Don’t stand so close to me (cose che ho imparato intervistando Sting)

Oggi ho intervistato uno con la cui musica sono cresciuto. Non lo ascolto quasi più, se non per interesse professionale. Sinceramente ho smesso di capire il suo percorso. Secondo me pure lui ha smesso di capirlo – lo ha anche ammesso, dicendo di avere avuto un blocco dello scrittore per 8 anni.

Però un mito è un mito. Oltre ad una bella chiacchierata (che è diventata un’intervista su Rockol) mi sono portato a casa qualche lezioncina.

  • Ad un certo punto, certi cantanti è  meglio sentirli parlare che cantare. Dicono cose più interessanti di quelle che riescono a mettere in musica.
  • Tradotto: fanno dischi pallosissimi  (qua provo a dirlo in maniera un poco più elaborata) ma li staresti ad ascoltare per ore.
  •  Le star veramente fighe non vanno al Four Seasons, al figuriamoci al Principe di Savoia. Troppo cheap. Vanno al Bulgari.
  • I musicisti che ho intervistato al Bulgari: Renato Zero (Un pranzo memorabile: mi congedò con un “Vai dai tuoi studenti e dì che li saluta Renato!”). Interpol. Sting.
  • Certi musicisti del New Jersey non sono gli unici a passare i 60 anni dimostrandone 40 (anzi, avessi io il loro fisico).
  • Sting oggi, comunque, assomiglia a Biagio Antonacci – e anche un po’ a Phil Collins, mi dicono su Facebook.
  • Incontrare artisti che amavi da ragazzino ti trasforma in un ragazzino e ti fa perdere ogni professionalità (dura poco, solitamente 5 minuti alla fine dell’intervista, ma succede quasi sempre). 
  • Corollario: ti succede anche con artisti che ora ti piacciono zero. Vedere la faccia da ebete nella foto qua sotto.
  • Lo stesso capita ai miei colleghi (vedere foto sotto)
  • E lo stesso capita ai discografici (anche se qualcuno lo nasconde bene).

 

 

 

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