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Storia leggendaria della musica rock – le playlist

E’ uscita l’edizione Deluxe di “La storia leggendaria della musica rock”: per l’occasione ho creato due playlist con tutta la musica contenuta nel libro, o quasi: 350 album, o 350 canzoni

Storia Leggendaria della musica Rock

Storia Leggendaria della musica Rock

E’ un libro che ho molto amato alla prima uscita molti anni fa: una storia del rock sui generis, che in questa terza edizione abbiamo ampliato e in larga parte riscritto. Riccardo Bertoncelli ha curato la storia del rock dalle origini agli anni ’70, io ho curato gli anni dal punk ad oggi.

L’idea del libro è quella di raccontare le storie del rock, piuttosto che raccontare la Storia con la S maiuscola. Storie tanto vere da non sembrare neppure possibili, storie tanto reali da non risultare verosimili, storie capaci di sfidare la logica del tempo: sono appena accadute e già si trasformano in leggende.

Magari siete capitati da queste parti seguendo il link contenuto nell’introduzione, che prometteva alcune playlist, con la musica citata nelle pagine, quasi tutta, quella che c’è su Spotify, almeno.

Eccole, qua sotto: sono due, una con gli album e una con singole canzoni, che rispettano la scansione del libro.

Se invece siete capitati qua per caso o per altri motivi: le informazioni sul libro sono a questo indirizzo, se proprio vi venisse voglia di sapere cosa c’è dentro o addirittura di comprarlo.

In entrambi i casi: buon ascolto e buona lettura.

 

LE CANZONI LEGGENDARIE DEL ROCK
(versione ridotta con solo 326 canzoni, per 23 ore di musica… )

Per aprire la playlist direttamente su Spotify cliccate qua

 

GLI ALBUM LEGGENDARI DEL ROCK
(4700 canzoni, 350 album, 310 ore di musica)

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La mia prima intervista (in ricordo di Nuto Revelli, partigiano e scrittore)

Tanti anni fa, avrò avuto 10 anni o giù di lì, ho fatto la prima intervista della mia vita.  Si avvicinava il 25 aprile, a scuola si parlava della resistenza. Non mi ricordo di chi fu l’idea di mandarmi da quel signore dalla faccia bonaria. Non ricordo se fu dei miei genitori (era un amico di mia nonna, mi dissero) o dell’insegnante. Sta di fatto che andai a casa sua, in Corso Brunet, a Cuneo, accompagnato da mio padre. Quel signore si chiamava Nuto Revelli, era stato un grande partigiano, ed era già un famoso scrittore. Tutte cose di cui avevo sentito parlare, ma che non capivo bene.

Così mi armai di un registratore, credo fosse un Sanyo, forse quello che usavo già per ascoltare un po’ di musica, uno di quelli lunghi e grossi come mattoni, mono, con i tastoni grossi che sembravano uscire da un piano. Feci qualche domanda, lui rispose gentile, e poi feci ascoltare la registrazione in classe. Facevo le medie e mi ricordo che, timido com’ero, mi imbarazzai a risentire la mia voce di fronte ai miei compagni.

Quel signore negli anni dopo lo vedevo spesso seduto in un bar di Piazza Europa, sotto i portici, di fianco alla libreria dove andavo spesso. Ho capito la sua importanza e la sua statura solo anni dopo, quando intervistando un cantante questo mi disse: “Ma davvero hai conosciuto Nuto Revelli”?. Era il 2002 o forse il 2003-. Nuto Revelli è morto nel 2004.

Negli anni ho letto i suo libri, ho riletto soprattutto “Il mondo dei vinti”, in cui racconta gli effetti della guerra sulle persone con uno stile secco, che punta dritto all’essenziale. Nuto Revelli era uno che aveva combattuto per la libertà,  con il fucile in mano e poi si era messo ad ascoltare, girando a raccogliere le storie di persone normali, armato di un magnetofono, e poi le aveva trascritte, mantenendo la semplicità di quelle persone, senza nessuna retorica. “Il mondo dei vinti” si apre così:

“Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. (…) In quei tempi “rastrellavo” la pianura, la montagna, le langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato, e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respira la vita. (…) Mi interessa il passato in quanto mi aiuta capire la realtà di oggi”.

