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Cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop

800 pagine. 776, per la precisione. Ci vuole un bel coraggio a scrivere un libro così, di questi tempi: oggi passiamo tempo a raccontare storie e storielle della musica recente con tweet status articoli recensioni. E invece c’è qualcuno che prova a ricostruire “The big picture”. A raccontare LA storia, non le storielle. E non quella del rock (che se ne sono già scritte troppe). Ma quella del pop.

Il risultato è godibilissimo: “Yeah yeah yeah – the story of modern pop” è ben documentato, scritto bene; l’autore è uno che ne sa: Bob Stanley non è solo uno stimato giornalista, è anche membro dei Sain Etienne, band che certi meccanismi li ha vissuti in diretta. Il pop è tensione, opposizione, progresso e paura del progresso, dice Stanley. Le classifiche fanno nascere il pop moderno nel 1952 e sono delle capsule del tempo: ti fanno capire la musica meglio di ogni altra cosa. Nel rock vendere è quasi una colpa, invece. Una storia della musica con questa prospettiva è interessante per definizione. 

Se non fosse per qualche “dettaglio”, questo è uno dei  libri musicali più belli degli ultimi anni. Stanley è dichiaratamente un nostalgico  – il libro si ferma alla fine degli anni ’90, il capitolo finale è tutto un “si stava meglio quando si stava peggio”, “il CD è il cavallo di troia del digitale” – che ovviamente ha distrutto la musica; “che bello quando andavi  nei negozi di dischi”, e così via. Sì, era bello. Ma è bello anche adesso, che puoi leggerti un libro così e trovare in un attimo tutta la musica di cui si parla, con un click.  Stanley poi dice di voler rimediare al “rockismo”, allo snobismo rock, ed è cosa buona è giusta. Ma poi è snob al contrario: impazzisce per l’indie-pop (la scena che ha calcato con i Saint Etienne), spara qualche giudizio affrettato sulle cose che evidentemente non gli piacciono.

Mi piacerebbe questo libro venisse tradotto in Italiano, ma non lo farà mai nessuno (lo dico per essere smentito….). Così qua sotto trovate in forma più o meno grezza un po’ dei miei appunti: aneddoti, citazioni (quelle in corsivo e virgolettate sono di Stanley, alcune lasciate volutamente in inglese), cose note e meno note. Sono in ordine più o meno cronologico e seguono il filo dei capitoli del libro. In fondo c’è un playlist di 150 canzoni: anche qua l’ordine è più o meno cronologico, la scelta è tra le migliaia citate nel libro, ma evitando i classiconi-oni. Ma scegliendo cose strane, dimenticate, comunque importanti, comunque hit. Potete andare direttamente a quelle, se volete.

Sia quel che sia: appunti, storie, citazioni – ovvero le cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop. In  fondo le tre peggiori cazzate del libro.

