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Storia leggendaria della musica rock – le playlist

E’ uscita l’edizione Deluxe di “La storia leggendaria della musica rock”: per l’occasione ho creato due playlist con tutta la musica contenuta nel libro, o quasi: 350 album, o 350 canzoni

Storia Leggendaria della musica Rock

Storia Leggendaria della musica Rock

E’ un libro che ho molto amato alla prima uscita molti anni fa: una storia del rock sui generis, che in questa terza edizione abbiamo ampliato e in larga parte riscritto. Riccardo Bertoncelli ha curato la storia del rock dalle origini agli anni ’70, io ho curato gli anni dal punk ad oggi.

L’idea del libro è quella di raccontare le storie del rock, piuttosto che raccontare la Storia con la S maiuscola. Storie tanto vere da non sembrare neppure possibili, storie tanto reali da non risultare verosimili, storie capaci di sfidare la logica del tempo: sono appena accadute e già si trasformano in leggende.

Magari siete capitati da queste parti seguendo il link contenuto nell’introduzione, che prometteva alcune playlist, con la musica citata nelle pagine, quasi tutta, quella che c’è su Spotify, almeno.

Eccole, qua sotto: sono due, una con gli album e una con singole canzoni, che rispettano la scansione del libro.

Se invece siete capitati qua per caso o per altri motivi: le informazioni sul libro sono a questo indirizzo, se proprio vi venisse voglia di sapere cosa c’è dentro o addirittura di comprarlo.

In entrambi i casi: buon ascolto e buona lettura.

 

LE CANZONI LEGGENDARIE DEL ROCK
(versione ridotta con solo 326 canzoni, per 23 ore di musica… )

Per aprire la playlist direttamente su Spotify cliccate qua

 

GLI ALBUM LEGGENDARI DEL ROCK
(4700 canzoni, 350 album, 310 ore di musica)

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La mia prima intervista (in ricordo di Nuto Revelli, partigiano e scrittore)

Tanti anni fa, avrò avuto 10 anni o giù di lì, ho fatto la prima intervista della mia vita.  Si avvicinava il 25 aprile, a scuola si parlava della resistenza. Non mi ricordo di chi fu l’idea di mandarmi da quel signore dalla faccia bonaria. Non ricordo se fu dei miei genitori (era un amico di mia nonna, mi dissero) o dell’insegnante. Sta di fatto che andai a casa sua, in Corso Brunet, a Cuneo, accompagnato da mio padre. Quel signore si chiamava Nuto Revelli, era stato un grande partigiano, ed era già un famoso scrittore. Tutte cose di cui avevo sentito parlare, ma che non capivo bene.

Così mi armai di un registratore, credo fosse un Sanyo, forse quello che usavo già per ascoltare un po’ di musica, uno di quelli lunghi e grossi come mattoni, mono, con i tastoni grossi che sembravano uscire da un piano. Feci qualche domanda, lui rispose gentile, e poi feci ascoltare la registrazione in classe. Facevo le medie e mi ricordo che, timido com’ero, mi imbarazzai a risentire la mia voce di fronte ai miei compagni.

Quel signore negli anni dopo lo vedevo spesso seduto in un bar di Piazza Europa, sotto i portici, di fianco alla libreria dove andavo spesso. Ho capito la sua importanza e la sua statura solo anni dopo, quando intervistando un cantante questo mi disse: “Ma davvero hai conosciuto Nuto Revelli”?. Era il 2002 o forse il 2003-. Nuto Revelli è morto nel 2004.

Negli anni ho letto i suo libri, ho riletto soprattutto “Il mondo dei vinti”, in cui racconta gli effetti della guerra sulle persone con uno stile secco, che punta dritto all’essenziale. Nuto Revelli era uno che aveva combattuto per la libertà,  con il fucile in mano e poi si era messo ad ascoltare, girando a raccogliere le storie di persone normali, armato di un magnetofono, e poi le aveva trascritte, mantenendo la semplicità di quelle persone, senza nessuna retorica. “Il mondo dei vinti” si apre così:

“Non capivo perché la gente non scegliesse la strada aperta della ribellione, ignoravo che dopo secoli di miseria non si esce dal ghetto sparando. (…) In quei tempi “rastrellavo” la pianura, la montagna, le langhe. Entravo in centinaia di case contadine e incontravo una realtà che mi offendeva. Giravo a cercare la guerra, a cercare il passato, e avvertivo che la guerra dei poveri non finisce mai. Cerco il mondo dei vinti, dove un dialogo è ancora possibile, dove col dialogo respira la vita. (…) Mi interessa il passato in quanto mi aiuta capire la realtà di oggi”.