Nuto Revelli aveva scritto una canzone, mentre faceva il partigiano nelle valli cuneesi. “Pietà l’è morta” è uno dei simboli di quel periodo. Poi venne ripresa dai Modena City Ramblers, uno di quei gruppi che ha fatto in modo di usare la musica per raccontare la resistenza. La settimana scorsa, nella recensione di Breviario Partigiano dei Post-CSI, dicevo che ormai la resistenza è un tema fuori moda, che se ne parla di meno ora che i testimoni come Nuto Revelli non ci sono più. Invece sono felice di essermi sbagliato: questa settimana ne ho sentito parlare tanto, con belle iniziative su stampa, Tv e web.

Se oggi possiamo ascoltare musica liberamente, se possiamo scrivere queste cose, è anche grazie a quello che persone come Nuto Revelli fecero 70 anni fa: combattere e sacrificarsi per la libertà. E il fatto che sia la prima persona che ho intervistato, quando neanche sapevo che volevo fare il giornalista, ecco, è una cosa di cui sono orgoglioso, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile.

 

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Shotgun lovesongs

Ho scoperto quasi per caso che Marsilio ha tradotto in italiano uno dei più libri che ho letto negli ultimi tempi, Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler.
30728924_shotgun-lovesongs-di-nickolas-butler-4Le “canzoni d’amore con la pistola alla tempia” sono quelle di Lee, alias Corvus, cantautore che va e torna da Little Wing, cittadina del Winsconsin, dove vivono ancora i suoi amici d’infanzia: Henry, che fa l’agricoltore, sua moglie Beth, l’ex alcolista e star del rodeo Ronny; Kip, che ha fatto fortuna nella finanza a Chicago ed è tornato in città per ristrutturare  una fabbrica abbandonata. Un bellissimo intreccio di rapporti, con molta musica sullo sfondo.

Corvus e le sue “Shotgun lovesongs” sono ispirate a Justin Vernon, alias Bon Iver e al suo “For Emma, forever ago”, album creato nella disperazione della solitudine, sotto la neve, proprio come capita al protagonista del libro.

Rileggendolo in italiano mi è tornato fuori questo passaggio, rilettura (poetica e romantica, ma non troppo) del processo di creazione di un album, che sia “For Emma, Forever ago”, un album immaginario raccontato in un romanzo, o quello di una band esordiente:

“I musicisti che incontro in tour, soprattutto quelli più giovani, mi chiedono: «Come hai fatto ad arrivare a questo punto? Come facciamo a fare il passo successivo?» Non so mai cosa rispondere. La maggior parte delle volte mi limito a dire di perseverare. Di starci appresso. Ma se fossi ubriaco e dovessi dire veramente come stanno le cose, allora direi questo: «Cantate come se non aveste un pubblico, come se non sapeste cos’è un critico, cantate del vostro paese, del ballo della scuola, cantate di cervi, cantate di stagioni, cantate di vostra madre, cantate delle motoseghe, cantate del disgelo, cantate dei fiumi, cantate delle foreste, cantate delle praterie. Ma qualsiasi cosa facciate, iniziate a cantare la mattina presto, anche solo per tenervi al caldo. E se per caso vivete in un posto in cui fa sempre caldo… …trasferitevi in Wisconsin. Comprate una stufa a legna e passate una settimana a spaccare gli alberi. Con me ha funzionato”.

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Cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop

800 pagine. 776, per la precisione. Ci vuole un bel coraggio a scrivere un libro così, di questi tempi: oggi passiamo tempo a raccontare storie e storielle della musica recente con tweet status articoli recensioni. E invece c’è qualcuno che prova a ricostruire “The big picture”. A raccontare LA storia, non le storielle. E non quella del rock (che se ne sono già scritte troppe). Ma quella del pop.

Il risultato è godibilissimo: “Yeah yeah yeah – the story of modern pop” è ben documentato, scritto bene; l’autore è uno che ne sa: Bob Stanley non è solo uno stimato giornalista, è anche membro dei Sain Etienne, band che certi meccanismi li ha vissuti in diretta. Il pop è tensione, opposizione, progresso e paura del progresso, dice Stanley. Le classifiche fanno nascere il pop moderno nel 1952 e sono delle capsule del tempo: ti fanno capire la musica meglio di ogni altra cosa. Nel rock vendere è quasi una colpa, invece. Una storia della musica con questa prospettiva è interessante per definizione. 

