Your own taste is (not) the issue- La playlist del 2017

2017 playlist“Your own taste is not the issue”, diceva un grande discografico, Clive Davis. E’ una frase che ripeto spesso ai miei studenti e che chi fa un mestiere come il mio dovrebbe scolpire nella pietra. Bisogna provare a raccontare tutta la musica, al di là della propria bolla personale.

Certo: i nostri gusti, la passione  sono il motore. Ma vedo ancora troppa gente che tratta la musica come il calcio: io ascolto musica figa e voi ascoltate musica di merda.

Poi arriva la fine dell’anno, e il momento delle playlist riassuntive e dei listoni, e lì va in crisi la distinzione tra il proprio gusto e ciò che merita di essere raccontato. Ci metti i dischi che ti sono piaciuti di più, o quelli che reputi più importanti?  Sono 30 anni che le faccio, e non ho mai risolto il dubbio. Così finisco per mettere un po’ dell’uno  e un po’ dell’altro.

Per quello che riguarda il mio gusto personale, mi sono reso conto che c’è un criterio che mi fa capire i dischi che mi hanno lasciato davvero un segno: quelli che scarico sul computer, e non quelli che ascolto in streaming. Quelli che voglio davvero possedere.
Come tutti ho un abbonamento streaming (più di uno, in realtà), e ho una libreria con oltre 50.000 canzoni: qualche anno fa mi sono messo a digitalizzare quasi tutti i miei CD. Una follia, lo so.
Provo ad ascoltare tutti i dischi importanti che escono – non solo quelli che recensisco o quelli degli artisti che devo intervistare. Ma nella libreria di iTunes aggiungo solo le cose che poi tornerò ad ascoltare.

Per cui ecco i miei dischi dell’anno, quelli che ho salvato.
Mai mi sarei aspettato di mettere tra i dischi del 2017 di una band degli anni ’80 – e non solo per il mio gusto personale. I Dream Syndicate sono il raro caso di una band che dopo una reunion fa un disco degno degli esordi: “How did I find myself here?” è il miglior guitar-rock dell’anno. Per me la miglior musica del 2017 insieme a quella di Four Tet: i suoni più coinvolgenti e rilassanti che abbia sentito quest’anno: “New energy” è grande musica e basta, senza distinzioni di genere.
Tra i “ritorni”:  bello vedere anche gli U2 in palla: al di là dei soliti hater, il “Joshua Tree Tour” è uno degli spettacoli dal vivo più belli che ho visto e non solo nel 2017, e “Songs of experience” è il loro miglior disco in 15 anni.

Ecco le mie top 15  (con link alle recensioni)- e una playlist su Spotify.

Album
Four Tet – “New energy ”
Dream Syndicate – “How did I find Myself here?”
War On Drugs – “A deeper understanding”
Mark Eitzel – “Hey Mr Ferryman”
U2 – “Songs of experience”

Brunori Sas – “A casa tutto bene”
Cesare Cremonini – “Possibili scenari”
Levante – “Nel caos di stanze stupefacenti”
Fabri Fibra – “Fenomeno”
Baustelle – “L’amore e la violenza”

Canzone dell’anno straniera
Craig Finn – “God in chicago” – più che una canzone, un romanzo, con una musica stupenda e un recitato da brividi. Se la gioca con “Glide” dei Dream Syndicate.

Canzone dell’anno italiana
“Poetica” di Cesare Cremonini e “La verità” di Brunori SAS: due canzoni bellamente fuori dal tempo, e per questo perfette.

Ristampa dell’anno
Automatic for the People”, R.E.M.: vabbé, qua sono di parte. Ma al di là della confezione, degli inediti e delle solite cose che si fanno nelle ristampe, è la versione remixata in Dolby ATMOS che mi ha fatto quasi piangere dalla bellezza.

Concerto dell’anno
U2 a Roma, con il Joshua Tree Tour: uno dei concerti più spettacolari che abbia mai visto, una band musicalmente in stato di grazia che suona uno dei capolavori del rock, non per il solo gusto di autocelebrarsi, ma per raccontare l’America odierna (e i cambiamenti di tutto il resto del mondo).

Disco più rilevante (Italia)
“Album”, Ghali:
è l’artista che sta cambiando le regole e la forma  del gioco in Italia. E lo fa con sostanza musicale.

Artista straniero più rilevante (e disco più sopravvalutato?)
“Damn.” di Kendrick Lamar:
un altro artista che sta cambiando le regole del gioco.  No, non credo davvero che “Damn.” sia sopravvalutato. Ma, come capita spesso, ho la sensazione che molti ne stiano parlando senza averlo davvero ascoltato.  (lo spiega bene Michele Boroni qua).

Delusione dell’anno
Arcade Fire: “Everything now”
 : qualche anno fa sembravano il futuro del rock. Poi si sono persi, e secondo me già “Reflektor” era un passo falso clamoroso – quello sì davvero sopravvalutato. Non so se “Everything now” possa essere davvero una delusione: non avevo grandi aspettative nei loro confronti. Ma a tratti sembrano la versione sciapa degli Abba: inseguono una loro idea di pop, ma con fare intellettuale, perdendosi però pezzi per strada. Un disco che è durato il tempo di un ascolto, e di un bel concerto (ma, anche lì, la formula corale mostra un po’ la corda….).
E una delusione extra-musicale:  “Blade runner 2049”. L’originale è il mio film preferito di sempre, avevo letto grandi cose del sequel, sembrava dovesse essere – per una volta – al livello dell’originale. Invece è un film che sembra fatto con l’algoritmo. La perfezione formale, ma ogni cosa sempre messa lì apposta per ricreare la magia dell’originale. Ma il risultato è una sorta di parodia, più che un sequel.

Ecco la mia playlist, invece. Buon ascolto, e buon 2018.

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