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La playlist del 2016

Sì, lo stiamo dicendo dall’8 gennaio scorso: il 2016 è stato un anno terribile per la musica. O forse è solo, come notava Tito Faraci su Twitter, che vediamo gli effetti lungo termine a dello sdoganamento della cultura pop: negli ultimi decenni abbiamo creato più icone pop, quindi ne vediamo morire di più.

Ma, al di là dei lutti, è stata una buon annata per la musica, rivedendo le cose che sono uscite. Su Rockol ho raccolto i miei dischi dell’anno – qua invece ho fatto una playlist con le canzoni che mi sono piaciute di più.  Ce ne sono davvero di fenomenali. Non solo quelle di Bowie e Cohen (lo dicevamo anche prima che morissero), non solo quelle dei giganti, anzi.

Su tutti l’autonecrologio degli Okkervil River, che ho messo come prima canzone di questa playist: un’autoanalisi stupendamente dylaniata. Come ultima (dura ben 18 minuti) e l’elettro folk di “The hustle” dei Lambchop, davvero psichedelica. In mezzo: Michael Kiwanuka (il mio disco straniero preferito), Niccolò Fabi (il mio disco italiano preferito), Riley Walker (il mio fricchettone preferito e il mio concerto dell’anno, dopo ovviamente quell’altro).
Piccola menzione per il demo inedito di “Near wild heaven” cantato da Michael Stipe – i R.E.M., i miei preferiti e basta: con la ristampa sono pure riuscito a riscoprire “Out of time”, che non è mai stato il mio loro loro disco prediletto, anzi;  Poi i Teenage Fanclub (che mi mettono allegria), lo stupendo e gigantesco tributo ai Grateful Dead dei National, e tanta altra roba, soprattutto dischi da riscoprire: James, Band of Horses, Nada Surf, Lucinda Williams, Drive-By Truckers, Bell X1.

Per il mio personalissimo anno in musica, non mi posso lamentare. Ho pubblicato un libro co-firmandolo con il Decano, ho parlato di  Tai Chi con Laurie Anderson (dopo averlo scoperto e iniziato a praticare grazie a Lou Reed) e soprattutto ho realizzato un sogno che inseguivo dal 1984.

Qua la mia playlist su Apple Music e sotto su Spotify Buon ascolto e buon 2017!

 

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Storia leggendaria della musica rock – le playlist

E’ uscita l’edizione Deluxe di “La storia leggendaria della musica rock”: per l’occasione ho creato due playlist con tutta la musica contenuta nel libro, o quasi: 350 album, o 350 canzoni

Storia Leggendaria della musica Rock

Storia Leggendaria della musica Rock

E’ un libro che ho molto amato alla prima uscita molti anni fa: una storia del rock sui generis, che in questa terza edizione abbiamo ampliato e in larga parte riscritto. Riccardo Bertoncelli ha curato la storia del rock dalle origini agli anni ’70, io ho curato gli anni dal punk ad oggi.

L’idea del libro è quella di raccontare le storie del rock, piuttosto che raccontare la Storia con la S maiuscola. Storie tanto vere da non sembrare neppure possibili, storie tanto reali da non risultare verosimili, storie capaci di sfidare la logica del tempo: sono appena accadute e già si trasformano in leggende.

Magari siete capitati da queste parti seguendo il link contenuto nell’introduzione, che prometteva alcune playlist, con la musica citata nelle pagine, quasi tutta, quella che c’è su Spotify, almeno.

Eccole, qua sotto: sono due, una con gli album e una con singole canzoni, che rispettano la scansione del libro.

Se invece siete capitati qua per caso o per altri motivi: le informazioni sul libro sono a questo indirizzo, se proprio vi venisse voglia di sapere cosa c’è dentro o addirittura di comprarlo.

In entrambi i casi: buon ascolto e buona lettura.

 

LE CANZONI LEGGENDARIE DEL ROCK
(versione ridotta con solo 326 canzoni, per 23 ore di musica… )

Per aprire la playlist direttamente su Spotify cliccate qua

 

GLI ALBUM LEGGENDARI DEL ROCK
(4700 canzoni, 350 album, 310 ore di musica)

Per aprire la playlist direttamente su Spotify cliccate qua

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15 album del 2015 (la playlist di fine anno, pt. 2)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

C’è un attimo, in molti dei dischi migliori di quest’anno. E’ un attimo in cui la chitarra elettrica suona piena e pulita, riconoscibile ma diversa da qualsiasi cosa tu abbia già sentito. Quando ascolto musica, cerco quel suono – attimi che rileggano la storia della musica pop e rock in modi nuovi e inaspettati.

