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“Dark star” e gli universi estremi della musica (ovvero perché i Grateful Dead sono ancora attuali)

Nessun’altra canzone come “Dark star” dei Grateful Dead racconta gli universi estremi a cui si può spingere chi fa e chi ascolta la musica rock. E in mezzo a tutti quegli universi, c’è un disco, “Grayfolded”: il più estremo – il più “far out”, come direbbero i fan del gruppo; “Grayfolded” è fatto di oltre 100 versioni del brano, rimontate assieme da John Oswald, a comporre una suite di 2 ore; una delle cose più psichedeliche che potrete mai ascoltare. Uscito originariamente nel ’94/’95, è stato (ri)scoperto quest’estate con una ristampa in vinile della Important Records. Sembrano un fenomeno di folklore, i Grateful Dead, simbolo di un’era ormai andata, con i loro fan fricchettoni, i “Deadhead”, le loro magliette colorate. Invece, prima dei Pearl Jam, prima di Springsteen, prima dei Black Crowes e di molti “eroi” odierni del classic rock c’erano loro: un modello che è ancora innovativo, avanti a tutto e tutti. Oggi una band, se vuole “monetizzare” la musica dal vivo oltre i biglietti, deve suonare tanto, tante canzoni. Vendere bootleg. I Grateful Dead, dal ’65 al ’95 (anno in cui morì Jerry Garcia), hanno suonato più di 2350 concerti, più di 500 canzoni diverse. Di questi show, 2200 vennero registrati dalla band e dai fan (incitati dal gruppo, anche a scambiarsi le cassette). Su Internet Archive si trovano quasi 10.000 registrazioni in streaming/download (ogni data esiste in diverse versioni, la maggior parte direttamente da soundboard). Dal 1991 i Dead pubblicano regolarmente i concerti dal loro archivio. Hanno pubblicato 135 album live, con un ritmo di 5-6 all’anno. Ognuno vende almeno 10.000 copie, quasi sempre esaurite in pre-ordine su dead.net, sito ufficiale del gruppo. Addirittura c’è chi ha scritto libri sul marketing e sul business – non solo quello musicale, proprio il marketing tout-court – Usando i Grateful Dead come un modello che ha anticipato di decenni la cultura digitale. E poi c’è “Dark star”. Molto più di una canzone, molto più dei Grateful Dead: il simbolo di un modo di fare e consumare la musica. Una storia meravigliosa, oltre che una musica meravigliosa. Venne incisa nel ’67: una canzoncina di 2:10, che vide i Dead per la prima volta collaborare con il paroliere Robert Hunter. Il singolo fallì miseramente, vendendo meno di 5.000 copie. I Grateful Dead iniziarono a suonarla dal vivo, ad espanderla, ad usarla come base per improvvisazioni e sperimentazioni, con la chitarra di Garcia a tessere melodie, sostenuta dalla ritmica di Bob Weir e dal basso di Phil Lesh. Nel 1969 iniziò ad arrivare a durare anche 30 minuti, unendo rock, psichedelia, folk, jazz. Divenne un mito proprio nel ’69 quando venne pubblicata nel primo disco dal vivo del gruppo, quello che avrebbe consacrato la fama del gruppo: in “Live/Dead” occupava tutta una facciata, 23 minuti. Curiosamente sarebbe rimasta l’unica versione ufficiale dal vivo per oltre 20 anni. Ma nel corso della carriera della band è stata messa in scaletta oltre 200 volte: mai una versione uguale, venne sempre cambiata, ristrutturata e destrutturata. Fino al ’74 venne suonata regolarmente arrivando a durare anche 50 minuti. Poi scomparve dalle