Nuto Revelli aveva scritto una canzone, mentre faceva il partigiano nelle valli cuneesi. “Pietà l’è morta” è uno dei simboli di quel periodo. Poi venne ripresa dai Modena City Ramblers, uno di quei gruppi che ha fatto in modo di usare la musica per raccontare la resistenza. La settimana scorsa, nella recensione di Breviario Partigiano dei Post-CSI, dicevo che ormai la resistenza è un tema fuori moda, che se ne parla di meno ora che i testimoni come Nuto Revelli non ci sono più. Invece sono felice di essermi sbagliato: questa settimana ne ho sentito parlare tanto, con belle iniziative su stampa, Tv e web.

Se oggi possiamo ascoltare musica liberamente, se possiamo scrivere queste cose, è anche grazie a quello che persone come Nuto Revelli fecero 70 anni fa: combattere e sacrificarsi per la libertà. E il fatto che sia la prima persona che ho intervistato, quando neanche sapevo che volevo fare il giornalista, ecco, è una cosa di cui sono orgoglioso, soprattutto quando si avvicina il 25 aprile.

 

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Shotgun lovesongs

Ho scoperto quasi per caso che Marsilio ha tradotto in italiano uno dei più libri che ho letto negli ultimi tempi, Shotgun Lovesongs di Nickolas Butler.
30728924_shotgun-lovesongs-di-nickolas-butler-4Le “canzoni d’amore con la pistola alla tempia” sono quelle di Lee, alias Corvus, cantautore che va e torna da Little Wing, cittadina del Winsconsin, dove vivono ancora i suoi amici d’infanzia: Henry, che fa l’agricoltore, sua moglie Beth, l’ex alcolista e star del rodeo Ronny; Kip, che ha fatto fortuna nella finanza a Chicago ed è tornato in città per ristrutturare  una fabbrica abbandonata. Un bellissimo intreccio di rapporti, con molta musica sullo sfondo.

Corvus e le sue “Shotgun lovesongs” sono ispirate a Justin Vernon, alias Bon Iver e al suo “For Emma, forever ago”, album creato nella disperazione della solitudine, sotto la neve, proprio come capita al protagonista del libro.

Rileggendolo in italiano mi è tornato fuori questo passaggio, rilettura (poetica e romantica, ma non troppo) del processo di creazione di un album, che sia “For Emma, Forever ago”, un album immaginario raccontato in un romanzo, o quello di una band esordiente:

“I musicisti che incontro in tour, soprattutto quelli più giovani, mi chiedono: «Come hai fatto ad arrivare a questo punto? Come facciamo a fare il passo successivo?» Non so mai cosa rispondere. La maggior parte delle volte mi limito a dire di perseverare. Di starci appresso. Ma se fossi ubriaco e dovessi dire veramente come stanno le cose, allora direi questo: «Cantate come se non aveste un pubblico, come se non sapeste cos’è un critico, cantate del vostro paese, del ballo della scuola, cantate di cervi, cantate di stagioni, cantate di vostra madre, cantate delle motoseghe, cantate del disgelo, cantate dei fiumi, cantate delle foreste, cantate delle praterie. Ma qualsiasi cosa facciate, iniziate a cantare la mattina presto, anche solo per tenervi al caldo. E se per caso vivete in un posto in cui fa sempre caldo… …trasferitevi in Wisconsin. Comprate una stufa a legna e passate una settimana a spaccare gli alberi. Con me ha funzionato”.

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Come funziona la musica

In questi giorni esce in Italia “Come funziona la musica”, libro di David Byrne di cui non si può davvero fare a meno: questa cosa l’avevo scritta l’anno scorso dopo aver letto la versione inglese – l’ho risistemata e pubblicata in questi giorni su Rockol.

