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Guccini e i fan avvelenati

La frase è nota, è una delle più famose del cantautorato italiano.

Che cosa posso dirvi? Andate, fate.
Tanto ci sarà sempre lo sapete
un musico fallito, un pio, un teorete
un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate.

E’ “L’avvelenata” di Guccini. Che fu scritta in risposta ad una stroncatura di Riccardo Bertoncelli, il decano della critica musicale italiana (che al tempo era un ragazzo).

Bertoncelli, da un po’ di anni, insegna al Master in Comunicazione Musicale, che dirigo in Cattolica. Nel 2009 gli abbiamo fatto raccontare la storia di quella canzone, girando un videino. Un racconto equilibrato, non privo di ironia ma molto affettuoso: l’abbiamo pubblicato sul canale YouTube del Master. Bertoncelli e Guccini hanno fatto la pace subito dopo; da tempo sono amici.

Il video, in 6 anni, ha totalizzato quasi 70.000 views: se cercate “L’avvelenata” su Google è uno dei primi risultati. Ma la cosa interessante sono i commenti al video, da parte dei fan di Guccini: niente, a distanza di anni, lo insultano ancora, come se quel disco fosse uscito l’altro ieri, e la recensione ieri. I commenti arrivano regolarmente, al ritmo di uno al mese, e sono  soprattutto improperi, molti irripetibili (e infatti spesso ho dovuto non approvarli). Una piccola selezione:

Fabrizio Baggi 3 anni fa
BERTONCELLI LAVATI LA BOCCA PRIMA DI NOMINARE GUCCINI!!!!

 

vicious6661982 1 anno fa
Berto non e che ci spari qualche altra cazzata su Guccio cosi riprende a suonare no eh ?

 

teodoro margarita 5 mesi fa
Ha fatto la tua fortuna, dai, che ti ha celebrato. Oh quali stronzate immani. Pare che il punk non abbia mai irriso sti tromboni un tanto al chilo.

 

leixlipful 2 anni fa
Bertoncelli continua a sparare CAZZATE…a culo tutto il resto

Ieri ho incontrato Guccini, che presentava “Se io avessi previsto tutto questo”, box retrospettivo che da quella canzone ha preso il titolo (è la prima strofa). L’occasione era ghiotta, e gli ho chiesto di quella canzone e dei fan che gliel’hanno chiesta per anni. Con la consueta ironia, Guccini ha risposto “E’ un episodio, di certo ho scritto delle canzoni migliori”. Ecco un estratto della videointervista (quella completa è su Rockol): qua ho lasciato la mia voce fuori campo.

Morale: i fan di Guccini sono più realisti del re. Certi atteggiamenti non bisogna cercarli solo tra i beliebers o i directioners…

 

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La mia prima intervista (in ricordo di Nuto Revelli, partigiano e scrittore)

Tanti anni fa, avrò avuto 10 anni o giù di lì, ho fatto la prima intervista della mia vita.  Si avvicinava il 25 aprile, a scuola si parlava della resistenza. Non mi ricordo di chi fu l’idea di mandarmi da quel signore dalla faccia bonaria. Non ricordo se fu dei miei genitori (era un amico di mia nonna, mi dissero) o dell’insegnante. Sta di fatto che andai a casa sua, in Corso Brunet, a Cuneo, accompagnato da mio padre. Quel signore si chiamava Nuto Revelli, era stato un grande partigiano, ed era già un famoso scrittore. Tutte cose di cui avevo sentito parlare, ma che non capivo bene.

Così mi armai di un registratore, credo fosse un Sanyo, forse quello che usavo già per ascoltare un po’ di musica, uno di quelli lunghi e grossi come mattoni, mono, con i tastoni grossi che sembravano uscire da un piano. Feci qualche domanda, lui rispose gentile, e poi feci ascoltare la registrazione in classe. Facevo le medie e mi ricordo che, timido com’ero, mi imbarazzai a risentire la mia voce di fronte ai miei compagni.