scalette: Garcia diceva che aveva detto e suonato tutto quello che poteva, in quel brano. Ma a quel punto divenne ancora più leggendaria tra i fan, il “sacro graal” che si inseguiva ai concerti. Tra il 75 e l’89 venne suonata solo 5 volte, per poi tornare in scaletta con regolarità, seppur poco frequente, negli ultimi anni della band. Oggi ne esistono decine di versioni pubblicate ufficialmente, che si aggiungono alle centinaia ufficiose (un fan le ha raccolte in una lista, con streaming). Fanatismo estremo, certo, come l’infinita discussione tra i Deadhead su quale sia la migliore versione. Qua sotto una piccola playlist delle più note versioni ufficiali, da quella di studio in poi, per farsi un’idea: di quanto sia affascinante e innovativa la musica “spaziale” di “Dark Star”, al di là del fandom. E poi c’è questo disco, “Grayfolded”. E c’è John Oswald. Uno che faceva i mash-up prima ancora che esistessero i mash-up, che lui chiamava “plunderphonics”. Ovvero il saccheggio sonoro, “La pirateria sonora come prerogativa compositiva”, ispirandosi al cut-up di Borroughs, fin dal 1975. Sì, dal 1975, quando manipolò un brano dei Led Zeppelin, unendolo con il sermone di un predicatore evangelico, in una sorta di pre-hip-hop. Ovviamente venne spesso osteggiato da case discografiche e artisti: lo racconta lui stesso in questa bella intervista recente su CoS. “Grayfolded” venne commissionato nel ‘94 da Phil Lesh, il bassista (e musicologo) del gruppo. Oswald si rinchiuse negli archivi della band per un mese (allora pressoché tutti inediti), e se ne uscì con oltre 100 versioni, catalogate e poi rimontate assieme, “ripiegate”, l’una sull’altra, come sottolinea il titolo, pubblicate in due volumi tra il,’94 e il ’95. “Greyfolded” va ascoltato come una via di mezzo tra lo sperimentalismo rock, il free-jazz e una suite di musica classica fatta con le chitarre elettriche. Per dire, si apre con 2 minuti di strumenti che si accordano, trasformati in musica. Unisce momenti dilatati a sfuriate elettriche – il punto più alto è probabilmente “73rd Star Bridge Sonata”, che contiene una jam intera da 14 minuti da un’esecuzione del febbraio ’70 considerata tra le migliori del gruppo (e pubblicata nel ’96 in “Dick Picks’s volume 4 – la trovate nella playlist sopra). Il CD e il vinile comprendono una mappa di ogni versione usata nella composizione, minuto per minuto, di cui potete vedere un esempio trasformato in un video qua: https://www.youtube.com/watch?v=er0qOWqxUkg Il doppio CD è stato difficilmente reperibile per tempo, poi ritornato in commercio grazie al digitale: si può ascoltare in streaming, se non volete la versione in vinile (qua sotto le versioni su Deezer). Se siete arrivati fino in fondo a questa storia, magari continuerà a non fregarvene niente dei Grateful Dead, magari vi verrà voglia di ascoltare una versione o questo disco e vi stuferete dopo pochi miniuti. Ma se invece sono riuscito a farvi interessare a Dark Star, vi avviso: è una droga, nel senso che se vi iniziano a piacere queste melodie, queste improvvisazioni, allora non riuscirete a farne a meno, e poco per volta vi verrà voglia di ascoltare e riascoltare versioni diverse dopo versioni. Insomma, attenzione: “Dark star” può farvi farvi entrare in un buco nero di musica stupenda da cui è impossibile uscire.

