Monthly Archives: novembre 2013

Randy Newman

Manco lo sapevo, che oggi faceva 70 anni. E non è che sia così attento a queste ricorrenze, che poi sono una scusa per celebrare i grandi. E Randy Newman è un gigante della canzone americana: grande ironia (pure troppa: quando scrisse “Short people got no reason to live” lo presero sul serio), grandi melodie, grande intensità, grandi musiche. Ha scritto dei capolavori, che raccontano le contraddizioni dell’America come pochi altri. Dal vivo è un’intrattenitore gigantesco: piano, voce e storie raccontate come pochi.

Sottovalutato, almeno da noi, rispetto ai suoi pari: Dylan, Cohen, Waits, quella gente lì.

Un po’ se l’è cercata lui, perché sono anni e anni che ha fatto fortuna con le colonne sonore – chiamalo scemo. I suoi dischi sono rari, e le ultime cose sono reinterpretazioni piano e voce.  Così ho fatto una playlist con alcune delle sue cose storiche e la condivido con chi ha voglia di ascoltarla. Con un po’ di snobberia, non ho messo volutamente “You’ve got a friend in me” e “You can leave your hat on”, che sono le due canzoni più famose, ma ho messo due volte “Baltimore”, che è la sua canzone più bella, secondo me.

Commenti disabilitati su Randy Newman

Filed under Ascolti, Playlist

Il segno lasciato dal tempo (e dalla musica): i Waterboys dal vivo a Milano

(da Rockol)

Il tempo è passato per tutti: Mike Scott nasconde i capelli bianchi sotto un cappello a tesa larga e il viso dietro un paio di spessi occhiali (li leverà solo a fine concerto, rivelando una somiglianza impressionante con Steven Tyler). Steve Wickham nasconde un ventre prominente sotto un cappotto – la barba è bianca, i capelli radi. L’unico vezzo di Anto Thistlethwaite sono le scarpe di coccodrillo – per il resto sembra appena uscito da un pub, nascondendo la testa (presumibilmente pelata) sotto un cappellino da baseball. Io i capelli li ho ancora, ma sono abbondantemente venati di bianco, così come la mia barba, che alla fine degli anni ’80 non avevo. Chi più, chi meno, nella sala quasi piena dell’Auditorium di Milano. mostra quegli stessi segni.

Però quando i membri della formazione di fine anni’ 80 del Waterboys suonano, il tempo torna indietro per magia, come se 24 anni anni non fossero passati, come se “Fisherman’s blues”  fosse appena uscito.

Scott entra sul palco da solo, e attacca con l’acustica “Strange boat”, da quel disco. Poco dopo viene raggiunto dal violinista Wickham, che sembra uscito da un quadro di Chagall, da Thistlethwaite, che si alternerà per tutta la sera tra mandolini e sax. Poi arrivano Trevor Hutchinson (anche lui membro originale della band di quel periodo) e il batterista Ralph Salmins, unica entrata recente. E subito si capisce che il fuoco del folk-rock brucia ancora potente, che Scott è ancora un band leader come pochi, che sa guidare il suo gruppo tra gighe, rock, ballate.

Il tour si intitola “Fisherman’s blues revisited”, sullo sfondo troneggia un’immagine di una villa irlandese ricoperta d’edera, quella Spiddal House dove la band registrò buona parte delle canzoni, e poi sfondo della copertina. Ma i Waterboys non suonano per intero l’album, come va di moda ultimamente – anzi lasciano fuori dalla scaletta pezzi centrali del disco come “And a bang on the ear” e “World party”. Però pescano a piene mani da quel periodo, mettendo in scaletta outtakes delle lunghe sessioni dell’album, molte delle quali appena pubblicate nel “Fisherman’s box” e eseguite dal vivo quasi per la prima volta. C’è spazio per qualche brano del periodo precedente (quella “A girl called Johnny” che Scott dedicò a Patti Smith, suonata al piano elettrico, così come “Bang the drum” e “The whole of the moon”), per qualche brano dal sapore più blues. L’unico momento veramente rock è “We will not be lovers” (unica canzone eseguita con una chitarra elettrica), a cui si accompagnano diverse cover, sempre parte del repertorio di quel periodo, che tracciano alla perfezione il paesaggio musicale di riferimento dei Waterboys: “Girl from the north country” di Dylan, “I’m so lonesome I could cry” di Hank Williams e soprattutto una chilometrica ed intensa “Sweet thing” di Van Morrison, cantata con la citazione di “Blackbird”, come nell’album.

 

Ecco, intensità: quello che i Waterboys riescono ad esprimere, oggi come in quel periodo, è una carica che band più giovani e più “cool” si sognano. Alla fine, questo concerto e il “Fisherman’s box” sono un’operazione nostalgica e retromaniaca. Ma va benissimo così: il disco fu un capolavoro; il tempo avrà pure lasciato i suoi segni sulle persone, ma anche la musica. E quel segno non fa male. Anzi fa bene, soprattutto quando lo si rivive dal vivo così.