  • Il pregio dei grandissimi artisti non è solo quello che fanno, è quello che non fanno e che ti fanno dimenticare. Creare un prima e un dopo: un gap. Pre-Elvis, Pre-Beatles, Pre-Dylan…
  • Il bello del pop è che è culturalmente onnivoro. Il bello del rock è l’essere snob, dirti cosa è giusto, cosa no.
  • La prima canzone ad usare una strumentazione elettronica andò in classifica in UK nel ’53: “Little red monkey” di Frank Chacksfield.
  • La prima produzione “indipendente” è del 1953: “It’s almost tomorrow” dei Dreamwavers. Arrivò in classifica nel ’56.
  • Negli anni ’50 potevi praticamente inventarti un genere che ha cambiato la storia della musica, incidere un singolo epocale, avere altri 5 o 6 hit, andare in tour e venire dimenticato in un amen. Perché la gente ti vedeva in faccia, pensava fossi uno zio, non un divo. (Poi ci lamentiamo che oggi le cose succedono troppo in fretta: rileggetevi la storia di Bill Haley – sì quello di “Rockin’ around the clock”)
  • I primi divi del rock ’n’ roll ne facevano una più del diavolo. Pedofili (Jerry Lee Lewis, che aveva una moglie di 13 anni), ubriachi, androgini ambigui che si ritiravano per diventare predicatori (Little Richard). Ma nel 1960 erano già tutti spariti.
  • Prima del rock ’n’ roll la musica veniva registrata, pensando a catturare le performance in studio. Poi venne prodotta, pensando all’effetto che faceva su disco (oggi lo diamo per scontato, ma fu un cambiamento epocale).
  • I Monkees sono considerati la prima boy band: 9 album in tre anni a fine anni ’60, tra cui uno, “More of the Monkees”, ancora tra i 20 più venduti di sempre in US. Ma sapevano suonare e imposero ai loro produttori le loro canzoni.
  • Uno dei Monkees, Michael Nesmith, ha praticamente inventato il videoclip e il formato che poi sarebbe diventato MTV, PopClips
  • Le canzoni della Motown, oggi venerate come classici,  erano prodotte con un metodo simile a quello che oggi attribuiamo alle tanto odiate boy band: una sorta di catena di montaggio su cui gli artisti avevano non avevano parola.
  • Se compri una macchina non hai bisogno di sapere chi ha montato il carburatore” (Barry Gordy, il padre-padrone della Motown, che non voleva stampare i crediti dei musicisti sui suoi dischi). 
  • La prima netta distinzione tra pop e rock arriva con i Beatles contro gli Stones (i “Bartleby della musica”, più inclini a negare che altro, gli snob per definizione, sostiene Stanley).
  • Il soul non ha avuto questo nome fino al ’67, con “What is soul” di Ben E. King,. La Atlantic Records rispose pubblicando una compilation “This is soul”.
  • I cantanti soul ne facevano di cotte e crude, quanto quelli rock. Sam Cooke, per esempio: la storia della sua morte ha dell’incredibile – girava nudo urlando in un Motel perché una prostituta gli aveva rubato i vestiti e la proprietaria gli sparò, spaventata.  La moglie di Sam Cooke si vendicò del marito sposandosi con Bobby Womack 10 settimane dopo.
  • “Sad songs about happiness” (Nik Cohn sui beach boys). “Brian Wilson era il Charlie Brown del pop” (Stanley sulla proverbiale goffaggine e riservatezza del loro leader).
  • E’ con la psichedelia che chi fa musica inizia a definirsi  “band” e non “gruppo”: si vuole  sembrare dei fuorilegge. “Psychedelia was were modern pop decided it could look beyond the dance floor“.
  • I Doors sono stati il primo gruppo famoso ad usare il nome come un logo.
  • Dopo la sfida tra Beatles e Stones, l’altro grande spartiacque tra generi fu il Monterey Pop Festival (’67): i Beach Boys rinunciarono ad andarci per paura di essere insultati dal pubblico. Fu la prima volta che pop e rock, soft e hard si separarono nettamente, due parti incapaci di interagire, sostiene Stanley.
  • Ad Altamont gli Hell’s Angels e non solo ammazzarono un ragazzo, ma picchiarono diversi musicisti in cartellone. Fu l’altro spartiacque, la fine di un’illusione, il lato oscuro del rock che prende il sopravvento.
  • Il formato album è diventato davvero popolare solo alla fine degli anni ’60, con la diffusione di massa degli stereo casalinghi- il pop è sempre stato 45-oriented, il rock album-oriented. I Led Zeppelin non pubblicavano singoli non per questioni artistiche ma perché il loro manager pensava che il margine di profitto sugli album fosse maggiore sugli album.
  • Burt Bacharach inizialmente non voleva scrivere canzoni per Dionne Warwick, che era “solo” una corista – “Dont make me over!” gridò lei. E fu il titolo di una delle prime canzoni che Bacharach compose per lei.
  • Uno dei primo tentativi di affermarsi di Elton John fu scrivere una canzone per l’Inghilterra per l’Eurovision, nel ’69, cantata da tal Luli. Tra le sei candidate, arrivò sesta.
  • Free your mind and your ass will follow (Funkadelic). 
  • “Ridurre la Giamaica e la sua importanza a Bob Marley è come ridurre il pop britannico a Rod Stewart”: ma Il reggae è uno degli esempi migliori di unione di marketing e musica, sostiene Stanley. Il boss della Island Chris Blackwell – che conobbe Marley grazie al cantante pop Johnny Nash, che portò i Wailers in tour in UK –  inizialmente pubblicizzò Marley come una sorta di Hendrix esotico.
  • Bowie ha costruito la sua carriera sull’immagine più che su un suono specifico, sostiene Stanley.  Dichiarò la sua bisessualità in pubblico usandola come strumento di comunicazione (anche se poi se ne pentì): “Bowie was not about consensus, but confusion, angles, ch-ch-ch-ch-ch-anges”
  • “Philadelphia soul is the fulcrum of modern pop: orchestration with an R&B feel”
  • I Genesis vennero accolti in America al grido di “boogie!” (insomma: “fatece ballà”)
  • “Repetition in our music and we’re never gonna lose it”: Mark E. Smith che costruì i Fall – basandosi sul minimalismo del krautrock, opposto al massimalismo del progressive rock. Da buon anglofsassone anglofilo, Stanley pensa ai Fall come ad uno dei gruppi più importanti di sempre, gli inventori del pop moderno.
  • I Jackson 5 non hanno mai avuto un numero 1 in UK. Gli Osmonds (???) sì. L’era delle boy band inizia con la liberazione sessuale di Marc Bolan: puntare agli ormoni delle teen-ager e pre-teenager funziona, si inizia a pensare ad una formula ripetibile per i gruppi.
  • Il country è l’unico genere che predata e sopravvive al pop – una sorta di binario parallelo al pop.
  • Il country uscì dai confini locali grazie al calo dei costi dei biglietti arerei negli anni ’60: i cantanti si spostarono più facilmente in California, arrivando ad influenzare i musicisti locali e da lì tutta la nazione.  