Se non fosse per qualche “dettaglio”, questo è uno dei  libri musicali più belli degli ultimi anni. Stanley è dichiaratamente un nostalgico  – il libro si ferma alla fine degli anni ’90, il capitolo finale è tutto un “si stava meglio quando si stava peggio”, “il CD è il cavallo di troia del digitale” – che ovviamente ha distrutto la musica; “che bello quando andavi  nei negozi di dischi”, e così via. Sì, era bello. Ma è bello anche adesso, che puoi leggerti un libro così e trovare in un attimo tutta la musica di cui si parla, con un click.  Stanley poi dice di voler rimediare al “rockismo”, allo snobismo rock, ed è cosa buona è giusta. Ma poi è snob al contrario: impazzisce per l’indie-pop (la scena che ha calcato con i Saint Etienne), spara qualche giudizio affrettato sulle cose che evidentemente non gli piacciono.

Mi piacerebbe questo libro venisse tradotto in Italiano, ma non lo farà mai nessuno (lo dico per essere smentito….). Così qua sotto trovate in forma più o meno grezza un po’ dei miei appunti: aneddoti, citazioni (quelle in corsivo e virgolettate sono di Stanley, alcune lasciate volutamente in inglese), cose note e meno note. Sono in ordine più o meno cronologico e seguono il filo dei capitoli del libro. In fondo c’è un playlist di 150 canzoni: anche qua l’ordine è più o meno cronologico, la scelta è tra le migliaia citate nel libro, ma evitando i classiconi-oni. Ma scegliendo cose strane, dimenticate, comunque importanti, comunque hit. Potete andare direttamente a quelle, se volete.

Sia quel che sia: appunti, storie, citazioni – ovvero le cose che ho imparato leggendo un libro di 800 pagine sulla storia del pop. In  fondo le tre peggiori cazzate del libro.