SETLIST:

Strange boat

Higher bound

A Girl called Johhny

Girl from north country

Stranger to me

When ye go away

Tenderfootin’

When will we be married

Come live with me

Raggle taggle gypsy

We will not be lovers

I’m so lonesome I could cry

Blues for your baby

Bang the drum

Mad as the mist and snow

Sweet thing

Fisherman’s Blues

Bis:

Steve’s fashionable gig

Whole of the moon

On my way to heaven

Saints and angels

Commenti disabilitati su Il segno lasciato dal tempo (e dalla musica): i Waterboys dal vivo a Milano

Filed under Concerti

Le peggiori cover di tutti i tempi (2) – la vendetta

E niente, quando ieri ho fatto girare questo giochino su Twitter e Facebook, amici e conoscenti hanno segnalato le cover orribili. Alcune le conoscevo (ma le avevo  rimosse). Di altre invece ignoravo l’esistenza (e forse era meglio così). (O forse no).

Con sprezzo del pericolo e della sanità delle mie e delle vostreorecchie, raccolgo le pessime cover  in un nuovo post, con il nome di chi le ha segnalate.  Qua, invece,  la mia lista originaria.

Il mio personalissimo premio tra quelle segnalate tra ieri e oggi va agli Slayer che massacrano “Born to be wild” e alla versione trip-fighetta di “Bohemian Rhapsody”. Il premio alle canzoni con il maggior numero di cover peggiori va a “Losing my religion” (anche se devo ammettere che a me la versione dei Lacuna Coil non dispiace) e a “Dancing in the dark” di Springsteen (ce ne sono altre…). Il premio al maggior numero  di cover brutte segnalate va a Enrico Sola (aka Suzukimaruti), che me ne ha indicate ben 9 (ne ho scelte due: le peggiori, ovviamente).

Ecco  qua la lista delle cover segnalate da voi – grazie a tutti quelli che hanno partecipato.

Se volete, votate la peggiore delle peggiore nei commenti o usando l’hashtag #coprilacover (lanciato da EmmeBi l’anno scorso su Twitter).

t.A.t.u. – “How soon is now” degli Smiths (Giovanni Ansaldo – arrivata adesso, la vincitrice per acclamazione)

Carla Bruni – “Absolute Beginners” di David Bowie (Daniele Cassandro)

Samantha Fox “(I Can’t Get No) Satisfaction” dei Rolling Stones (Enrico Sola)

Massive Attack “Light My Fire” dei Doors (Enrico Sola )

Tom Smith [Editors] – “Dancing in the Dark” di Bruce Springsteen (Antonio Bravetti)

Nouvelle Vague – “Love will tear us apart” dei Joy Division (Hamilton Santià)

Florence and the Machine – “Halo” di Beyoncé (Pop Topoi)

Raphael Gualazzi “Luce (Tramonti a Nord Est)” di Elisa (PopTopoi)

Korn – “Another Brick In The Wall” dei Pink Floyd (Gabriele Toresani)

Lacuna Colil – “Losing My Religion” dei R.E.M. (Carlo Vergani e Sara Borghi)

 Enrique Iglesias – “Sad eyes” di Bruce Springsteen (Gabriele Toresani)

Slayer – Born to be Wild degli Steppenwolf (Mauro Capelli)

Qualunque cover di Joni Mitchell, tranne la river di Robert Downey jr. (Guia Soncini – io scelgo due versioni di “A Case of You” che mi fanno rabbrividire, tanto sono gelide)

Courtney Love – “Jeremy” dei Pearl Jam (Daria Moretti)

Aaron Lewis – “Black” dei Pearl Jam (Luca Villa)

The Braids – “Bohemian Rhapsody” dei Queen (Bianca Micheletti)

Iggy Pop – “La vie en rose” (Alessandro Bochicchio)

Duran Duran – “Lay lady Lay” di Bob Dylan (Jacopo Ghioldi)

Pat Boone – “Enter sandman” dei Metallica (Alessandro Liccardo)

Snow Patrol – “Crazy in Love” di Beyoncé (Giovanni Cherubini)

Sabrina Salerno – “Kiss” di Prince (Daniele Cassandro)

Amy Macdonald – “Born to Run” di Bruce Springsteen (Giovanni Ansaldo)

Paul Anka – “Smell Like teen spirit” dei Nirvana (Alessandro Liccardo)

 

Commenti disabilitati su Le peggiori cover di tutti i tempi (2) – la vendetta

Filed under Ascolti, Cover, Playlist

Dance like Calvin and Hobbes

Questa per me è la miglior .gif di sempre

ku-medium

 

 

 

 

 

(via Laughing Squid e iO9)

Commenti disabilitati su Dance like Calvin and Hobbes

Filed under Visioni

Le peggiori cover di tutti i tempi

Quello delle cover è un mondo a parte, dove perdersi trovando gemme e spazzatura, una di fianco all’altra. L’altro giorno ho visto questo sketch del Saturday Night Live: un (falso) Adam Duritz dice che la (vera) cover di “Big yellow taxi” di Joni Mitchell fatta dai suoi Counting Crows è la peggiore di tutti i tempi. E poi (falsi) Britney Spears, Adele, Lady Gaga, Madonna cantano (false) cover, assolutamente verosimili.

