Monthly Archives: febbraio 2014

Hangover (Il luna park del giornalista musicale – ep. 4)

La festa è finita: se volete avere un’idea del bordello all’arrivo dei vincitori ieri sera, qua c’è il video.  Per non parlare di quando si è capito che il Corriere aveva twittato in anticipo il vincitore (gomblotto!).

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Per dirla con i Perturbazione, “Muoio già dalla voglia di ricordarti a memoria”. O forse no.

  • Il verdetto? Alla fine va bene così.  Sul podio tre artisti nati e cresciuti a Sanremo. Premi della critica a De André e Perturbazione. Renga, che tutti – me compreso – davano per vincitore certo, fuori dalla terzina. Le canzoni si capiscono sul palco – quella di Renga è funzionata di meno del previsto. Ma, come dice Pop Topoi, “Everyone’s a Giucas” (la faccia di Neurologico che dice “Rubino” vale la visione in loop del Vine).
  • Canzoni preferite dopo una settimana: Perturbazione, De André, Zibba, Noemi. E sì, anche Arisa.20140223-115003.jpg
  • Sono in gara per la foto più stupida della sala stampa con il Pupazzo Carletto. E sono tra i favoriti.
  • (No, non sono così di solito)
  • (Si, una settimana in Sala Stampa fa questo. Ed altro.)
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (1): Poco dopo un’intervista, sto lavorando. Testa bassa sul computer. Mi giro. Uno sta sbirciando il video che sto montando. Lo mando a quel paese. Era Tommy Lee. (Ha riso e mi ha fatto complimenti: “Stai già montando la mia intervista? Cool man!”. Gli americani…)
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (2): questo live fatto con Zibba, un piccolo momento magico di luce, acustica e musica. (lo spammo per l’ultima volta, giuro).
  • Il momento più imbarazzante del festival: Crozza. Ancora peggio dell’anno scorso.
  •  I miei momenti preferiti di questo Festival (3): le chiacchierate dal vivo con amici,  storici e soprattutto  nuovi. 
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (4): le chiacchierate su Twitter, come sempre da qualche anno a qualche parte. Se non ci fosse, sarebbe quasi intollerabile. Ti chiedi come il Festival facesse ad esistere prima.

Il luna park riapre l’anno prossimo. Le voci su chi potrebbe condurre/gestire/direttorareartisticamemente promettono bene…

Sigla.

Titoli di coda.

Amen.

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A spasso, come i lupi sul Gran Sasso (Il luna park del giornalista musicale – ep. 3)

Oltre la metà settimana. E mi sento a spasso come un lupo sul Gran Sasso, alla ricerca di un nesso tra la felicità e l’espresso (vado sui 7-8 al giorno, quindi sono molto felice, deduco).

Appunti sparsi delle ultime 48 ore:

  • Io nella vita vorrei intervistare gente come Rufus Wainwright: fa bella musica, simpatico, generoso, e dice sempre cose interessanti. 
  • Io a Sanremo vorrei vedere e intervistare gente come i Perturbazione : fanno bella musica, Pop con la P maiuscola. E sono simpatici, generosi e si divertono a suonare sempre e (vedere il Live@Rockol quasi improvvisato in un bar)
  • In sala stampa vorrei vedere più gente come Zibba, che ha improvvisato un miniconcerto sul palco dove i divi si fan fare le foto.
  • 20140221-133735.jpgI giornalisti che parlottavano in sala stampa durante l’esibizione di Damien Rice sono senza cuore. Io ne sono uscito distrutto, avevo i lacrimoni.
  • Inizio del programma mercoledì: ore 20:53. Prima canzone in gara alle 21.09 (16 minuti). 33,95% di share
  • Inizio del programma giovedì: 20:53. Prima canzone in gara alle 21.14,  (20 minuti, di 7 di riassunto delle canzoni e codici ).  34. 93 di share
  • Far cantare i giovani alle 0.20 (martedì) o alle 0.29 (mercoledì). Meglio mandarli ad un talent?
  • L’eta media dei giovani: 29,5 anni (ce ne sono 3 tra i 35 e 36 anni – il limite da regolamento)
  • “La mia generazione a spasso. Come lupi sul Gran Sasso” (Filippo Graziani – vedi sotto).
  • Poi, ad un certo punto, ogni anno mi innamoro di una canzone in gara, all’improvviso. Mi è capitato con “Senza di te” di Zibba: uno che suona da tempo, e si sente (il live che ho girato con loro in albergo è stato bellissimo, emozionante: lo pubblico doamani)
  • No Selfie Control, tra i giornalisti e addetti ai lavori: ogni occasione è buona per autoscattarsi una foto con qualcuno.
  • Il selfie più gettonato in sala stampa è quello con Carletto, il camaleonte della pubblicità, presente in carne ed ossa (ehm) vicino al banchetto di Dash.
  • (No, non l’ho fatto)
  • Poi ti chiedi perché certi artisti non lavorano. Dicono di venire a Sanremo per la visibilità, poi scendono con un’ora di ritardo dalla camera d’albergo, con dirette radiofoniche ed interviste programmate. Alle 11, mica alle 7 e mezza. Senza neanche avere cantato la sera prima.
  • (No, non vi dico chi è)
  • “Franklin Hi-NRG” (da un comunicato stampa ufficiale del Festival)
  • “Sul palco dell’Ariston si lavano voci molto intonate” (didascalia sul sito della rai al video del flash mob: voci pulite? voci bianche)
  • “Arisa? Vincerà perché è un’icona gay antiberlusconiana” (titolo di un giornale, l’altro giorno)
  • Il peso del giornalismo musicale italiano finisce qui, in questi telecomandi qua in fondo (ora non votiamo più, tutto al pubblico ed alla giuria di qualità)