  • “In the 70s the singer-songwriter quickly became the most successful economic model in the history of entertainment”.
  • Il soft rock californiano venne chiamato poi Yacht Rock. By 1975 rock was neutralized – classic rock was a business model more than a genre”.
  • John Lydon era un fan dei Pink Floyd. I Sex Pistols andarono sulla BBC solo perché i Queen avevano rinunciato e la EMI non voleva perdere lo slogo promozionale. “The sex pistols wanted to destroy rock, The Clash wanted to save it”.  Punk had put rock back on the streets but without a road map”.
  • Il termine New Wave si usava già nel ’77: era il titolo di una compilation della Phonogram (ed era sinonimo di punk, per gli addetti ai lavori)
  • Nei Police, Stewart Copeland era talmente incazzato con Sting (che gli aveva fregato la leadership della band) che fece un tour urlando un insulto ogni volta che colpiva la cassa della batteria.
  • “Disco is as political as punk”, perché racconta la liberazione dopo la fine della guerra del Vietnam. Però su Rolling Stone si vendevano magliette “Death to disco”, “shoot the Bee Gees”. A Chicago si organizzò un “Disco demolition derby” durante una partita dei White Sox: parteciparono 50.000 persone, migliaia di vinili vennero distrutti.
  • I Bee Gees scrissero/produssero 8 numero 1 nel 1978. Divennero il simbolo della disco, anche se originariamente non avveravano nessun legame con il genere.
  • Martin Hannett, il produttore dei Joy Division, ha prodotto anche il terzo singolo degli U2, “11 O’ clock tick tock”, uscito in contemporanea a “Love will tear us apart”. Gli U2 poi diventarono tutto ciò che il post-punk cercava di non essere, dice Stanley: retrospettivi e trionfalistici. Il manager dei Joy Division pensava invece che la band avrebbe conquistato gli stadi.
  • I Jam furono il primo gruppo della generazione punk ad andare in TV a “Top of the pops”.
  • Una delle regole del pop: se qualcuno dichiara che qualcosa non è morto, lo è sicuramente. Se qualcuno dichiara che una scena è morta, sicuramente non lo è. Per esempio: “Punk’s not dead” degli Exploited, che arrivò nell’81, oltre tempo massimo.
  • I Blondie sono stati l’anello di congiunzione tra punk americano, post punk, disco, e college rock. “Parallel lines” è un capolavoro (verissimo, riascoltatelo).
  • “Too drunk to fuck” dei Dead Kennedys è entrata in classifica in UK.
  • “Pochi gruppi si sono distanziati così tanto dal pop allo steso facendo così tanto per il pop come i Kraftwerk”
  • Paul Morley, icona del giornalismo musicale inglese, nell’82 scrisse che le Tight Fit (chi???) erano meglio dei Led Zeppelin.
  • “High Infedility” dei REO Speedwagon è rimasto al numero 1 in USA più al ungo di di “Thriller” e” Purple Rain”; “Bat out of hell” di Meat Loaf ha venduto di più di “Born in the USA”.
  • Michael Jackson voleva essere chiamato “The King of pop, rock and soul”, non “The king of pop”
  • “Madonna acted as she was the only woman allowed in pop” (come Margaret Tatcher, dice Stanley, che  voleva fare trattative politche solo con uomini).
  • Il metal, più che un genere, è un rito di passaggio. Una sorta di “starter pack” rock, “rock per dummies”, dice sempre Stanley: velocità, potenza, “escapism” , ma senza la pesantezza di Dylan. E’ conservatore, con un suo canone quasi immutabile, i suoi eroi, il suo codice di condotta. 
  • Nel 1976 Lester Bangs scrisse che il metal era già storia. Ma ogni top 20 britannica dell’80 o 81 aveva almeno una hit metal: Rainbow, Whitesnake, Judas Priest… Una delle ragioni della popolarità del metal negli anni ’80 fu MTV, che passava a ripetizione i video della band.
  • “Questa musica è il minimo comun denominatore. E pane e circo per la gente comune. Le etichette cercano di fare soldi: così come Porky è stato fatto per fare soldi, una casa discografica può far soldi con i Motley Crue” (Jerry Jaffe, A&R dei Bon Jovi, negli anni ‘80)
  • I Def Leppard hanno venduto 20 milioni di copie di “Hysteria”; i Motorhead hanno venduto più magliette che dischi.
  • I Metallica e i Def Leppard, ovvero i gruppi simbolo del metal più intransigente e di quello più pop, avevano lo stesso manager, Cliff Burnstein.
  • Il glam metal era soprannominato “Hair Metal” dai suoi detrattori: “Look at me riding a horse with a big sword in my hand” (James Hetfield sul testo tipico dell’Hair Metal).
  • Desmond Child ha co-firmato alcuni tra i maggiori successi di Kiss (“I was made for loving you”), Aerosmith (“Angel), Alice Cooper (“Poison”), Bon Jovi (“Living on a prayer”, “You give love a bad name”. E anche “Living la vida loca” di Ricky Martin.
  • “Appetitite for destruction” dei Guns n’ Roses è il disco di debutto più venduto di sempre: 28 milioni di copie.
  • la prima canzone di Indie Pop ad andare al numero uno in classifica era dedicata a Star Trek, “Where’s captain kirk”, degli Spizz Energy (’83). I R.E.M. ne fecero una cover per un singolo natalizio nel ’92. La parola chiave dell’indie pop è, dice Stanley “intense”, intenso: on c’è voglia di essere nuovi, ma di crederci.
  • “British indie was so anti-macho to the point of being sexless”.
  • La maggior colpa del suono degli anni ’80 è il riverbero – il colpevole principale è la batteria di “In the air tonight” : Stanley dice che Phil Collins si ispirò al suono cupo dei Joy Division.
  • Il disco preferito di George Michael era “Closer” dei Joy Division,
  • Stock Aitken & Waterman sono stati la cosa più simile alla Motown che UK abbia mai avuto: “Impara il testo, vedi la luce rossa, canta il testo, nessuna domanda, promuovilo, e voilà” (Kylie Minogue, sui suoi esordi con i tre produttori).
  • “Chart friendly radicals” (Stanley su New Order e Pet Shop Boys).
  • House e Techno Music sono i primi sound intenzionali del pop: potevano essere facilmente imitatati, sfruttati espansi da chiunque, ovunque.
  • L’ufficio stampa dei Public Enemy promuoveva Chuck D sostenendo fosse il nuovo Dylan – etichetta che non si usava più da anni.
  • Brett Anderson venne mollato da Justine Frischmann per Damon Albarn, che era già famoso. Anderson, sostiene Stanley, trasse da questo “incidente” la cattiveria per rendere i Suede più famosi dei Blur per rivincita.
  • I Suede sono una delle ultime consensus band – quelle che mettono tutti d’accordo – in filone come il Brit Pop che era tribale, basato sul tutto contro tutti.