Quell’attimo, quel suono che è contemporaneamente classico e nuovo, nel 2015 l’ho trovato nel mood inquietante, pieno e melodico dei Low, nelle cavalcate dei My Morning Jacket, nei Wilco di “Star wars” che a tratti sembrano una garage band. Oppure nell’operazione retromaniaca e geniale di Ryan Adams sul repertorio di Taylor Swift. In chiave elettronica, nei New Order, in versione black, nell’album degli Alabama Shakes e degli Algiers. Suoni e canzoni più legate al passato, ma non meno belle, stanno nei dischi di De Gregori che rilegge Dylan e o di Ranieri e Pagani che vira in jazz la canzone napoletana. In altri casi sono strumenti che non hanno a vedere con le chitarre, ma suonano bene e basta (come Malika Ayane e Andrea Nardinocchi).

Insomma: il 2015 ha suonato bene, per me. E questa è una lista personalissima degli album che suonavano meglio, e che ho ascoltato di più. C’è pure una playlist su Spotify, in fondo. E c’è un sacco di altra roba buona che ho lasciato fuori (Iacampo, Sleater-Kinney, Editors, Natalie Merchant, Any Other, Kurt Vile, Glen Hansard), che in parte ho recuperato in un altro playlistone, quello con le mie 50 canzoni da riscoprire)

Ecco i miei dischi dell’anno, in ordine sparso, ma non troppo. Se proprio qualcuno avesse l’insopprimibile voglia di saperne di più, cliccando sulle copertine si va su recensioni e interviste.

Low – One & Sixes. Sono un’istituzione del rock americano, ma a questo giro si sono superati. Un disco dal suono strepitoso, con chitarre elettriche atmosferiche ma che ti arrivano dritte in faccia e si uniscono alle melodie uniche delle due voci. Una goduria sonora.

 

My Morning Jacket, “The waterfall”. Continuano a suonare solo come se stessi, con canzoni fuori dagli schemi, e ogni volta sono meglio della precedente. Rock unico. Quand’è che qualcuno li porta in Italia a suonare?

 

Ryan Adams, “1989”. Fantastico nell’idea; filologico e stupendo nell’esecuzione: le canzoni di Taylor Swift riarrangiate in chiave rock anni ’80, tra Smiths e Springsteen. Suona bene a prescindere dagli originali: uno dei migliori dischi di classic rock dell’anno.

 

Wilco, “Star wars” I dischi a sorpresa non sorprendono più. Ma al di là del metodo di distribuzione, i Wilco hanno confezionato un gran album rock, giocando con i suoni e con melodie come solo loro sanno fare.

 

Alabama Shakes, “Sound & color”. E’ in testa a tutte le classifiche di fine anno del 2015, e a ragione: un sound unico, tra tradizione e contemporaneità, una grande voce, grandi canzoni. Imperdibile.

 

Francesco De Gregori, “De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto”. Sulla carta, un possibile disastro, toccare l’intoccabile. In realtà, un gioiello: il maestro rispetta il suo Maestro, con traduzioni fedeli, una scelta non banale di canzoni e un grande suono. Incontrarlo e parlare di Dylan con lui è stato uno dei miei highlight professionali dell’anno.

Massimo Ranieri – “Malia”.  Altro momento memorabile: la presentazione di questo album, con Pagani e Ranieri che fanno una lezione di storia della canzone napoletana – un lavoro gigantesco, che portano avanti da 15 anni. Qua però i due si sono superati, usando la chiave jazz e gente come Marcotulli e Rava.

 

Andrea Nardinocchi, “Supereroe” In Italia, a fare questo pop, c’è solo lui. Il secondo disco è uscito un po’ in sordina, rispetto all’esordio, ma mantiene le promesse e conferma la statura di Andrea. Prima o poi se ne accorgeranno in tanti.

 

Carmen Consoli, “L’abitudine di tornare”. Non è solo tornata dopo anni, è tornata anche a quel suono, a quel pop-rock che negli ultimi dischi aveva messo da parte a favore di una dimensione più acustica.   Ed è sempre unico il suo modo di raccontare storie.