Quel signore negli anni dopo lo vedevo spesso seduto in un bar di Piazza Europa, sotto i portici, di fianco alla libreria dove andavo spesso. Ho capito la sua importanza e la sua statura solo anni dopo, quando intervistando un cantante questo mi disse: “Ma davvero hai conosciuto Nuto Revelli”?. Era il 2002 o forse il 2003-. Nuto Revelli è morto nel 2004.

Negli anni ho letto i suo libri, ho riletto soprattutto “Il mondo dei vinti”, in cui racconta gli effetti della guerra sulle persone con uno stile secco, che punta dritto all’essenziale. Nuto Revelli era uno che aveva combattuto per la libertà,  con il fucile in mano e poi si era messo ad ascoltare, girando a raccogliere le storie di persone normali, armato di un magnetofono, e poi le aveva trascritte, mantenendo la semplicità di quelle persone, senza nessuna retorica. “Il mondo dei vinti” si apre così:

“Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. (…) In quei tempi “rastrellavo” la pianura, la montagna, le langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato, e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respira la vita. (…) Mi interessa il passato in quanto mi aiuta capire la realtà di oggi”.

Nuto Revelli aveva scritto una canzone, mentre faceva il partigiano nelle valli cuneesi. “Pietà l’è morta” è uno dei simboli di quel periodo. Poi venne ripresa dai Modena City Ramblers, uno di quei gruppi che ha fatto in modo di usare la musica per raccontare la resistenza. La settimana scorsa, nella recensione di Breviario Partigiano dei Post-CSI, dicevo che ormai la resistenza è un tema fuori moda, che se ne parla di meno ora che i testimoni come Nuto Revelli non ci sono più. Invece sono felice di essermi sbagliato: questa settimana ne ho sentito parlare tanto, con belle iniziative su stampa, Tv e web.

Se oggi possiamo ascoltare musica liberamente, se possiamo scrivere queste cose, è anche grazie a quello che persone come Nuto Revelli fecero 70 anni fa: combattere e sacrificarsi per la libertà. E il fatto che sia la prima persona che ho intervistato, quando neanche sapevo che volevo fare il giornalista, ecco, è una cosa di cui sono orgoglioso, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile.

 

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Il luna park del giornalista musicale (#Sanremo2014 edition, ep. 1)

Mi sono trasferito a Sanremo per il Festival: per una settimana sto rintanato in quella simpatica gabbia di matti che è la sala stampa del Teatro Ariston.

foto 2

A Sanremo si lavora come matti, ci si prende sul serio, ci si sente importanti per una volta all’anno. Ma, sì, ci si diverte anche, e va bene così.

E’ il luna park del giornalista musicale, come ebbe a dire la mia compagna. Non ho ancora trovato una definizione migliore.

Poi tutti si stanno già prodigando a spiegare il Festival, perché sì e perché no: qualche giorno fa ho letto una prestigioso editorialista raccontare la sua unica apparizione in sala stampa all’Ariston, di 11 anni fa, come una prova di resistenza; lo è, ma non per i motivi di noia che lascia sottintendere, come se non ci fosse nulla da raccontare.

Qua invece si cercherà di raccontarlo e di goderselo in compagnia di chi vuole leggere, scrivere, twittare etc. Tutta la cronaca è su Rockol, as usual, dove sono mi divido oneri e onori con Franco Zanetti.

Su questo blog, qualche appunto sparso. Quelli del primo giorno:

  • Finora le videointerviste più belle (fatte a Milano e Roma, assieme a Valeria Mazzucca e Mattia Marzi):  Ron, un ragazzo di 60 anni che ha l’umiltà di ascoltarti e di ascoltare la musica di che gira intorno oggi e di citarla senza spocchia. E Cristiano De André, che ha parlato della Genova degli anni ’70, dell’arrivo dell’eroina nelle piazze (al tempo ero un bambino, ma me lo ricordo bene quel periodo: mio padre lavorava nei centri antidroga come medico); le pubblichiamo domani su Rockol.
  • foto 3Tutto cambia per non cambiare: ho mancato l’edizione dell’anno scorso, ma le facce all’Ariston sono (quasi) sempre le stesse, i riti pure. Ma con qualche novità: in sala stampa c’è un wifi gratuito che va come una scheggia (gli anni scorsi era a pagamento e si inceppava sempre), c’è una rassegna stampa in digitale, e c’è un megaschermo in altadefinizione per farci vedere come si deve le serate. Commenti di gaudio dei colleghi.
  • Tra i riti immutabili: la cerimonia della conferenza stampa alle 12.30, con domande che sistematicamente durano di più delle risposte.
  • foto 6Tonino Manzi, maestro di cerimonie della sala stampa, oggi ha iniziato la conferenza stampa chiedendo “Rispettate i fiori!” (quelli che stanno sul palco dove salgono i conduttori e musicisti per sottoporsi alle domande di cui sopra).
  • Tappa obbligata, per riprendersi dalla  conferenza stampa: Maggiorino, dove fanno la miglior farinata della città. Ci si incontrano autori del Festival, conduttori, giornalisti. Prezzi popolari e paghi dopo avere mangiato.
  • Ho visto le prove generali del lunedì, ma solo un pezzo, quindi non ne parlo; sono un altro dei primi riti sanremesi, nella platea del teatro si accampano giornalisti, discografici, uffici stampa, assistenti personali, parenti, musicisti in attesa del loro turno. C’è pure gente che dorme (true story), ci siamo noi che facciamo le prove generali per domani sera: chi twitta più veloce questo o quel dettaglio.
  • Non ho ancora visto nulla di particolare per le strade, dove di solito si accalca la più varia umanità – ma mi segnalano già il consueto assembramento di sosia. Senza di loro il Festival non ha senso.
  • Per quello che può valere: faccio il tifo per “Invisibili” di De André, per i Perturbazione e per Noemi  – ma le canzoni le capiremo solo domani e mercoledì sera, sul palco (allora rileggerò quello che ho scritto al primo ascolto e scoprirò di aver detto un sacco di boiate – per fortuna avevo messo un disclaimer).
  • La mia attrezzatura da Festival:

 

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Don’t stand so close to me (cose che ho imparato intervistando Sting)

Oggi ho intervistato uno con la cui musica sono cresciuto. Non lo ascolto quasi più, se non per interesse professionale. Sinceramente ho smesso di capire il suo percorso. Secondo me pure lui ha smesso di capirlo – lo ha anche ammesso, dicendo di avere avuto un blocco dello scrittore per 8 anni.

Però un mito è un mito. Oltre ad una bella chiacchierata (che è diventata un’intervista su Rockol) mi sono portato a casa qualche lezioncina.

  • Ad un certo punto, certi cantanti è  meglio sentirli parlare che cantare. Dicono cose più interessanti di quelle che riescono a mettere in musica.
  • Tradotto: fanno dischi pallosissimi  (qua provo a dirlo in maniera un poco più elaborata) ma li staresti ad ascoltare per ore.
  •  Le star veramente fighe non vanno al Four Seasons, al figuriamoci al Principe di Savoia. Troppo cheap. Vanno al Bulgari.
  • I musicisti che ho intervistato al Bulgari: Renato Zero (Un pranzo memorabile: mi congedò con un “Vai dai tuoi studenti e dì che li saluta Renato!”). Interpol. Sting.
  • Certi musicisti del New Jersey non sono gli unici a passare i 60 anni dimostrandone 40 (anzi, avessi io il loro fisico).
  • Sting oggi, comunque, assomiglia a Biagio Antonacci – e anche un po’ a Phil Collins, mi dicono su Facebook.
  • Incontrare artisti che amavi da ragazzino ti trasforma in un ragazzino e ti fa perdere ogni professionalità (dura poco, solitamente 5 minuti alla fine dell’intervista, ma succede quasi sempre). 
  • Corollario: ti succede anche con artisti che ora ti piacciono zero. Vedere la faccia da ebete nella foto qua sotto.
  • Lo stesso capita ai miei colleghi (vedere foto sotto)
  • E lo stesso capita ai discografici (anche se qualcuno lo nasconde bene).

