Grazie, Lou Reed

L’ultima volta che l’ho incontrato è stato due anni fa, l’8 luglio del 2011: Lou Reed passò da Milano durante il suo tour italiano e decise di incontrare la stampa. 69 anni, faccia segnata, andatura traballante. Stronzo come sempre, con i giornalisti, anche se con me fu singolarmente gentile, acconsentendo a far filmare l’intervista senza problemi (un collega, invece, venne tirato scemo a suon di “aumenta la saturazione” e “virala in bianco e nero”, per il solo gusto di rompere le scatole).

Acconsentì persino a farsi fare una foto a fine intervista, bevendo un bicchiere di caffé freddo – l’ennesimo della giornata.

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Rispose a monosillabi (o poco di più, diciamo). La chiacchierata fu concentrata principalmente sul giro di concerti italiano, denominato “Power rock tour”, con accenni alla musica digitale (era un appassionato di tecnologia e gadget, tanto da avere fatto da solo un’app che aumentava i caratteri dell’iPhone, Lou’s Zoom) e al futuro disco con i Metallica, che sarebbe uscito dopo qualche mese – e che sarebbe rimasta l’ultima prova di studio. Un peccato, perché sarebbe stato una delle cose peggiori della sua carriera. Ma ormai era invecchiato, e tanto. I suoi anni valevano il triplo (“My week beats your year”, scrisse nelle note di copertina di “Metal machine music”) e li sentiva tutti. Il concerto, poi, fu traballante come la sua andatura:  brani dei Velvet Underground (“Femme fatale”, “Venus in furs”, “Pale blue eyes”, “Sunday morning”), brani quasi dimenticati dal repertorio solista come “The bells” e “All through the night”, momenti di jam session diretti brevi e precisi cenni e momenti in cui sembrava non reggersi sulle gambe.

La fama di “mangia-giornalisti” era ampiamente meritata: lo ricordo ad un concerto al Vittoriale, in cui mandò a quel paese (con ben altre parole) un reporter in prima fila che aveva il computer sulle ginocchia e stava scrivendo il pezzo, minacciando di interrompere il concerto. O una trasmissione di MTV in cui gelò il conduttore (Enrico Silvestrin), che preso dall’entusiasmo di avere di fronte un mito, si era lasciato prendere la mano: “So, what’s the question?”.

Se li poteva permettere, questi atteggiamenti, dall’alto della sua statura artistica. Se c’è uno per cui la parola “mito” non è fuori luogo, è proprio Lou Reed: uno che ci ha insegnato cosa vuol dire “rock”, cosa significa “trasgressione”. Il primo disco dei Velvet Underground rimane uno dei più grandi album di tutti i tempi, capace di unire – come la pop art del suo mentore Andy Warhol – l’alto al basso, le esperienze estreme alla melodia pop. E anche quando continuò da solo, raccontò un mondo che era l’immaginario del rock, con una forza lirica e musicale senza pari. Non aveva bisogno della stampa, spesso non aveva bisogno neanche del pubblico – faceva solo quello che voleva, come voleva. Sbagliava, e tanto: la sua discografia e la sua carriera hanno cadute di stile enormi, soprattutto negli anni ’80; solo alla fine del decennio, con “New York”, tornò a produrre musica degna del suo nome, riunendosi brevemente con John Cale poco dopo (“Songs for Drella”, dedicato ad Andy Warhol), e inanellando una serie di album ottimi che lo hanno portato fino al nuovo millennio, tra cui “Magic & loss”, dedicato proprio al tema della morte. Negli ultimi anni ha suonato tanto, spesso in Italia, e prodotto poco – l’ultimo incisione di rilievo è il concept-album “The Raven”, di 10 anni fa.

Ora, in questi giorni, lo ricorderanno per e con “Walk on the wild side” (che peraltro concesse pure – sacrilegio – per lo spot di un motorino: “Non accontentatevi di camminare”) o “Perfect day”: soprattutto in questa era di “social mourning” su Facebook e Twitter, si ricorre sempre alle canzoni più famose, alle più ovvie. Ma nulla renderà giustizia alla grandezza di un Artista – uno dei pochi per cui la parola non è abusata, nella musica.

Nessuna parola sarà mai abbastanza, né per raccontare la sua vita, né per raccontare la sua morte.

Forse una sola: grazie, Lou.

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