Le tre peggiori cazzate scritte dall’autore nel libro.

  1. Gli AC/DC: hanno sempre lo stesso suono, in pochi saprebbero distinguere una canzone dall’altra (eh???)
  2. I video di Peter Gabriel erano meglio delle canzoni (Quelle di “So”, che conteneva “Red rain”, “Don’t give up”, “Sledgehammer”. Per dire.)
  3. I R.E.M. avrebbero fatto meglio a sciogliersi negli anni ’90. Dopo Michael Stipe diventa una pallida imitazione di Bono. (Mi tocca sul vivo, qua. Ma non bisogna essere fan per capire che è una cazzata dire che la carriera dei R.E.M. dopo “Automatic” è da buttare…).

 

 

 

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Cose che ho imparato leggendo le classifiche di fine anno (ovvero il listone dei listoni del 2013)

Ad un certo punto ho perso il conto. Ne ho lette a decine. Mi sono sempre piaciute le classifiche di fine anno, ma questa volta mi sono messo di buzzo buono e  ho spulciato in maniera (quasi) sistematica tutte quelle che sono riuscito a trovare in rete.

Patologico, nevvero?

Così, dopo avere fatto i miei listoni personali, dopo avere coordinato il referendum di Rockol, ho fatto un listone dei listoni. Ho scelto  le mie classifiche musicali preferite tra quello che ho letto e le ho classificate: la più bella, la più classica, la più eclettica, e così via. Una sorta di personalissima metaclassifica delle classifiche (redazionali).

Leggendo tutte queste classifiche ho imparato che:

  • La classifica di fine anno non è solo un dovere per le testate musicali, è un diritto inalienabile di chiunque ascolti/scriva/scribacchi di musica (siamo un paese di allenatori della nazionale di calcio e critici musicali, dico sempre).
  • Lamentarsi delle troppe classifiche di fine anno è un diritto altrettanto inalienabile. Anzi, per molti sembra diventato un dovere da esercitare a voce alta.
  • A spanne, il disco dell’anno è “Yeezus” di Kanye West, per acclamazione delle varie testate. C’è anche chi ha fatto i conti precisi, sommando i vari risultati. Il che ha generato effetti tragicomici  – secondo Metacritic  il voto più alto del 2013 lo ha ottenuto un album del ’77 (vedi  “le classifiche più matematiche”,  in basso).
  • La matematica è un’opinione, nelle classifiche di fine anno.
  • Nel 2013 c’è chi fa le liste di fine anno usando excel. Ma perché non un Power Point con 20 righe per slide?
  • “I soliti noti più un paio di botte di fighettismo per far scena”. (Luca DeGennaro sulla classifica di Billboard, su Twitter)
  • La frase di cui sopra è la regola aurea di ogni classifica.
  • I beneficiati del fighettismo per far scena non sono oscuri album indie. Anzi, la scelta più fighetta nel 2013 è spesso il pop.
  • Fighettismo estremo (1): mettere al numero 1 di una classifica importante un disco uscito una settimana prima della classifica stessa, (quasi) solo per poter fare “gne gne” a tutti gli altri che non han fatto in tempo a “classificarlo”.  (Beyoncé nella classifica di Billboard).
  • Fighettismo estremo (2): mettere solo 10° il disco a cui hai dato il secondo voto più alto durante l’anno: (“Reflektor” degli Arcade Fire su Pitchfork).
  • Il grande mistero dell’anno sono i Vampire Weekend. Non perché “Modern vampires of the city” non sia bello, anzi. Ma perché vederlo in cima a così tante classifiche… Boh. Mi sembra un’effetto a valanga (“L’han messo loro? Lo mettiamo anche noi!”) e continuo a pensare che sia il disco più sopravvalutato dell’anno, ma è evidentemente un problema mio.
  •  Pitchfork e Rolling Stone hanno lo stesso numero 1 (Vampire Weekend, appunto). Pitchfork ha un problema. E anche Rolling Stone.
  • C’è addirittura chi fa già le classifiche del 2014. Una lista di 100 dischi, mica 10. Indovina? Vince lo stesso artista che ha trionfato nel 2013. Kanye West ha vinto già la prima classifica dell’anno prossimo, quella di Stereogum.

Bando alle ciance – ecco le classifiche classificate secondo il mio personalissimo gusto – cliccando sull’immagine si va all’originale. In coda le classifiche individuali di amici/conoscenti/blogger/giornalisti/critici pescate in giro sui social (ma diverse persone di cui avrei voluto leggere le classifiche non le hanno fatte: pigrizia o fighettismo?).

 

emusicLA PIÙ BELLA: Emusic

(Numero 1: The Knife, “Shaking the habitual”; fighettismo: The Knife, “Shaking the habitual” al primo posto).