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Cose che ricordo dell’Unplugged dei R.E.M. (storia personale di uno dei concerti più belli che ho visto)

Nel maggio del 2001 i R.E.M. vennero in Italia a presentare “Reveal”. Portai il loro manager, con cui ero in buon rapporti da qualche tempo, a fare una lezione in Università. Mentre stavamo andando in taxi a lezione  mi parlò del fatto che di lì a poco avrebbero registrato un nuovo “Unplugged” per MTV e sarebbero stati l’unica band a farlo per due volte. “Una cosa storica”, mi disse.

REM_UnpluggedMisi la faccia di tolla e gli chiesi un biglietto.

Me lo fece avere.

Quel concerto esce come album ufficiale, assieme all’Unplugged registrato 10 anni prima, nel ’91. Ma l’Unplugged del 2001 io me lo ricordo bene, perché presi un aereo e volai a New York vederlo.

Ricordo che andai a ritirare l’invito in un albergo sulla Fifth Avenue, dove stava la band. Ricordo che la prima cosa che feci fu di andare a farne una fotocopia a colori, nel timore che me lo ritirassero all’entrata e rimanessi senza souvenir –  (ho sempre avuto un’ossessione per i biglietti dei concerti) (me lo ritirarono).

Ricordo la fila su Broadway per entrare negli studi di Times Square.

Mi ricordo che in coda mi misi a parlare – in inglese – con un signore in carne, pochi capelli rossicci raccolti in una coda.
”Sei californiano?”, mi chiese dopo un po’. “No, sono italiano”. “E allora parla in italiano, cazzo!”, mi rispose nella mia lingua.
(Mi sono bullato per anni di essere stato scambiato per un californiano, e un po’ lo sto facendo ancora ora).
Mi raccontò di essere amico di Stipe, e che faceva il cuoco, aveva dei ristoranti. (Ricordo che qualche anno dopo, vedendo un programma TV dal titolo Iconoclasts girato assieme a Stipe, scoprì che quel signore era Mario Batali, mega star degli chef italo-americani).

Ricordo che eravamo in meno di 100 persone in quello studio, che a lato aveva una vetrata con vista  mozzafiato su Times Square. Non ho mai visto un concerto dei R.E.M. con così poca gente (e ne ho visti più di 20) (i miei preferiti, in ordine: Dublino 2007, Milano 1989, New York Unplugged 2001)..

Ricordo che c’era Gwyneth Paltrow tra il pubblico. O meglio, mi ricordo che lo lessi dopo, perché ero talmente emozionato di essere lì che manco me ne accorsi.

Ricordo che Stipe era molto raffreddato, ma che la sua voce era stupenda. In studio c’erano dei monitor che rimandavano in loop le immagini dell’Unplugged del ’91. Mi ricordo che Stipe era molto, molto imbarazzato a rivedersi mentre cantava, 10 anni prima.

Ricordo che Buck e Mills giocavano a cambiare in continuazione posizione e strumenti con Ken Stringfellow, Scott McCaughey e Joey Waronker, i tre “aggiunti” di quel perido.

Ricordo che mi prese un coccolone quando nella mia canzone preferita, “Country feedback”, infilarono alcuni versi di un’altra tra le mie canzone preferite, “Like a rolling stone”.  “Ma stanno davvero cantando Dylan?”, mi chiesi.

Ricordo che mi prese un coccolone ancora più grosso quando lessi su Rolling Stone che nel pomeriggio l’avevano suonata per intero alle prove, ma avevano deciso di non farla, optando per quei due versi messi lì in mezzo alla loro canzone più bella. Sentire la versione completa di “Like a rolling stone” di quel pezzo è il mio sacro graal del R.E.M. – ma dubito che salterà mai fuori.

Ricordo il momento più bello del concerto: quando suonarono solo Stipe, Buck e Mills, senza gli tre membri aggiunti (Bill Berry se n’era già andato da qualche anno). “So. Central Rain”, “The One I Love”, “Losing my religion”: una sequenza killer. Ricordo di avere avuto la sensazione che si fossero buttati alle spalle solo in quel momento l’uscita di Bill  dalla band, avvenuta 3 anni prima.

Ricordo la fine del concerto, una stupenda versione acustica di “The great beyond” finita in festa con un pezzo di “La bamba”: non l’hanno mai più suonata così e l’ hanno lasciata fuori dal CD che esce oggi.  Ricordo che un sacco di canzoni le fecero due volte per esigenze televisive – e che fui ben contento di riascoltarle.

Ricordo che qualche anima buona fece circolare tra i fan una registrazione da soundboard di tutto quel concerto, e che da allora l’ho ascoltata non so quante volte.

Mi emoziona ogni volta risentire quel concerto, mi emoziona ancora di più adesso che è uscita una versione ufficiale che suona ancora meglio.

 

(ps: qua c’è la recensione “seria” del CD, per come posso essere serio io che parlo dei R.E.M.) (qua c’è quello che scrissi al tempo – a rileggerlo oggi mi sembra un po’ freddino) (con il tempo sono inevitabilmente diventato più nostalgico e più fan…)

 

 

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Wrecking Ball

Della (presunta) morte dell’album si è detto e scritto molto, troppo. Per non parlare delle strategie di sopravvivenza del CD. Però su una cosa sono più o meno tutti d’accordo: per invogliare a comprare un album fisico rispetto ai file digitali (ottenuti legalmente e non) bisogna aggiungere valore: packaging, bonus, quant’altro. Le inevitabili deluxe-super-ultramegaedition.

