Ciao Lulli

Di tutto l’armamentario del “cane da educatore cinofilo” – seduto, terra, resta, dammi il cinque, al piede ecc. ecc. – non te ne è mai importato niente.

LulliCerto, sedere ti sedevi, a terra ti sdraiavi, se te lo chiedevo. Ma teatrale, esagerata: seduta ti ci mettevi tutta impettita, a terra ci piombavi con un rumore d’inferno e poi, invece di stare immobile come si conviene al vero cane da educatore cinofilo, tac, tu incrociavi elegantemente le zampe.  E sempre con quel lampo di ironia nello sguardo: se proprio vuoi che faccia ‘ste buffonate le faccio, eh, ma finiamola in fretta.

Qualcuno ci aveva anche provato a farti capire i comandi. I “comandi”. A te. Me lo ricordo come fosse adesso: ma sì, facciamo queste dieci lezioni per imparare l’educazione di base. Alla quinta lezione non avevi ancora degnato di uno sguardo l’istruttore blasonato. Mica con arroganza, sia chiaro: a richiesta dimostravi un garbato interesse, a volte addirittura ti avvicinavi a dargli una annusatina, e poi semplicemente andavi da un’altra parte a farti i fatti tuoi. Questo cane non è intelligente, dice esasperato l’istruttore blasonato per salvare la faccia. Mah, invece credo che questo cane non sprechi tempo con chi non gli interessa, rispondo io. E con l’educazione cinofila l’abbiamo chiusa lì. D’altra parte non ne avevi bisogno: tu sei sempre stata educatissima di tuo.

A Lampedusa, la prima volta che ti ho vista, eri sdraiata con le zampe incrociate all’entrata di un ristorante. Sporca, magrissima, ma di un’eleganza stupefacente. Una nobile momentaneamente in decadenza. Gianni e io stavamo imbastendo molto cautamente la nostra storia nella prima vacanza insieme. Tu ci hai scelto e hai deciso che saresti stata il nostro primo progetto. Ci hai seguiti all’uscita della nostra cena, hai visto dove abitavamo, ci hai osservati per qualche giorno da lontano, poi sei entrata nel giardino di casa e ti sei sdraiata in un angolo all’ombra. Niente confidenze, niente smancerie. Non hai mai toccato il cibo che lasciavamo per te. Arrivavi, salutavi, andavi sorridendo nel tuo posto preferito e proprio quando pensavamo che fosse la volta buona e ti saresti lasciata coccolare, niente, te ne andavi. Randagia vera e grande seduttrice. Hai giocato benissimo le tue carte. L’ultima sera, prima della nostra partenza, ti sei infilata in casa, sei saltata sul letto, mi hai leccato la faccia e sei scappata via.

Portarti a casa è stata un’odissea: niente stiva pressurizzata nel nostro volo, perciò una ragazza ci assicura che ti avrebbe accompagnata lei a Milano pochi giorni dopo ma niente, passa un mese e non arrivi. Prendiamo un altro cane, ci diciamo io e Gianni. Giriamo due canili, vediamo 500 cani ma nessuno come te. E infine dopo mille peripezie arrivi, tutta stordita dal volo e dal sedativo, da Lampedusa alla Darsena di Milano. Ti metto il tuo primo collare, ti aggancio il tuo primo guinzaglio e ti porto a fare pipì. Perfetta. Tram, auto, clacson, pedoni, biciclette: come se avessi sempre vissuto qui, in una casa di una grande città, invece che in una piccola sperduta isola del Mediterraneo senza aver mai neanche visto una stanza chiusa.

L’unica cosa cittadina che non ti è mai andata a genio sono le aree cani. La prima volta che ci ho provato era sera, il recinto era vuoto e ho pensato che avessi voglia di farti una corsetta.  Sei entrata e sei rimasta immobile come una statua per lunghissimi minuti. Vabbè, dico, allora andiamocene a casa.  Non faccio in tempo ad aprire il cancello che tu fulminea ti infili e parti a razzo, tre giri del parco pancia a terra e poi inchiodi ai miei piedi, ridendo come una matta. Morale: posto chiuso=si sta fermi, posto aperto=si corre. Non fa una piega. Quindi niente più aree cani, per te cane speciale: troppo affollamento, troppi cattivi odori per una signora. Le rare volte, entravi per farmi un favore, dopo due minuti sbavavi nauseata e zampettavi sulle uova per uscire al più presto senza insudiciarti le zampe.

