo pochi secondi in una più masticabile cavalcata ritmata, dominata da basso anni ’80 e tastiere), l’orchestra e gli archi (“Here comes the nightime II” e “Awful sound”, che si chiude in un finale quasi beatlesiano).

Alla fine tutto cambia per non cambiare. Tutti rimangono riconoscibili: sia gli Arcade Fire, sia gli elementi usati. “Reflektor” è una grande, ambiziosa, suprema, enorme opera di bricolage – nel senso classico del “Pensiero selvaggio” di Levi-Strauss: usare nuovi strumenti per rielaborare materiali già esistenti, quelli che si hanno a disposizione. Con il risultato finale che non è diverso se non per la disposizione delle parti.

Tra gli “strumenti” c’è l’ottimo lavoro di produzione di James Murphy degli LCD Soundsystem e Markus Dravs, bravi a omogeneizzare per quanto possibile il suono, che è pulito, preciso. Ma il difetto principale degli Arcade Fire, quello che si sentiva già nei dischi precedenti, qua rimane, nonostante la produzione. Anzi si amplifica: i generi, i riferimenti, gli elementi loro musica della band sembrano più in frizione/sovrapposizione che in fusione. In “Reflektor” certi frequenti cambi di ritmo, di struttura sembrano necessari alla band come espedienti per mettere dentro più cose possibili più che necessari alla canzone in sé

Gli Arcade Fire rimangono uno dei gruppi migliori nell’induzione e nella gestione del “successo 2.0”, quello fatto non di dati di vendita ma nella capacità di far parlare di sé, di innestare una conversazione a suon di status, tweet, condivisioni, views, like, etc… Non soltanto con la comunicazione, ma anche con una musica che è polarizzante: piace ad una larga parte di pubblico – quello cresciuto nell’indie e che ora guarda oltre questi confini, esattamente come fa la band – fa incazzare tutta la restante.

“Reflektor”, da questo punto di vista, è un disco che funziona alla perfezione – una bella e sontuosa cattedrale sonora costruita usando (o riciclando) pietre in parte diverse da quelle precedenti, assieme ad altre ben conosciute. Il tutto assemblato con una sapiente – ma compiaciuta – archittettura.

Dentro alla cattedrale – e nella musica degli Arcade Fire in generale – fa un po’ freddo. Un po’ meno “grandeur” e un po’ più di calore e di pancia non farebbe male.

TRACKLIST:

Vol. 1:
“Reflektor”
“We exist”
“Flashbulb eyes”
“Here comes the night time”
“Normal person”
“You already know”
“Joan of Arc”
Vol. 2
“Here comes the night time II”
“Awful sound (Oh Erydice)”
“It’s never over (Oh Orpheus)”
“Porno”
“Afterlife”
“Supersymmetry”

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