  • Il pregio dei grandissimi artisti non è solo quello che fanno, è quello che non fanno e che ti fanno dimenticare. Creare un prima e un dopo: un gap. Pre-Elvis, Pre-Beatles, Pre-Dylan…
  • Il bello del pop è che è culturalmente onnivoro. Il bello del rock è l’essere snob, dirti cosa è giusto, cosa no.
  • La prima canzone ad usare una strumentazione elettronica andò in classifica in UK nel ’53: “Little red monkey” di Frank Chacksfield.
  • La prima produzione “indipendente” è del 1953: “It’s almost tomorrow” dei Dreamwavers. Arrivò in classifica nel ’56.
  • Negli anni ’50 potevi praticamente inventarti un genere che ha cambiato la storia della musica, incidere un singolo epocale, avere altri 5 o 6 hit, andare in tour e venire dimenticato in un amen. Perché la gente ti vedeva in faccia, pensava fossi uno zio, non un divo. (Poi ci lamentiamo che oggi le cose succedono troppo in fretta: rileggetevi la storia di Bill Haley – sì quello di “Rockin’ around the clock”)
  • I primi divi del rock ’n’ roll ne facevano una più del diavolo. Pedofili (Jerry Lee Lewis, che aveva una moglie di 13 anni), ubriachi, androgini ambigui che si ritiravano per diventare predicatori (Little Richard). Ma nel 1960 erano già tutti spariti.
  • Prima del rock ’n’ roll la musica veniva registrata, pensando a catturare le performance in studio. Poi venne prodotta, pensando all’effetto che faceva su disco (oggi lo diamo per scontato, ma fu un cambiamento epocale).
  • I Monkees sono considerati la prima boy band: 9 album in tre anni a fine anni ’60, tra cui uno, “More of the Monkees”, ancora tra i 20 più venduti di sempre in US. Ma sapevano suonare e imposero ai loro produttori le loro canzoni.
  • Uno dei Monkees, Michael Nesmith, ha praticamente inventato il videoclip e il formato che poi sarebbe diventato MTV, PopClips
  • Le canzoni della Motown, oggi venerate come classici,  erano prodotte con un metodo simile a quello che oggi attribuiamo alle tanto odiate boy band: una sorta di catena di montaggio su cui gli artisti avevano non avevano parola.
  • Se compri una macchina non hai bisogno di sapere chi ha montato il carburatore” (Barry Gordy, il padre-padrone della Motown, che non voleva stampare i crediti dei musicisti sui suoi dischi). 
  • La prima netta distinzione tra pop e rock arriva con i Beatles contro gli Stones (i “Bartleby della musica”, più inclini a negare che altro, gli snob per definizione, sostiene Stanley).
  • Il soul non ha avuto questo nome fino al ’67, con “What is soul” di Ben E. King,. La Atlantic Records rispose pubblicando una compilation “This is soul”.
  • I cantanti soul ne facevano di cotte e crude, quanto quelli rock. Sam Cooke, per esempio: la storia della sua morte ha dell’incredibile – girava nudo urlando in un Motel perché una prostituta gli aveva rubato i vestiti e la proprietaria gli sparò, spaventata.  La moglie di Sam Cooke si vendicò del marito sposandosi con Bobby Womack 10 settimane dopo.
  • “Sad songs about happiness” (Nik Cohn sui beach boys). “Brian Wilson era il Charlie Brown del pop” (Stanley sulla proverbiale goffaggine e riservatezza del loro leader).
  • E’ con la psichedelia che chi fa musica inizia a definirsi  “band” e non “gruppo”: si vuole  sembrare dei fuorilegge. “Psychedelia was were modern pop decided it could look beyond the dance floor“.
  • I Doors sono stati il primo gruppo famoso ad usare il nome come un logo.
  • Dopo la sfida tra Beatles e Stones, l’altro grande spartiacque tra generi fu il Monterey Pop Festival (’67): i Beach Boys rinunciarono ad andarci per paura di essere insultati dal pubblico. Fu la prima volta che pop e rock, soft e hard si separarono nettamente, due parti incapaci di interagire, sostiene Stanley.
  • Ad Altamont gli Hell’s Angels e non solo ammazzarono un ragazzo, ma picchiarono diversi musicisti in cartellone. Fu l’altro spartiacque, la fine di un’illusione, il lato oscuro del rock che prende il sopravvento.
  • Il formato album è diventato davvero popolare solo alla fine degli anni ’60, con la diffusione di massa degli stereo casalinghi- il pop è sempre stato 45-oriented, il rock album-oriented. I Led Zeppelin non pubblicavano singoli non per questioni artistiche ma perché il loro manager pensava che il margine di profitto sugli album fosse maggiore sugli album.
  • Burt Bacharach inizialmente non voleva scrivere canzoni per Dionne Warwick, che era “solo” una corista – “Dont make me over!” gridò lei. E fu il titolo di una delle prime canzoni che Bacharach compose per lei.
  • Uno dei primo tentativi di affermarsi di Elton John fu scrivere una canzone per l’Inghilterra per l’Eurovision, nel ’69, cantata da tal Luli. Tra le sei candidate, arrivò sesta.
  • Free your mind and your ass will follow (Funkadelic). 
  • “Ridurre la Giamaica e la sua importanza a Bob Marley è come ridurre il pop britannico a Rod Stewart”: ma Il reggae è uno degli esempi migliori di unione di marketing e musica, sostiene Stanley. Il boss della Island Chris Blackwell – che conobbe Marley grazie al cantante pop Johnny Nash, che portò i Wailers in tour in UK –  inizialmente pubblicizzò Marley come una sorta di Hendrix esotico.
  • Bowie ha costruito la sua carriera sull’immagine più che su un suono specifico, sostiene Stanley.  Dichiarò la sua bisessualità in pubblico usandola come strumento di comunicazione (anche se poi se ne pentì): “Bowie was not about consensus, but confusion, angles, ch-ch-ch-ch-ch-anges”
  • “Philadelphia soul is the fulcrum of modern pop: orchestration with an R&B feel”
  • I Genesis vennero accolti in America al grido di “boogie!” (insomma: “fatece ballà”)
  • “Repetition in our music and we’re never gonna lose it”: Mark E. Smith che costruì i Fall – basandosi sul minimalismo del krautrock, opposto al massimalismo del progressive rock. Da buon anglofsassone anglofilo, Stanley pensa ai Fall come ad uno dei gruppi più importanti di sempre, gli inventori del pop moderno.
  • I Jackson 5 non hanno mai avuto un numero 1 in UK. Gli Osmonds (???) sì. L’era delle boy band inizia con la liberazione sessuale di Marc Bolan: puntare agli ormoni delle teen-ager e pre-teenager funziona, si inizia a pensare ad una formula ripetibile per i gruppi.
  • Il country è l’unico genere che predata e sopravvive al pop – una sorta di binario parallelo al pop.
  • Il country uscì dai confini locali grazie al calo dei costi dei biglietti arerei negli anni ’60: i cantanti si spostarono più facilmente in California, arrivando ad influenzare i musicisti locali e da lì tutta la nazione.  