In dodici anni non hai mai sporcato in casa, non hai mai rotto un soprammobile, masticato una gamba di tavolo, rovinato un tappeto. Niente. Stavi con noi, e ci stavi bene. Ristoranti, bar, alberghi, auto, spiagge, boschi, montagne. Dove andavamo noi, venivi tu. Abbiamo girato insieme mezza Italia e mezza Europa. Noi inesperti, tu maestra. In casa eri pigra fino alla letargia, nessuno è mai riuscito a portarti fuori a sporcare oltre le otto di sera: non se ne parlava proprio, preferivi startene a dormire e tenerti la pipì.  Ma appena saltavi in auto diventavi una guerriera globe-trotter, presenza quieta e rassicurante sul sedile posteriore capace di macinare migliaia di chilometri senza il minimo segno di disagio. Epico un viaggio andata-ritorno Milano-Bretagna, quasi 2500 km in due giorni, per un’emergenza familiare: noi distrutti, e tu lì dietro a sorridere beata, fresca come una rosa.

Per tre anni  sei stata una felicissima“figlia unica”. Tanto eri socievole con gli umani, quanto eri scorbutica e altezzosa coi tuoi simili. Quando è arrivato Uilli lo hai ignorato per 15 giorni. Poi, visto che non se ne andava, hai fatto buon viso a cattivo gioco e lo hai accettato un po’ controvoglia. Siete diventati fratelli, ma tu sempre un passettino avanti, sfuggente e seduttiva, come le vere signore.

Con Casper, invece, arrivato che tu eri già “grande”, ti sei lasciata andare come con nessun altro, bipede o quadrupede: giochi, corse, coccole con quel piccolo nipotino che ti faceva sempre ridere.

In ogni momento della mia vita, in questi dodici anni, tu sei stata con me. Tu sei stata me. Traslochi, lutti, gioie, viaggi, cambiamenti, case nuove, persone nuove, niente ti ha mai spaventata. Sempre discreta, elegante, carismatica. Il mio angelo custode.

Ieri, per la prima volta in dodici anni, sei stata male. All’improvviso. Un tremore, un dolore all’addome, una corsa disperata al pronto soccorso. Dopo la prima fase acuta, però, eri tranquillissima e per nulla sofferente. Ti abbiamo lasciata lì per la notte perché stamattina forse avrebbero potuto togliere quella massa. Ma il tuo cuore è diventato più fragile, e il rischio molto più elevato. E’ bastato uno sguardo tra me e Gianni, nemmeno un istante di dubbio. Niente accanimento, niente sofferenza inutile, niente tradimenti. Eri nostra, splendida e fiera, come sempre.

Col mio viso bagnato sul tuo muso morbido e profumato ho cantato insieme a te in silenzio quella canzone che da due giorni, ora capivo perché, mi risuonava in testa. Tu la cantavi a me, io la cantavo a te, nei nostri respiri sempre più lenti. E ti ho lasciata andare mentre ti addormentavi, bellissima e serena.

Io sono un guerriero, Veglio quando è notte

Ti difenderò da incubi e tristezze,

Ti riparerò da inganni e maldicenze, e ti abbraccerò per darti forza sempre

Non temere il drago,  fermerò il suo fuoco

Niente può colpirti dietro questo scudo

Lotterò con forza contro tutto il male e quando cadrò tu non disperare 

Attraverseremo insieme questo regno e attenderò con te la fine dell’inverno

Dalla notte al giorno, da Occidente a Oriente

Io sarò con te e sarò il tuo guerriero

 

E amore il mio grande amore che mi credi, vinceremo contro tutti e resteremo in piedi

E resterò al tuo fianco fino a che vorrai, ti difenderò da tutto

Non temere mai

Ciao, amore mio grandissimo.

Ciao Tata.

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One Response to Ciao Lulli

  1. daniela

    È splendida…una ricostruzione veloce, ma completa,dell’importanza di questa “Creatura” nella tua vita. Sii comunque felice Dany, perchè tu hai avuto l’onore di provare questo sentimento veramente sincero e favoloso. Un bacio grande