 

Malika Ayane, “Naif”. Come al solito, dal Festival di Sanremo rimane poco o nulla, sulla media e lunga distanza. Di quello del 2015 mi sono rimaste la bella cover di “Se telefonando” di Nek, e i “Silenzi per cena” di Malika Ayane, e tutto il suo album: belle canzoni, con la notevole produzione dei Jazzanova, in equilibrio tra suoni tradizionali e moderni.

Dave Gahan & Soulsavers,“Angels & Ghosts”. Meglio di tutti gli ultimi dischi con i Depeche Mode: un suono cupo e nero, che a tratti mi ricorda Nick Cave.

 

New Order – Music Complete. Il primo disco in non so quanti anni, il primo in assoluto senza Peter Hook. E sono ancora i migliori a mischiare così rock, pop, dance ed elettronica

 

La ristampa dell’anno: Bruce Springsteen – The Ties That Bind – The river collection. Al di là dei miei noti fanatismi, perfetta per contenuto inedito (“Stray bullett” da sola vale tutto), materiali aggiuntivi (il documentario con Bruce in cucina, che racconta) e packaging. Vale ogni centesimo. Secondo posto personale per “The cutting edge”, dedicata al periodo ’65-’66 di Dylan: la versione da 18 CD è da veri maniaci.

 

il disco più sorprendente: Algiers. Trovare un album, una band dal suono suono completamente nuovo e originale: un’impresa, oggi. Un mix esplosivo di rock, black e chissà quante altre robe.

 

I dischi più “fuori” : “Circles around the sun” – Interludes for the Dead/ Kamasi Washington, “The epic”. Il primo sono 3 ore di musica strumentale, originariamente pensata come colonna sonora degli intervalli dei concerti dei Grateful Dead, bellissima e psichedelica. Il secondo è il sassofonista di fiducia di Kendrick Lamar, un jazzista che ha inciso un triplo album sulla scia di Coltrane con una band di 11 elementi ed orchestra. Debordante, godibile anche per i non jazzofili (forse soprattutto per loro). Ed epico come promette il titolo.


IL CONCERTO DELL’ANNO: U2, Innocence + Experience Tour, Torino, 4 settembre.
 Il tour migliore da 20 anni a questa parte degli U2, uno stupendo equilibro tra “effetto wow” delle scenografie e scelte musicali. L’inizio è puro rock, da brividi.

 

Delusione dell’anno: Blur, “The magic whip”. Puoi rimanere deluso da un disco che non ti aspetti?Si, se arriva da una band che ami e hai amato, anche se pensavi che ormai non avrebbero più inciso album. Del disco dei Blur, il primo dopo 12 anni, non mi è rimasto niente addosso. Stilando questa lista, non mi era neanche venuto in mente, e così su due piedi non mi ricordo neanche una canzone. E’ un problema mio, sicuramente, ma non solo: non lo vedo in nessuna lista di fine anno, e qualcosa vorrà dire….

Album/Artista più sopravvalutato dell’anno: Tame Impala. Lodi sperticate ovunque, per un disco che, mi sembra, va ovunque per non arrivare da nessuna parte. La dimostrazione di una tendenza degli ultimi anni: l’inversione di ruoli tra indie e pop.  L’indie come questo che cerca suoni (e visibilità) mainstream, mentre il pop cerca suoni (e credibilità) indie. I New Order giocano con questi suoni da più tempo, e ancora meglio (vedi sopra, “Music complete”).

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50 canzoni del 2015 (La playlist di fine anno, pt. 1)

2015 is the new 1989

2015 is the new 1989

La canzone più bella di quest’anno, per me, è “24 frames” di Jason Isbell. Ha tutto: una grande melodia, un testo stupendo e frasi memorabili (“You thought God was an architect/now you know it’s a something like pipebomb ready to blow”), un suono classico.

Da qualche anno in America sono impazziti per lui, per la sua storia di redenzione dopo l’alcolismo, per il suo modo di raccontare e soprattutto per il suo songwriting: questa canzone spiega perché.

Seconda posizione personale per  “Lowly deserter” di Glen Hansard, che peraltro arriva da un disco sotto le aspettative, “Didn’t he ramble” rispetto a quello che quest’uomo ha fatto e sa fare su un palco.

Ma di canzoni “minori” e da (ri)scoprire ce ne sono tante, quest’anno. Ho fatto una playlist con alcune di quelle che mi sono piaciute di più, a partire dalla stupenda rilettura di “Shake it off” di Ryan Adams, che ha trasformato Taylor Swift in musica degli anni ’80. Dalla playlist ho lasciato fuori molti nomi grossi e hit che si sono sentite ovunque. Ma non ho lasciato fuori Springsteen, perché “Stray bullet”, è un vero capolavoro, un outtake sconosciuta persino ai fan più maniaci come me, e degna delle sue cose migliori.