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“Poco spazio alla musica” (cit.) – Sanremo, il luna park del giornalista musicale (Ep. 2)

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Ieri, martedì, è stata la giornata da “quiete prima della tempesta”. Che tempesta, poi: in un bicchiere d’acqua – a Sanremo, se non succede qualcosa si cerca di farlo succedere. Come la “polemica” nei confronti di Rufus Wainwright. O la presenza di Grillo. O qualsiasi altra cosa. Poi due operai sbucano sulla balaustra ed è subito 1995.

Appunti sparsi delle ultime 36 ore, o giù di lì:

  • Lunedì sera ho aperto una porta e mi sono trovato al raduno dei sosia.  C’era pure il sosia di Mario Biondi.
  • Tra gli sponsor del Festival c’è Dash, che ogni giorno mette un banchetto in sala stampa con micro confezioni di detersivo per i piatti. Il commento di Zanetti: “Finalmente un Sanremo pulito”.
  • “Il quarto accordo di questa canzone non si era mai sentito al Festival” (commento sentito alla prova di un giovane)20140219-083633.jpg
  • Ho sentito i giovani in prova. Uno che ha un passo diverso, qualche giovane vecchio, qualche cosa non male. Generale assenza di carisma. Nulla che mi sia davvero arrivato (cit. Simona Ventura). Ma sarà un problema mio.
  • “Quest’anno c’è poco spazio alla musica” (Esordio di una domanda dalla sala stampa delle radio, martedì)
  • “Poco spazio alla musica” è il mantra più usato da quando esiste Sanremo.
  • “Sanremo è il festival delle canzoni” (Mauro Pagani, direttore della commission Artistica)
  • “Sanremo è un varietà” (Luciana Littizzetto, Lunedì in conferenza stampa).
  • La prima canzone in gara, quest’anno, è arrivata dopo 37 minuti dall’inizio, alle 21.29 (ma c’è stato l’imprevisto della balaustra).
  • Domanda: ma come hanno fatto i due operai ad arrivare fin lassù? La sicurezza dell’Ariston è ferrea, di solito.
  • Il 90% delle domande di oggi alla conferenza stampa saranno su di loro e su  Grillo (che fine ha fatto, poi?). Poi qualcuno – indovinate – si lamenterà che si parla poco di musica.
  • “Ci deve essere un nesso tra la felicità e l’espresso”: il verso di  quest’anno è dei Perturbazione.
  • In un solo caso sapevo già che canzone votare. E non è passata (“Invisibili” di Cristiano De André: bellissima e spietata).
  • Ho preso 4 votazioni su 7 (Arisa, Frankie, Ruggiero, Gualazzi).
  • Ospiti musicali: bravo e rispettoso Ligabue (non deve essere stato facile uscire sul palco dopo tutto quel casino in avvio, con la minaccia di Grillo in sala).  Cat Stevens: voce insicura, a me non ha emozionato per niente (sono crudele, che vi devo dire)
  • Ospiti non musicali: “Quei babbei lassù hanno la Regina Elisabetta. Noi abbiamo Raffaella Carrà” (Paolo Madeddu, su Twitter). Ce n’erano altri, oltre alla Carrà?
  • Classifica personale: 1)DeAndré/Perturbazione a parimerito. 3)Frankie (solo la seconda però) 4)Arisa 5)Giusy Ferreri 6) Ruggiero 7) Gualazzi/Bloody Beetroots (faccio il giornalista serio per un attimo: la contemporaneità non è mettere un po’ di elettronica su un pezzo disco  ’70-’80 o su una ballata stile Motown).
  • Serata lunga, lunghissima, come sempre capita alla prima del Festival. Va bene lo spettacolo – ma certi siparietti eterni (la Castà: imbarazzante) si potevano evitare.
  • Dialogo da sala stampa: Collega: “Ma come tutti gli anni anche stasera c’è la festa alla discoteca Morgana?”  Io: “ESTICAZZI”. Sigla. Buonanotte.
  • Programma di oggi, mercoledì: 2 interviste, sei conferenze stampa. Amen.