Così mi sono messo un po’ a scavare nella mia libreria e in rete, alla ricerca di (vere) pessime cover. Ho trovato molte liste in rete – stranamente non una di Buzzfeed, che di queste liste ha fatto una ragione di vita (ricavandoci milioni di pagine viste). Ma NME, Rolling Stone, e tanti altri. Quasi tutti sembrano concordi nell’indicare come le peggiori di sempre “American Pie” di Don McLean rifatta da Madonna e “911 is a joke” dei Public Enemy, rifatta dai Duran Duran. A me quella di Madonna non dispiace, in realtà. Così ho provato a mettere in fila le mie peggiori preferite. Questi i criteri:

  1. No traduzioni in italiano – quello è un genere a parte.
  2. No cover natalizie. Altro genere a parte.
  3. No talent: troppo facile, sentire cover terribili lì, complice la fretta e l’inesperienza (poi una volta parleremo dell’X Factor di quest’anno…)
  4. No trash, tamarrate,  LOL e cover da YouTube. Solo artisti (internazionali) che fanno cover prendendosi sul serio: ti immagini loro, i loro manager e produttori che pensano: “Aho! Che idea, funziona rifatta così!”. E invece.
  5. No “Hallelujah” e no “Get lucky”. Una moratoria, per legge, per queste due cover.

Se qualcuno ha voglia di commentare e aggiungere le proprie – qua, nei commenti, su Facebook e Su Twitter – poi le raccolgo. Che di materiale ce n’è… Vado con le mie.

Bono & Chris Martin “What’s Goin on” (Marvin Gaye). Il prototipo della cover di merda: un classicone rifatto in maniera supponente da una o più superstar, buttando dentro due suoni nuovi per sembrare moderni e cantando tutto senza pathos. Pure con la scusa della beneficenza per pararsi le spalle. What else?

George Michael – “True faith” (New Order). Il vocoder. Il vocoder. Mi ammolla una canzone su cui era impossibile star fermi. E si che ha fatto anche delle belle cover lui, eh.

Celine Dion – “You shook me all night long” (AC/DC). Fa persino air guitar e il passo di Angus. E ho detto tutto.

Avril Lavigne, “Imagine” (John Lennon) (plin, plin, plin, plin, come direbbe il mio amico Paolo Madeddu)

Corrs – “Everybody Hurts” (R.E.M.)  Su Stipe&Co band sono un po’ sensibile, ok. Su questa canzone in particolare: è un attimo che diventi una lagna melensa se la canta la persona sbagliata… E qua è una lagna melensa. (E si che le Corrs sono uno dei miei scheletri nell’armadio: sono indifendibili, ma mi piacevano pure)  (musicalmente, s’intende).

Michael Stipe & Chris Martin – “Losing my religion” (R.E.M.) Per non sembrare, al solito, troppo filo-remmiano. La prima uscita post-scioglimento di Stipe, che coverizza se stesso. L’emozione passa in un attimo, quando ti rendi conto che Chris Martin non suona la chitarra, la prende a zappate.

Tori Amos – “Losing my religion” (R.E.M.)  Per rimanere in tema: come rendere ancora più allegra una canzone allegra. (C’era l’imbarazzo della scelta: “Smells like teen spirit” e “Enjoy the silence” hanno ricevuto un trattamento simile….) (Amo Tori Amos, sia chiaro) (Ma amo di più quelle canzoni…)

Travis -“Baby, one more time” (Britney Spears). La cover ironica. Artisti che prendono un pezzo pop, una hit e lo rifanno acustico/rock per dimostrare che loro sono fighi. Ogni tanto funziona. Più spesso rovinano grandi pezzi pop.

Britney  Spears – “(I can’t get no) Satisfaction” (Rolling Stones). L’opposto: artista pop prende classicone rock, per dimostrare… boh. Non so cosa vogliano dimostrare. O forse lo so, ma voglio rimuoverlo.

Sheryl Crow – “Sweet child o’ mine” (Guns n’ Roses). Semplicemente venuta male, senza un vero perché. Lei è brava, ma è la sua versione è edulcorata, Rock da radio FM.

 Limp Bizkit – “Behind blue eyes” (Who). Il Nu-metal non se lo ricorda quasi nessuno – ma molte band avevano l’abitudine di prendere pezzi altrui e stravolgerli (tipo gli Alien Ant Farm con Michael Jackson), per sembrare dissacranti. Quando entra la voce campionata alla fine che dice “Discover LIMP” metteresti volentieri le mani addosso a Fred Durst.

Papa Roach “Gouge away” (Pixies) Leggi sopra.

Macy Gray – “Creep” (Radiohead). I  dischi di cover. Bisognerebbe fare un premio a parte. E lo vincerebbe “Covered” di Macy Gray – grande cantante che in quell’album ha infilato una porcata dietro l’altra. C’è l’imbarazzo della scelta

 

 

 

 

2 Comments

Filed under Ascolti, Playlist