Ho messo nelle 50 canzoni un po’ di power-pop (Best Coast, e gli Eyelids grande band formata da gente di portland, che arriva dal giro dei Decemberists), molto classic rock: i Los Lobos, Chris Stapleton (la sua “Tennesee whiskey” è un capolavoro), Billy Gibbons degli ZZ Top (che ha fatto un disco davvero divertente, “Perfectamundo”). Anche quest’anno è uscita molta musica fricchettona (i Promised Land Sound, i Circles Around The Sun di Neal Casal, Riley Walker). E molto, molto un po’ di rock sporcato di musica black: Alabama Shakes, Gary Clark Jr., Algiers, JJ Grey & Mofo. Tra le cose italiane che mi sono piaciute di più Zibba, Any Other, Iacampo, Viva Lion, Mezzala, Mambassa, Massimo Ranieri in versione jazz.

Il playlistone è qua sotto su Spotify. Qua c’è un’altra playlist, quella degli album, e qua il post con tutta la spiega)

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10 dischi, 30 canzoni, quisquilie e pinzillacchere: l’inevitabile classifica del 2014

“Chi dice che questo è stato un anno banale per la musica l’ha cercata nei posti sbagliati”. Non mi ricordo dove l’ho letta, forse su Twitter, ma sono d’accordo. Ad ogni dicembre sento dire “Ah, ma gli anni passati c’era di meglio..” . Quest’anno va di moda dire che il 2014 è stato un anno banale, mi pare di capire. Io, sfogliando nella mia libreria, vedo dischi e canzoni del 2014 che mi accompagneranno per un po’ di tempo.

2014Poi, certo, anche quest’anno è uscita tanta roba banale. Artisti che fanno nuovamente quello che han sempre fatto, solo un po’ meno bene. Artisti che ripubblicano. Artisti che assomigliano ad altri. Cose che succedono da sempre e succederanno anche nel 2015.

Per cui: nel 2014 si è continuato a dare più importanza alla forma che ai contenuti, più importanza ai metodi di distribuzione della musica che alla musica in sé (vedi il caso U2, il cui album a me è piaciuto, peraltro).
Ma i contenuti non mi sembrano malaccio, anzi. Così ecco l’inevitabile e personalissima classifica degli album, una playlist delle canzoni, più qualche premio a casaccio.

Cose che mi hanno sorpreso, quest’anno: certi ritorni, come quello stupendo di Neneh Cherry, prodotta da Four Tet, quello di Damien Rice. E poi gli Alt-J – meno sorprendenti degli esordi, ma li ho ascoltati di più al secondo album: il campionamento di Miley Cyrus in “Hunger of the pine” è una delle cose che mi sono piaciute di più del 2014.

Concerto dell’anno: la doppietta dei Pearl Jam, a Milano ma soprattutto a Trieste (anche se ho trovato una band diversa dall’ultima volta, un po’ invecchiata, forse, o più matura).

Momento dell’anno: Sentire Neil Young che fa “Cortez the killer” a Barolo (un concerto dalle condizioni proibitive, peraltro) e i Counting Crows che mi fanno “Round here” a Milano.

Boutade dell’anno: Neil Young e il suo disco vintage (ma anche  una Suora dalla voce esile che fa la cantante…)

Delusione dell’anno: Il disco dei Pixies. Inutile: era meglio se continuavano a far concerti di canzoni vecchie.

Film musicale dell’anno (forse del decennio): “20.000 days” on Earth di Nick Cave

 

I miei DISCHI DELL’ANNO, STRANIERI

1. Neneh Cherry, “Blank project”
2. The Delines, “Colfax”
3. Damien Rice, “My favourite faded fantasy”
4. Alt-J, “This all yours”
5. Against Me!, “Transgender dysphoria blues”

 

I miei DISCHI DELL’ANNO, ITALIANI

1. Cesare Cremonini – “Logico”
2. Pan Del Diavolo – “Folkrockaboom”
3. Zibba, “Senza pensare all’estate”
4. Ghemon, “Orchidee”
5. Fabi, Silvestri, Gazzè, “Il padrone della festa”

 

Le mie 30 CANZONI DELL’ANNO, in due agili playlist, su Deezer e Spotify

 

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