La più bella, non la migliore: una classifica interattiva (anche su bellissime app per iOS) fatta di dischi sfogliabili come mazzi di carte, con recensioni e preascolti. Una goduria per occhi e orecchie: peccato che in lista ci siano scelte tra l’assurdo e il fighetto estremo (Costello & i Roots al 98° posto… oltre al primo posto: Knife. Vabbé.). C’è stato un tempo in cui emusic era un ottimo servizio di musica digitale – grazie ad una sua classifica di fine anno scoprii uno dei miei album preferiti degli ultimi anni (“The ’59 sound” dei Gaslight Anthem). Ora è stato scavalcato dallo streaming, ma ciò nulla toglie alla bellezza (estetica e funzionale) di questa classifica.

 

LA PIÙ CLASSICA: MOJO 

(Numero 1: Bill Callahan, “Dream river”; fighettismo: la completa assenza di dischi pop).

Mojo è la bibbia del classic rock e la sua classifica rispecchia in pieno questo status. Al secondo e al terzo posto, Bowie e Daft Punk, per dire. E’ quella con cui la mia scelta personale ha più punti in comune, ma al di là di questo è forse la più equilibrata in circolazione, fatta salva la quasi totale assenza di pop (solo i Per Shop Boys che, beh, sono classic pop). Per dire, quella del rivale Uncut è molto, ma molto più noiosa. Sfogliare la classifica di Mojo sul numero di fine anno è una goduria, per appassionati del genere.

 

 LA PIÙ ECLETTICA: NPR MUSIC 

(Numero 1: nessuno, non sono in ordine; fighettismo: metter in lista “The Jazz Age” di Brian Ferry,)

La radio pubblica americana è una fonte inesauribile per chi ascolta musica, tutta la musica. Questa lista secondo me è la più bella che ci sia in circolazione: spazia dal classic rock al jazz, passando per l’hip-hop, il pop e tutto quello che sta in mezzo, con micro recensioni che ti fan venire voglia di ascoltare tutto. Non la metto al primo posto della classifica delle classifiche solo perché è una lista in ordine alfabetico.

 

   LA “INSTANT CHART”: BILLBOARD

(Numero 1: Beyoncé, “Beyoncé”; fighettismo estremo: Beyoncé al 1° posto)

Beyoncé ha fregato tutti, con la pubblicazione a sorpressa del disco. E tutti quelli che hanno fatto le classifiche di fine anno se ne sono fregati : di tutte quelle che ho letto, quella redazionale di Billboard è l’unica ad includere il disco, uscito il 13 dicembre. E l’han messo addirittura al primo posto.  Ecco,mettere al numero 1 di una classifica annuale un disco una settimana dopo la sua uscita – è proprio quella cosa lì: fighettismo estremo.

 

L’ANALISI PIU’ INTERESSANTE: GRANTLAND

A proposito di Beyoncé – Grantland ha fatto uno specialone sul 2013 dove la cosa più più interessante non è la (banale) classifica, ma questa analisi: il 2013 è The Year Music Failed to Blockbust – che, tradotto, significa: la fine del mega hype costruito per lanciare i dischi (Lady Gaga, anyone?): “The “Beyoncé model” will be the rage in 2014, since it seems to be a smashing success. Music will be falling out of the sky like formerly space-bound 30 Seconds to Mars singles. This will be the new delusion”. Tenete un ombrello a portata di mano. Anzi, forse è meglio un casco.

 

LA PIÙ DIVERTENTE: VICE UK

Non amo particolarmente lo stile di Vice, ma questa meta-classifica è da piegarsi in due. Due chicche:

36: Band trying to be the band Arcade Fire were trying to be four years ago.

35: Band trying to be the band Arcade Fire were trying to be eight years ago.

E così via. Amen.

 

LA PIÙ DIVERTENTE (ITALIA): SOLO MACELLO (tutta la verita’ sui dischi più di merda del 2013)

(Numero 1: Pearl Jam, “Lightining Bolt”):

Quando ho letto che i Pearl Jam avevano vinto il “Premio Tom Petty” (sottotitolo “menzione d’onore, stronzo d’oro, palma de cazzi, orso ricchione”) mi sono capottato dal ridere.

 

  LA PIÙ ECUMENICA

(Numero 1: Vampire Weekend, “Modern Vampires of the City”; fighettismo: il primo posto ai Vampire Weekend)

C”è tutto e il contrario di tutto: Kanye West, Paul McCartney, i Daft Punk, John Fogerty, gli Arctic Monkeys.. tutti a distanza di poche posizioni l’uno dall’altro. Ma, seriamente: i Vampire Weekend disco dell’anno per Rolling Stone? La sindrome dell’avere bucato il disco precedente, come commentava su Twitter Paolo Madeddu? O tentativo in extremis di Pitchforkizzazione?

 

LA PIÙ PREVEDIBILE:  NME

(Numero 1: Arctic Monkeys – ‘AM’; fighettismo: gli Strokes al 41° posto – credo sia l’unica classifica in cui il disco è entrato)

Per chi, come me, è cresciuto musicalmente negli anni ’80 e ’90, recuperare il numero di fine anno dell’NME era uno dei riti natalizi più belli: la stampa inglese, al tempo era la bibbia. Però già allora si capiva con largo anticipo chi sarebbe finito al primo posto, e oggi è ancora più facile. Infatti: “AM”, Arctic Monkeys. Perché mettere Kanye West o, peggio, gli Arcade Fire (14!) sarebbe stato troppo prevedibile. The thrill is gone, come diceva quel vecchio adagio blues.