Così, da buon fan, questa mattina mi son recato in FNAC a comprare l’edizione speciale di “Wrecking ball”. Il disco è in rete da tempo, ma insomma, volevo l’oggetto.

Già a vederla negli scaffali sono rimasto male: un quadratone di carta, un CD fuori misura che ti fa pensare alla fatica di farlo entrare negli scaffali che avevi fatto fare su misura al falegname. Aperto, la delusione non scema: un libretto, con qualche pagina e foto in più rispetto all’edizione standard. Certo, vuoi mettere leggerei i testi su carta… Ma sarebbe questa l’edizione speciale? Identica a quella ugualmente brutta di “Working on a dream”, che almeno aveva un DVD in più (qua ci sono “solo” due canzoni).

Arrivato in ufficio, per non farmi mancare niente, ho comprato pure la “special edition” digitale su iTunes. Che è un iTunes LP, il tentativo (mezzo fallito) di Apple di recuperare su computer la fisicità dell’LP, con un’interfaccia interattiva. Ecco, poi capisci perché se ne vendono di più: costa 7 euro di meno, non hai l’oggetto fisico. Ma c’è tutto quello che c’è nel CD, e qualcosa di più: una fotogallery, una bella pagina tributo a Clarence con tutto il discorso pronunciato in occasione del suono funerale (sul libretto ce n’è solo una parte). E pure qua ci sono le due canzoni bonus.

Insomma: la strategia di lancio di “Wrecking ball” è stata bella articolata, con anteprime, streaming, video, interviste, memorabili passaggi in TV.

E, certo, il disco da solo vale la pena: il mio commento scientifico è “Bruuuuuuuuceee!”. (Quello reale: un bel disco, grandi testi, bel sound, più originale degli ultimi due album).

Ma insomma, fare un bel disco, con una bella strategia oggi può non essere abbastanza per venderlo nel formato fisico… Ed è un peccato che il boss sia inciampato proprio lì.

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Pop-Up Records

Basta poco per far tornare la voglia di CD fisici rispetto al freddo digitale. Una buona idea, per esempio. Come quella dei Black Crowes, per “Croweology”.

Lo aspettavo: un bel doppio acustico, con tutte le canzoni migliori della band, una sorta di “arrivederci” prima di una lunga pausa. Ero rassegnato a recuperarlo in qualche modo in digitale. Invece l’altro giorno entro in un negozio di dischi, lo vedo in mano ad un’altra persona, e quasi glielo porto via….

Arrivo a casa, lo apro ed ecco la sorpresa: la confezione ha un pop-up cn la sagoma di due corvi, sul modello di quei libri per bambini che da cui si alzano figure di carta, che stanno dentro al libro ripiegate. Ed ecco il CD torna ad essere un oggetto bello, che vale la pena di avere.

Ah, il disco è spettacolare. E sempre in tema di negozi di dischi, sta per arrivare in DVD “I need that record!”, documentario sui negozi di dischi indipendenti. Già solo il titolo è spettacolare, pure quello.

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La miglior rock band del pianeta…

…Intendo il miglior gruppo “spalla”, quello che fa da supporto ad un leader dichiarato, ma tanto spalla poi non è.

Se lo chiedete a 10 ascoltatori di musica rock, almeno 9 vi risponderanno che la miglior rock band del pianeta è la E Street Band di Springsteen.

Ma con ogni probabilità ha ragione il decimo, che vi dirà che sono gli Heartbreakers di Tom Petty.

La prova? qualche mese fa è uscito un monumentale box dal vivo di 4cd, 20 anni di storia sul palco.

Ma la band è più viva che mai: il nuovo album, “Mojo”, è un capolavoro. Esce martedì 15, ma lo si può ascoltare in streaming sul sito di ESPN.

Il commento possibile è uno solo: ma quanto c****o suonano bene questi qua?

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