  • “In the 70s the singer-songwriter quickly became the most successful economic model in the history of entertainment”.
  • Il soft rock californiano venne chiamato poi Yacht Rock. By 1975 rock was neutralized – classic rock was a business model more than a genre”.
  • John Lydon era un fan dei Pink Floyd. I Sex Pistols andarono sulla BBC solo perché i Queen avevano rinunciato e la EMI non voleva perdere lo slogo promozionale. “The sex pistols wanted to destroy rock, The Clash wanted to save it”.  Punk had put rock back on the streets but without a road map”.
  • Il termine New Wave si usava già nel ’77: era il titolo di una compilation della Phonogram (ed era sinonimo di punk, per gli addetti ai lavori)
  • Nei Police, Stewart Copeland era talmente incazzato con Sting (che gli aveva fregato la leadership della band) che fece un tour urlando un insulto ogni volta che colpiva la cassa della batteria.
  • “Disco is as political as punk”, perché racconta la liberazione dopo la fine della guerra del Vietnam. Però su Rolling Stone si vendevano magliette “Death to disco”, “shoot the Bee Gees”. A Chicago si organizzò un “Disco demolition derby” durante una partita dei White Sox: parteciparono 50.000 persone, migliaia di vinili vennero distrutti.
  • I Bee Gees scrissero/produssero 8 numero 1 nel 1978. Divennero il simbolo della disco, anche se originariamente non avveravano nessun legame con il genere.
  • Martin Hannett, il produttore dei Joy Division, ha prodotto anche il terzo singolo degli U2, “11 O’ clock tick tock”, uscito in contemporanea a “Love will tear us apart”. Gli U2 poi diventarono tutto ciò che il post-punk cercava di non essere, dice Stanley: retrospettivi e trionfalistici. Il manager dei Joy Division pensava invece che la band avrebbe conquistato gli stadi.
  • I Jam furono il primo gruppo della generazione punk ad andare in TV a “Top of the pops”.
  • Una delle regole del pop: se qualcuno dichiara che qualcosa non è morto, lo è sicuramente. Se qualcuno dichiara che una scena è morta, sicuramente non lo è. Per esempio: “Punk’s not dead” degli Exploited, che arrivò nell’81, oltre tempo massimo.
  • I Blondie sono stati l’anello di congiunzione tra punk americano, post punk, disco, e college rock. “Parallel lines” è un capolavoro (verissimo, riascoltatelo).
  • “Too drunk to fuck” dei Dead Kennedys è entrata in classifica in UK.
  • “Pochi gruppi si sono distanziati così tanto dal pop allo steso facendo così tanto per il pop come i Kraftwerk”
  • Paul Morley, icona del giornalismo musicale inglese, nell’82 scrisse che le Tight Fit (chi???) erano meglio dei Led Zeppelin.
  • “High Infedility” dei REO Speedwagon è rimasto al numero 1 in USA più al ungo di di “Thriller” e” Purple Rain”; “Bat out of hell” di Meat Loaf ha venduto di più di “Born in the USA”.
  • Michael Jackson voleva essere chiamato “The King of pop, rock and soul”, non “The king of pop”
  • “Madonna acted as she was the only woman allowed in pop” (come Margaret Tatcher, dice Stanley, che  voleva fare trattative politche solo con uomini).
  • Il metal, più che un genere, è un rito di passaggio. Una sorta di “starter pack” rock, “rock per dummies”, dice sempre Stanley: velocità, potenza, “escapism” , ma senza la pesantezza di Dylan. E’ conservatore, con un suo canone quasi immutabile, i suoi eroi, il suo codice di condotta. 
  • Nel 1976 Lester Bangs scrisse che il metal era già storia. Ma ogni top 20 britannica dell’80 o 81 aveva almeno una hit metal: Rainbow, Whitesnake, Judas Priest… Una delle ragioni della popolarità del metal negli anni ’80 fu MTV, che passava a ripetizione i video della band.
  • “Questa musica è il minimo comun denominatore. E pane e circo per la gente comune. Le etichette cercano di fare soldi: così come Porky è stato fatto per fare soldi, una casa discografica può far soldi con i Motley Crue” (Jerry Jaffe, A&R dei Bon Jovi, negli anni ‘80)
  • I Def Leppard hanno venduto 20 milioni di copie di “Hysteria”; i Motorhead hanno venduto più magliette che dischi.
  • I Metallica e i Def Leppard, ovvero i gruppi simbolo del metal più intransigente e di quello più pop, avevano lo stesso manager, Cliff Burnstein.
  • Il glam metal era soprannominato “Hair Metal” dai suoi detrattori: “Look at me riding a horse with a big sword in my hand” (James Hetfield sul testo tipico dell’Hair Metal).
  • Desmond Child ha co-firmato alcuni tra i maggiori successi di Kiss (“I was made for loving you”), Aerosmith (“Angel), Alice Cooper (“Poison”), Bon Jovi (“Living on a prayer”, “You give love a bad name”. E anche “Living la vida loca” di Ricky Martin.
  • “Appetitite for destruction” dei Guns n’ Roses è il disco di debutto più venduto di sempre: 28 milioni di copie.
  • la prima canzone di Indie Pop ad andare al numero uno in classifica era dedicata a Star Trek, “Where’s captain kirk”, degli Spizz Energy (’83). I R.E.M. ne fecero una cover per un singolo natalizio nel ’92. La parola chiave dell’indie pop è, dice Stanley “intense”, intenso: on c’è voglia di essere nuovi, ma di crederci.
  • “British indie was so anti-macho to the point of being sexless”.
  • La maggior colpa del suono degli anni ’80 è il riverbero – il colpevole principale è la batteria di “In the air tonight” : Stanley dice che Phil Collins si ispirò al suono cupo dei Joy Division.
  • Il disco preferito di George Michael era “Closer” dei Joy Division,
  • Stock Aitken & Waterman sono stati la cosa più simile alla Motown che UK abbia mai avuto: “Impara il testo, vedi la luce rossa, canta il testo, nessuna domanda, promuovilo, e voilà” (Kylie Minogue, sui suoi esordi con i tre produttori).
  • “Chart friendly radicals” (Stanley su New Order e Pet Shop Boys).
  • House e Techno Music sono i primi sound intenzionali del pop: potevano essere facilmente imitatati, sfruttati espansi da chiunque, ovunque.
  • L’ufficio stampa dei Public Enemy promuoveva Chuck D sostenendo fosse il nuovo Dylan – etichetta che non si usava più da anni.
  • Brett Anderson venne mollato da Justine Frischmann per Damon Albarn, che era già famoso. Anderson, sostiene Stanley, trasse da questo “incidente” la cattiveria per rendere i Suede più famosi dei Blur per rivincita.
  • I Suede sono una delle ultime consensus band – quelle che mettono tutti d’accordo – in filone come il Brit Pop che era tribale, basato sul tutto contro tutti.