 

PitchforkQUELLA CHE ERA MEGLIO UNA VOLTA:  PITCHFORK

(Numero 1: Vampire Weekend, “Modern Vampires of the City”. fighettsimo: gli Arcade Fire solo decimi)

Il dato più interessante è che Pitchfork e Rolling Stone hanno lo stesso numero 1 – il che dice molto sulla direzione di entrambi. Mi immagino i Pitchforkoni sotto la redazione brandendo “Reflektor” solo (decimo) e “Yeezus” (solo secondo), urlando “9.2!” e “9.5!”, incazzati perché non hanno vinto i loro beniamini. Prima di leggere questa classifica, comunque, passate da quella di ViceUK di cui si diceva sopra, e vedete l’effetto che fa…

 

LA PIÙ ISTITUZIONALE: MUSICA & DISCHI 

(Numero 1: Jonathan Wilson e Samuele Bersani; fighettismo: Imany miglior debutto internazionale).

Una classifica storica, compilata dalla testata storica dell’industria musicale italiana, con giornalisti musicali “storici” italiani. Con tutto il rispetto per Imany e per i miei colleghi, con tutta la roba buona che è uscita quest’anno, che sia quello il debutto dell’anno, ecco, ehm.

LA PIÙ OSCURA: ITUNES

(Scelta più improbabile: Imany tra i dischi pop italiani dell’anno)

 iTunes non pubblica solo le classifiche di vendita (su cui bisognerebbe fare un discorso a parte). Pubblica anche i dischi dell’anno, “le scelte della redazione”. Come queste vengano effettuate – non solo per il fine anno, ma anche per i dischi che vengono promossi con banner e iniziative nell’iTunes Music Store – è un po’ come la formula della Coca Cola: qualcuno pensa di saperla e poterla maneggiare, me nessuno ne conosce con precisione il metodo. Alla fine, sono scelte abbastanza banali, dai. Quella italiana, peraltro, è molto succinta rispetto a  quella americana.

 

LE PIÙ MATEMATICHE: METACRITIC, ALBUM OF THE YEAR, ACCLAIMED MUSIC

(Numero 1:Fleetwood Mac “Rumours [35th Anniversary Deluxe Edition]”. Non è una scelta, è una somma. Ma cosa c’è di più fighetto?)

Il disco del 2013 è uscito nel 1977. Quando la matematica non è un’opinione nelle classifiche succedono cose del genere: una ristampa che ha un punteggio di 99 su 100, il più alto dell’anno.  Ok, è di un capolavoro vero, “Rumours” e, OK, Metacritic è uno strumento utilissimo per capire l’aria che tira su un album, però… Selezionando tra i dischi usciti nel 2013, Metacritic dice che in realtà l’album con il voto più alto è “Sunbather” dei Deafheaven. 92. Sette punti in meno di “Rumours”, 8 in più di “Yeezus”. Ehm.

Sullo stesso genere c’è pure un sito, Albumoftheyear.org, che ricostruisce le classifiche in base ai voti dati durante l’anno. Così come anche il foglio Excel di Acclaimed Music, compilato sulla base dei risultati di oltree 70 testate . Sì, un foglio Excel. Meglio leggere il riassunto che ne fa Luca Castelli su La Stampa.

 

    LA PIÙ ILLEGGIBILE: GUARDIAN

Non per i risultati – abbastanza in linea, con Kanye West al numero 1, e qualche “botta di fighettismo” (cit.) all’8 e 5 con John Wizards e Kelela – ma per la forma. Sul sito non c’è un listone completo – bisogna leggerlo da altre parti, tipo su Brooklyn Vegan. Un peccato, perché il Guardian rimane uno dei migliori posti dove leggere di musica. Ma la forma con cui vengono presentate le classifiche è importante quanto la classifica in sé. Meglio allora tutti ciò che di contorno hanno fatto, tipo l ‘a-z del pop del 2013 in foto.

 

LA PIÙ FUTURISTICA: STEREOGUM

(Numero 1 del 2014: Kanye West. Sì, del 2014.)

Non bastassero le classifiche del 2013, ci sono già quelle del 2014. E Kanye West è in testa anche lì. I dischi più attesi del 2014 secondo Stereogum è un esercizio di critica preventiva talmente campata per aria da essere divertente, a suo modo….

 

 

LA PIÙ (INSERIRE AGGETTIVO A CASO): TOP TEN K-POP OF 2013 (Dazed)

Questa si commenta da sola. E non c’è neanche PSY.

 

CLASSIFICHE INDIVIDUALI DA LEGGERE

Internazionali

FuelFriends Blog

Sasha Frere-Jones sul New Yorker

I Best Bits di Simon Reynolds

26 Things That Defined Music In 2013 (Matthew Perpetua su BuzzFeed)

Ryan’s Smashing Life

Italiane

Le playlist  dei redattori e collaboratori di Rockol

Il disco Uau! secondo i redattori e collaboratori di Rolling Stone

30 dischi del 2013 di EmmeBi

Le 55 migliori canzoni pop del 2013  (PopTopoi)

Giovanni Ansaldo su Internazionale

Polaroid Blog

Quasi 2014 di Emiliano Colasanti (su Stereogram)

Kekkoz

Paolo Bogo su Facebook

LA CLASSIFICA DEL 2013, o qualcosa che ci va vicino (Disappunto su Bastonate)

Niccolò Vecchia su Facebook

Luca Villa (Pearljamonline.it) su Facebook

2013 (playlist di Giuseppe Marmina su Spotify)

Philip DiSalvo su Wired.it

Tredici buoni motivi per ricordare, almeno per un po’, il 2013 nel 2014 (John Vignola su Spotify).