 

 

 

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Grazie, Lou Reed

L’ultima volta che l’ho incontrato è stato due anni fa, l’8 luglio del 2011: Lou Reed passò da Milano durante il suo tour italiano e decise di incontrare la stampa. 69 anni, faccia segnata, andatura traballante. Stronzo come sempre, con i giornalisti, anche se con me fu singolarmente gentile, acconsentendo a far filmare l’intervista senza problemi (un collega, invece, venne tirato scemo a suon di “aumenta la saturazione” e “virala in bianco e nero”, per il solo gusto di rompere le scatole).

Acconsentì persino a farsi fare una foto a fine intervista, bevendo un bicchiere di caffé freddo – l’ennesimo della giornata.

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Rispose a monosillabi (o poco di più, diciamo). La chiacchierata fu concentrata principalmente sul giro di concerti italiano, denominato “Power rock tour”, con accenni alla musica digitale (era un appassionato di tecnologia e gadget, tanto da avere fatto da solo un’app che aumentava i caratteri dell’iPhone, Lou’s Zoom) e al futuro disco con i Metallica, che sarebbe uscito dopo qualche mese – e che sarebbe rimasta l’ultima prova di studio. Un peccato, perché sarebbe stato una delle cose peggiori della sua carriera. Ma ormai era invecchiato, e tanto. I suoi anni valevano il triplo (“My week beats your year”, scrisse nelle note di copertina di “Metal machine music”) e li sentiva tutti. Il concerto, poi, fu traballante come la sua andatura:  brani dei Velvet Underground (“Femme fatale”, “Venus in furs”, “Pale blue eyes”, “Sunday morning”), brani quasi dimenticati dal repertorio solista come “The bells” e “All through the night”, momenti di jam session diretti brevi e precisi cenni e momenti in cui sembrava non reggersi sulle gambe.

La fama di “mangia-giornalisti” era ampiamente meritata: lo ricordo ad un concerto al Vittoriale, in cui mandò a quel paese (con ben altre parole) un reporter in prima fila che aveva il computer sulle ginocchia e stava scrivendo il pezzo, minacciando di interrompere il concerto. O una trasmissione di MTV in cui gelò il conduttore (Enrico Silvestrin), che preso dall’entusiasmo di avere di fronte un mito, si era lasciato prendere la mano: “So, what’s the question?”.

Se li poteva permettere, questi atteggiamenti, dall’alto della sua statura artistica. Se c’è uno per cui la parola “mito” non è fuori luogo, è proprio Lou Reed: uno che ci ha insegnato cosa vuol dire “rock”, cosa significa “trasgressione”. Il primo disco dei Velvet Underground rimane uno dei più grandi album di tutti i tempi, capace di unire – come la pop art del suo mentore Andy Warhol – l’alto al basso, le esperienze estreme alla melodia pop. E anche quando continuò da solo, raccontò un mondo che era l’immaginario del rock, con una forza lirica e musicale senza pari. Non aveva bisogno della stampa, spesso non aveva bisogno neanche del pubblico – faceva solo quello che voleva, come voleva. Sbagliava, e tanto: la sua discografia e la sua carriera hanno cadute di stile enormi, soprattutto negli anni ’80; solo alla fine del decennio, con “New York”, tornò a produrre musica degna del suo nome, riunendosi brevemente con John Cale poco dopo (“Songs for Drella”, dedicato ad Andy Warhol), e inanellando una serie di album ottimi che lo hanno portato fino al nuovo millennio, tra cui “Magic & loss”, dedicato proprio al tema della morte. Negli ultimi anni ha suonato tanto, spesso in Italia, e prodotto poco – l’ultimo incisione di rilievo è il concept-album “The Raven”, di 10 anni fa.

Ora, in questi giorni, lo ricorderanno per e con “Walk on the wild side” (che peraltro concesse pure – sacrilegio – per lo spot di un motorino: “Non accontentatevi di camminare”) o “Perfect day”: soprattutto in questa era di “social mourning” su Facebook e Twitter, si ricorre sempre alle canzoni più famose, alle più ovvie. Ma nulla renderà giustizia alla grandezza di un Artista – uno dei pochi per cui la parola non è abusata, nella musica.

Nessuna parola sarà mai abbastanza, né per raccontare la sua vita, né per raccontare la sua morte.

Forse una sola: grazie, Lou.

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