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Il luna park del giornalista musicale (#Sanremo2014 edition, ep. 1)

Mi sono trasferito a Sanremo per il Festival: per una settimana sto rintanato in quella simpatica gabbia di matti che è la sala stampa del Teatro Ariston.

foto 2

A Sanremo si lavora come matti, ci si prende sul serio, ci si sente importanti per una volta all’anno. Ma, sì, ci si diverte anche, e va bene così.

E’ il luna park del giornalista musicale, come ebbe a dire la mia compagna. Non ho ancora trovato una definizione migliore.

Poi tutti si stanno già prodigando a spiegare il Festival, perché sì e perché no: qualche giorno fa ho letto una prestigioso editorialista raccontare la sua unica apparizione in sala stampa all’Ariston, di 11 anni fa, come una prova di resistenza; lo è, ma non per i motivi di noia che lascia sottintendere, come se non ci fosse nulla da raccontare.

Qua invece si cercherà di raccontarlo e di goderselo in compagnia di chi vuole leggere, scrivere, twittare etc. Tutta la cronaca è su Rockol, as usual, dove sono mi divido oneri e onori con Franco Zanetti.

Su questo blog, qualche appunto sparso. Quelli del primo giorno:

  • Finora le videointerviste più belle (fatte a Milano e Roma, assieme a Valeria Mazzucca e Mattia Marzi):  Ron, un ragazzo di 60 anni che ha l’umiltà di ascoltarti e di ascoltare la musica di che gira intorno oggi e di citarla senza spocchia. E Cristiano De André, che ha parlato della Genova degli anni ’70, dell’arrivo dell’eroina nelle piazze (al tempo ero un bambino, ma me lo ricordo bene quel periodo: mio padre lavorava nei centri antidroga come medico); le pubblichiamo domani su Rockol.
  • foto 3Tutto cambia per non cambiare: ho mancato l’edizione dell’anno scorso, ma le facce all’Ariston sono (quasi) sempre le stesse, i riti pure. Ma con qualche novità: in sala stampa c’è un wifi gratuito che va come una scheggia (gli anni scorsi era a pagamento e si inceppava sempre), c’è una rassegna stampa in digitale, e c’è un megaschermo in altadefinizione per farci vedere come si deve le serate. Commenti di gaudio dei colleghi.
  • Tra i riti immutabili: la cerimonia della conferenza stampa alle 12.30, con domande che sistematicamente durano di più delle risposte.
  • foto 6Tonino Manzi, maestro di cerimonie della sala stampa, oggi ha iniziato la conferenza stampa chiedendo “Rispettate i fiori!” (quelli che stanno sul palco dove salgono i conduttori e musicisti per sottoporsi alle domande di cui sopra).
  • Tappa obbligata, per riprendersi dalla  conferenza stampa: Maggiorino, dove fanno la miglior farinata della città. Ci si incontrano autori del Festival, conduttori, giornalisti. Prezzi popolari e paghi dopo avere mangiato.
  • Ho visto le prove generali del lunedì, ma solo un pezzo, quindi non ne parlo; sono un altro dei primi riti sanremesi, nella platea del teatro si accampano giornalisti, discografici, uffici stampa, assistenti personali, parenti, musicisti in attesa del loro turno. C’è pure gente che dorme (true story), ci siamo noi che facciamo le prove generali per domani sera: chi twitta più veloce questo o quel dettaglio.
  • Non ho ancora visto nulla di particolare per le strade, dove di solito si accalca la più varia umanità – ma mi segnalano già il consueto assembramento di sosia. Senza di loro il Festival non ha senso.
  • Per quello che può valere: faccio il tifo per “Invisibili” di De André, per i Perturbazione e per Noemi  – ma le canzoni le capiremo solo domani e mercoledì sera, sul palco (allora rileggerò quello che ho scritto al primo ascolto e scoprirò di aver detto un sacco di boiate – per fortuna avevo messo un disclaimer).
  • La mia attrezzatura da Festival:

 

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Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, è una canzone folk (a proposito di Llewyn Davis)

 

L’altro giorno sono andato a vedere Inside Llewin Davis, il film dei fratelli Cohen ispirato alla storia di Dave VanRonk e alla scena folk del Greenwich Village. Pur amando i fratelli Cohen, non mi ha fatto impazzire –  i giudizi seri e motivati li lascio ai cinefili veri. Ma la cura della musica è strepitosa, come sempre nei film dei Cohen.  Justin Timberlake che canta una canzone folk da solo vale il prezzo del biglietto. 
L’altro Sibilla, Alberto, quello che fa lo psichiatra ed è Dylaniato da sempre, quello che quella scena l’ha seguita in diretta da ascoltatore, ha scritto questa cosa sulla colonna sonora – e ne sa decisamente più di me sull’argomento. 

I fratelli Cohen senza dubbio amano e conoscono il rock e cercano di rappresentare lo stato nascente di questa musica, senza agiografia o romanticismo. “Inside Llewyn Davis” è film importante per capire la nascita del (folk)-rock. Nello svolgimento della storia ci sono quasi tutti i mattoni che costituiscono le fondamenta della successiva evoluzione musicale, non a caso scelte da T. Bone Burnett. Negli anni ‘60 il folk era considerato una musica di seconda categoria, snobbata duramente da chi amava la musica colta (il suonatore di cembalo e altre tastiere nobili) e disprezzata anche dai jazzisti “ voi del folk conoscete tre note …” (Goodman jazzista morfinomane). Si suonava folk nei cari caffè del Greenwich Village, in particolare al Gaslight, dove era di scena Dave Van Ronk, alla cui storia fa riferimento il film.
Nell’album che contiene la colonna sonora si mescolano canzoni popolari americane inglesi, irlandesi in parte cantate in maniera tradizionale (“The auld triangle”, “The storms are on the ocean”) in parte arrangiate secondo canoni attuali quando sono cantate da Omer Isaac (“Hang me, oh hang me” e la bellissima “The shauld of harrings”) con l’intervento di T. Bone Burnett. Compaiono gli epigoni di Peter Paul & Mary “In Five hundred miles”: nel film e nell’album vengono conservate le atmosfere dell’epoca e nei giorni nostri può fare effetto vedere all’opera il gruppo canoro irlandese o la cantante con il dulcimer… Interessanti le due versioni di “Fare thee well”: la prima originale vecchio stile e poi modernizzata, se così si può dire. Non manca il pop folk nell’unica canzone composta per il film, la simpatoca “Please Mister Kennedy”, mentre sullo sfondo c’è Elvis Presley, all’apice del successo. L’ultimo ad apparire è Bob che canta una versione non incisa in precedenza di “Farewell”.

Sembra incredibile che da un mix del genere possa essere nato il rock, ma questa è la storia. Da dylaniato convinto ma critico, mi sono chiesto come avranno fatto a capire alla Columbia che in quel momento valeva la pena investire su lui e non su altri songwriters. Anche nella storia del rock c’è una dose di casualità incredibile. Per usare le parole di Dylan, convitato di pietra del film e dell’album, anche la musica è condizionata da un “Simple twist of fate”.

L’album è ben suonato e arrangiato, Omer Isaac è una piacevole scoperta; bravi Justin Timberlake e Marcus Mumford che rappresentano l’attualità della scena musicale. Difficile, se non impossibile però che abbia il successo di vendite della colonna sonora di “O Brother, were art thou?”, che generò un vero e proprio caso da quasi 8 milioni di copie…

(Alberto Sibilla)

 

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