C’è una scena, in “Waging heavy peace”, l’autobiografia recentemente pubblicata: Neil Young racconta della reunion con i Crazy Horse, dicendo che non vede l’ora di andare nel suo studio di registrazione e di “lasciar fluire la musica”. Se l’è costruito lui, quello studio, a sua immagine e somiglianza, nel suo ranch californiano. Perché il luogo è fondamentale nell’ispirazione dice Young.<br>

Quante se ne leggono, di spiegazioni così… I musicisti, i più grandi, non sanno spiegare il loro talento. Di solito si definiscono come un “medium”, un mezzo attraverso cui scorre la musica. Non lo fanno neanche per posa (un po’ si, ma neanche troppo). E’ che proprio non sanno come raccontare come nasce la loro musica senza ricorrere a metafore mistiche.<br>

Non tutti, però. Il libro musicale di di questo periodo non è una delle tante autobiografie ufficiali uscite recentemente – colpa di “Life” di Keith Richards, che con il suo successo ha sdoganato il genere.<br>

Il libro musicale di quest’anno è “How music works” di David Byrne: uscito in inglese nel 2012 per McSweeneys (la raffinatissima casa editrice di Dave Eggers), viene pubblicato ora anche in Italia per Bompiani, in veste che rispetta l’originale: copertina “imbottita”, carta di ottima qualità e foto a colori per illustrare il testo.<br>

Già, come funziona la musica? E si può spiegare? E spiegandola non si rovina la sua magia?<br>

“Per me non ha avuto questo effetto. La musica non è fragile”, dice all’inizio del libro. Byrne è più algido e intellettuale, meno passionale e istintivo di Young: si sa, lo si capisce dalla sua musica intelligente, ma meno “calda”. Byrne è uno riflessivo, che spiega il suo lavoro così:<br> <i>Fare musica è come costruire una macchina la cui funzione è suscitare emozioni tanto nell’ascoltatore quanto nel performer (…) L’artista è qualcuno che è addetto a costruire queste macchine</i><br>

Il libro non è un’autobiografia e non è un trattato. E’ entrambe le cose e nessuna di queste due. L’indice include capitoli – che si possono leggere autonomamente – sulla creatività, sulla performance, sulla tecnologia, gli studi di registrazione, sulle collaborazioni, sul business, le scene musicali, l’educazione e l’amatorialità. Byrne pesca spesso dalla sua storia, racconta aneddoti, ma soprattutto ragiona. Usa fonti in maniera appropriata – libri seri, come un vero studioso – frutto di una ricerca approfondita, non solo dell’intuito. Ma il suo libro non è mai accademico e serioso.<br>

Il primo capitolo è forse quello più bello, ed è l’opposto della scena di Neil Young raccontata all’inizio. Byrne fa una sorta di “reverse engineering” della composizione musicale. Ovvero smonta il risultato finale per capire come sia stato costruito. La sua tesi è che i musicisti compongono in funzione del luogo in cui si sentirà la sua musica – che sia Bach o che sia un rocker indipendente. <br>
Negli altri capitoli ci sono ragionamenti sulla quantizzazione della musica (sempre perfetta e al tempo al millesimo, grazie alla tecnologia), sull’importanza delle collaborazioni: “Pitchfork una volta ha detto che collaborerei con chiunque per un pacchetto di patatine”, dice. Ma poi spiega perché l’artista deve mettersi in gioco in continuazione).<br>

Bello e illuminante il capitolo su business e finanza: racconta che per “Grown backwards” ricevette 225.000 dollari di anticipo dalla casa discografica, spendendone 218.000 per la produzione (avrei potuto registrarlo con meno musicisti, dice, e avrei guadagnato di più; ma avrebbe avuto senso?). Arrivò a guadagnarne 58.000 con le vendite, ma dopo diversi anni. Byrne esamina per filo e per segno tutte le spese e conclude che quei giorni sono finiti.: “Per un po’ il music business è sembrato un universo parallelo utopico. Vedere Elvis nella cadillac rosa, il palazzo della Capitol, Bruce Springsteen che rimane in studio per tre anni per incidere Born to run. (…) Fare musica oggi, come una volta, ha un valore di per sé, con un’altra compensazione che non è soltanto economica.<br>

E poi esamina i modelli di contratto, esamina le condizioni che creano una scena musicale (che, guarda caso, sono le esattamente condizioni che hanno creato la scena del CBGB’s a NY negli anni ‘70, dalla possibilità di suonare materiale originale, all’attirare gli artisti anche quando non suonano, con birre gratis e affitti bassi in zona).<br>
La traduzione italiana arriva un poco in ritardo, ma è un’ottima notizia: questo è un libro che ogni appassionato di musica dovrebbe leggere e studiare.

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Record Books

 

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by | 21 marzo 2013 · 6:18 pm