La faccenda della musica nel 2013 (Paolo Madeddu)

Il meglio e il peggio del 2013 secondo Carlo Vergano (aka CrossoverBoy) e i redattori e collaboratori di OutTune.it

I 20 dischi più belli del 2013 secondo Alberto Storaro/Radio Musik

 

 

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Il listone: dischi e musica del 2013

2013Visto che proprio non ne potete fare a meno…. Il mio personalissimo listone del 2013, ovvero una versione espansa della classifica fatta per Rockol, con varie altre cose memorabili di quello che a me è sembrato un buon anno in musica. Per le canzoni, ho fatto due playlist.

I miei 5 dischi dell’anno stranieri 

  1. Jonathan Wilson – “Fanfare”
  2. John Murry – “The graceless age”
  3. Bill Callahan – “Dream river”
  4. Nick Cave & The Bad Seeds – “Push the sky away”
  5. Elvis Costello & The Roots – “Wise up ghost”

I miei 5 dischi dell’anno italiani 

  1. Perturbazione – “Musica X”
  2. Andrea Nardinocchi – “Il momento perfetto”
  3. Samuele Bersani – “Nuvola numero nove”
  4. Marlene Kuntz – “Nella Tua luce”
  5. Mauro Ermanno Giovanardi – “Maledetto colui che è solo”

 

top 10 album di quelli che non stanno nelle due top 5 (sennò sono troppo pochi)

  1. Grateful Dead, “Sunshine Daydream” (strepitoso concerto del ’72 finalmente pubblicato ufficialmente. Da brividi)
  2. Laura Marling, “Once I Was an Eagle” (Joni Mitchell oggi canterebbe così)
  3. Tyler Lyle, “Expatriates” (il miglior cantautore “puro” che ho ascoltato quest’anno)
  4. Phosphorescent, “Muchacho” (scoperta tardiva – vedi sotto)
  5. Nordgarden, “Dieci” (Canzoni italiane cantate da un norvegese? Funziona, eccome se funziona)
  6. Wooden Shjips, “Back to land” (fricchettoni che suonano da dio…)
  7. Low, “The invisible way” (ancora più minimali, con Jeff Tweedy alla produzione: uno dei concerti dell’anno, oltre al disco)
  8. Kurt Vile, “Wakin on a pretty daze” (fricchettoni che suonano da dio – 2)
  9. Gov’t Mule, “Shout” (fricchettoni che suonano da dio – 3)
  10. Robbie Williams, “Swing both ways” (Robbie+Swing=goduria)

E poi…

Concerto dell’anno: Bruce Springsteen, San Siro, 3 giugno.

Giuro che ci ho provato. “No, dai, non puoi mettere sempre Bruce”, mi sono detto. Epperò il concerto di San Siro è stato una cosa oltre ogni immaginazione e speranza, uno dei migliori che ho visto (e ne ho visti più di 20).  Qualsiasi altro concerto – compresi spettacoli della Madonna di gente come i Nine Inch Nails,  Nick Cave,  Black Crowes, Low – scompare di fronte a questo Springsteen sul palco.

 Conferma dell’anno: Jonathan Wilson. 

Due anni fa, fu una sorpresa. Oggi, “Fanfare” è molto di più di un disco “di genere”(di un genere che amo, peraltro: il rock californiano). E’ grandissima musica, con una valanga di idee.

Rivelazione dell’anno: John Murry. “The graceless age”

L’ho tenuto lì per un po’, poi quando ci sono entrato ne sono più uscito: un racconto di caduta e redenzione, raccontato senza sconti e senza autoindulgenze, tra Tom Waits e Springsteen. Un capolavoro vero – (so che uso questa parola un po’ troppo spesso, ma qua ci sta, l’assicuro).

Scoperta tardiva dell’anno: Phosphorescent, “Muchacho” 

Ci sono dischi che sai che devi ascoltare, che ti piaceranno. Però poi, tra la valanga di roba che gira, te ne dimentichi. Poi li recuperi, e ti tagliano in due. Questo è stato per me questo album: uscito a marzo, me ne hanno parlato amici di cui mi fido, ma l’ho ascoltato e  scoperto solo qualche settimana fa, nella versione deluxe con un bel concerto dal vivo come bonus. Un disco disarmato e disarmante, canzoni scritte bene, arrangiate meglio (mischiando roots e modernità) e cantate ancora meglio, a cuore aperto.

Sorpresa dell’anno: Elvis Costello e i Roots, “Wise up ghost”. Delusione dell’anno: Elvis Costello/Roots & Arcade Fire – “Reflektor”

La sorpresa è vedere assieme due artisti che ami. La delusione è che il risultato è semplicemente la somma delle parti, mentre ti aspettavi qualcosa di più. “Wise up ghost” è un gran disco, ma non il capolavoro che speravo. E poi gli Arcade Fire – che hanno fatto un disco che per me è più pretenzioso che bello.