Le tre peggiori cazzate scritte dall’autore nel libro.

  1. Gli AC/DC: hanno sempre lo stesso suono, in pochi saprebbero distinguere una canzone dall’altra (eh???)
  2. I video di Peter Gabriel erano meglio delle canzoni (Quelle di “So”, che conteneva “Red rain”, “Don’t give up”, “Sledgehammer”. Per dire.)
  3. I R.E.M. avrebbero fatto meglio a sciogliersi negli anni ’90. Dopo Michael Stipe diventa una pallida imitazione di Bono. (Mi tocca sul vivo, qua. Ma non bisogna essere fan per capire che è una cazzata dire che la carriera dei R.E.M. dopo “Automatic” è da buttare…).

 

 

 

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Come funziona la musica

In questi giorni esce in Italia “Come funziona la musica”, libro di David Byrne di cui non si può davvero fare a meno: questa cosa l’avevo scritta l’anno scorso dopo aver letto la versione inglese – l’ho risistemata e pubblicata in questi giorni su Rockol.

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia recentemente pubblicata: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione dice Young.<br>

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che proprio non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.<br>

Non tutti, però. Il libro musicale di di questo periodo non è una delle tante autobiografie ufficiali uscite recentemente – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.<br>

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne: uscito in inglese nel 2012 per McSweeneys (la raffinatissima casa editrice di Dave Eggers), viene pubblicato ora anche in Italia per Bompiani, in veste che rispetta l’originale: copertina “imbottita”, carta di ottima qualità e foto a colori per illustrare il testo.<br>

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?<br>

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale, meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:<br> <i>Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine</i><br>

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambe le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.<br>

Il primo capitolo è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. <br>
Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni: “Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).<br>

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza: racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.000 dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne esamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.: “Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta, ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.<br>

E poi esamina i modelli di contratto, esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).<br>
La traduzione italiana arriva un poco in ritardo, ma è un’ottima notizia: questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

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