Disco più sopravvalutato dell’anno: Vampire Weekend – “Modern vampires of the city”

Un bel disco di pop moderno e ben temperato, il che è una rarità. Ma vederlo in testa a diverse classifiche di testate importanti mi fa una certa impressione – non credo che abbiano mai fatto un “disco dell’anno”.

Bootleg ufficiale dell’anno: Wilco e Chris Robinson Brotherhood.

Amo i dischi dal vivo e i bootleg ufficiali, sono una di quelle cose che rendono felice il fan famelico che c’è in me. Sempre siano lodati i Wilco non solo per avere fatto un concerto di cover a richiesta, ma per averlo messo in vendita. Sempre sia lodato Chris Robinson per avere riscoperto Betty Cantor-Jackson (qua la sua storia)  e averle chiesto di registrare i concerti della sua Brotherhood.

Libri musicali dell’anno: David Byrne, “Come funziona la musica” e Bob Stanley, “Yeah yeah yeah – history of modern pop” 

Byrne L’avevo già messo l’anno scorso, ma è uscito in italiano – e averlo potuto mettere in bibliografia dei miei corsi in Università mi dà una qual certa soddisfazione. Quello di Stanley (giornalista, musicista con i Saint Etienne) l’ho appena iniziato, ma è una cosa che non vedevo da tempo: in periodo in cui si raccontano le piccole storie della musica, un libro che racconta LA storia, e quella che viene quasi sempre ignorata – il pop, contro tutti gli snobismi rock.

Il mio musicale momento dell’anno: Glen Hansard, “Wishlist” (Live@Rockol)

Due, in realtà. Dopo 28 anni di inseguimenti (dal 1985), riesco finalmente a sentire Springsteen che suona la mia canzone preferita, “Downbound train”, e di nuovo a San Siro. Ma quella è stata una botta di culo, ed è una cosa personale (per quanto può esserlo un momento del genere con 59,999 persone attorno). Portare a suonare Glen Hansard in redazione invece è stata una cosa che inseguito e che sono riuscito a realizzare grazie a quei santi della Spin-Go (thanks Micro!)

Già avere uno dei tuoi artisti preferiti che viene nella tua redazione a suonare è roba da raccontare ai nipoti. Sentirlo fare, su tua richiesta, la cover di una delle tue canzoni preferite. Riprenderlo e montare tu il video. Ecco. Forse non è la cover più bella dell’anno. Ma è la mia e ne sono parecchio orgoglioso….

 

 

 

 

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Feel good songs – 2013

2013

Tempo di iniziare a fare i conti con questo anno, che di musica buona ne ha messa in giro tanta: così, per cominciare, ho fatto due playlist  con le canzoni che ho ascoltato di più, incrociando i dati di iTunes, Spotify e Deezer. Due, una su Deezer e una su Spotify, per essere ecumenici, e perché da una parte ci sono cose che non ci sono dall’altra.  Ne è venuta fuori una lista che non è delle migliori canzoni dell’anno in assoluto, ma una personalissima scelta di roba buona da (ri)scoprire.

 Cantautori che sono passati in secondo piano come Joy Ritter, Tyler Lyle, Widower, Justin Currie e John Murry. Chi invece ha avuto una buona visibilità e la ripaga con un perfetto esempio di california-rock (“Moses pain” di Jonathan Wilson), la title track dei Pearl Jam (credo sia l’unica canzone che ha messo tutti d’accordo, anche quelli che non sopportano il nuovo album), belle ristampe (R.E.M., Waterboys… ), dischi dal vivo (la sempre emozionante “Round here” dei Counting Crows), ka stupenda jam dei My Morning Jacket con gli Alabama Shakes su Fela Kuti e la ancora più bella jam  dei Grateful Dead su “Dark Star” (in “Sunshine Dayddream”, concerto del ’72 pubblicato ufficialmente quest’anno). E le schitarrare di Kurt Vile su “Wakin on a pretty day” – star male non ha mai suonato così bene, come dice Pitchfork della canzone…

E sì, secondo me la canzone dell’anno è “Higgs boson blues”: immensa, per suoni , tensioni, parole, interpretazione. Miley Cyrus citata prima che diventasse quella Miley Cyrus. Il Bosone di Higgs prima che prendesse il premio Nobel, e tutto il resto.

Buon Ascolto!

 

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Randy Newman

Manco lo sapevo, che oggi faceva 70 anni. E non è che sia così attento a queste ricorrenze, che poi sono una scusa per celebrare i grandi. E Randy Newman è un gigante della canzone americana: grande ironia (pure troppa: quando scrisse “Short people got no reason to live” lo presero sul serio), grandi melodie, grande intensità, grandi musiche. Ha scritto dei capolavori, che raccontano le contraddizioni dell’America come pochi altri. Dal vivo è un’intrattenitore gigantesco: piano, voce e storie raccontate come pochi.

Sottovalutato, almeno da noi, rispetto ai suoi pari: Dylan, Cohen, Waits, quella gente lì.

Un po’ se l’è cercata lui, perché sono anni e anni che ha fatto fortuna con le colonne sonore – chiamalo scemo. I suoi dischi sono rari, e le ultime cose sono reinterpretazioni piano e voce.  Così ho fatto una playlist con alcune delle sue cose storiche e la condivido con chi ha voglia di ascoltarla. Con un po’ di snobberia, non ho messo volutamente “You’ve got a friend in me” e “You can leave your hat on”, che sono le due canzoni più famose, ma ho messo due volte “Baltimore”, che è la sua canzone più bella, secondo me.

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