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Il luna park del giornalista musicale, visto da casa (piccole riflessioni su Sanremo 2017)

Piccole riflessioni post Sanremo. Poi smetto, per 51 settimane.
E’ stato un brutto Festival. Più del solito, intendo. Spettacolo modesto, ospiti già visti, livello delle canzoni bassino, anche rispetto allo standard di Sanremo.
  • Carlo Conti è il vero vincitore. Ascolti altissimi, ha premiato Gabbani, una sua creatura nata e cresciuta al Festival. Ma ha rottamato Sanremo, sapendo di condurlo per l’ultima volta: dopo di lui il diluvio. Negli anni prossimi saremo invasi da gente che imiterà (male) Gabbani, e nessun artista del livello della Mannoia si presenterà più, dopo quel finale.
  • Gabbani ha una canzone divertente, tutt’altro che “leggera” (ah, la comprensione del testo…). Pop contemporaneo, ed era l’unico ad avere un’idea televisiva della canzone. Il che, essendo Sanremo prima di tutto uno spettacolo TV, non guasta.
  • Mi spiace, molto, per la Mannoia. Non vincere ci sta. Ma non è bello far perdere un’artista con la sua carriera di fronte ad una canzone così diversa. Non aveva bisogno di andare al Festival, ci è andata senza tirarsela, si è portata a casa una figura da gran signora della canzone Italiana. Ma quel finale è stato brutto, per lei e per il Festival.
  • Spero solo che chi arriverà dopo Conti abbia il buon gusto e la sensibilità di coinvolgere tutto quel pop-rock-cantautorato che ha seguito, credibilità e numeri, e non da ieri. I nomi li sapete bene.
Ps: Le mie canzoni preferite, per quel che vale: Mannoia, Turci (si meritava il podio), Gabbani, Samuel, Chiara, Ermal.
Ps2: Quest’anno ho lavorato da Milano e mi sono preso un sabbatico dalla Sala Stampa: vedere il Festival da lontano, un anno ogni tanto, fa bene: ti aiuta a mettere in prospettiva. Mi è mancata la convivialità, le chiacchiere con gli amici, l’adrenalina del “Luna park del giornalista musicale” (cit.). Ma ci vediamo l’anno prossimo.

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Guccini e i fan avvelenati

La frase è nota, è una delle più famose del cantautorato italiano.

Che cosa posso dirvi? Andate, fate.
Tanto ci sarà sempre lo sapete
un musico fallito, un pio, un teorete
un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate.

E’ “L’avvelenata” di Guccini. Che fu scritta in risposta ad una stroncatura di Riccardo Bertoncelli, il decano della critica musicale italiana (che al tempo era un ragazzo).

Bertoncelli, da un po’ di anni, insegna al Master in Comunicazione Musicale, che dirigo in Cattolica. Nel 2009 gli abbiamo fatto raccontare la storia di quella canzone, girando un videino. Un racconto equilibrato, non privo di ironia ma molto affettuoso: l’abbiamo pubblicato sul canale YouTube del Master. Bertoncelli e Guccini hanno fatto la pace subito dopo; da tempo sono amici.

Il video, in 6 anni, ha totalizzato quasi 70.000 views: se cercate “L’avvelenata” su Google è uno dei primi risultati. Ma la cosa interessante sono i commenti al video, da parte dei fan di Guccini: niente, a distanza di anni, lo insultano ancora, come se quel disco fosse uscito l’altro ieri, e la recensione ieri. I commenti arrivano regolarmente, al ritmo di uno al mese, e sono  soprattutto improperi, molti irripetibili (e infatti spesso ho dovuto non approvarli). Una piccola selezione:

Fabrizio Baggi 3 anni fa
BERTONCELLI LAVATI LA BOCCA PRIMA DI NOMINARE GUCCINI!!!!

 

vicious6661982 1 anno fa
Berto non e che ci spari qualche altra cazzata su Guccio cosi riprende a suonare no eh ?

 

teodoro margarita 5 mesi fa
Ha fatto la tua fortuna, dai, che ti ha celebrato. Oh quali stronzate immani. Pare che il punk non abbia mai irriso sti tromboni un tanto al chilo.

 

leixlipful 2 anni fa
Bertoncelli continua a sparare CAZZATE…a culo tutto il resto

Ieri ho incontrato Guccini, che presentava “Se io avessi previsto tutto questo”, box retrospettivo che da quella canzone ha preso il titolo (è la prima strofa). L’occasione era ghiotta, e gli ho chiesto di quella canzone e dei fan che gliel’hanno chiesta per anni. Con la consueta ironia, Guccini ha risposto “E’ un episodio, di certo ho scritto delle canzoni migliori”. Ecco un estratto della videointervista (quella completa è su Rockol): qua ho lasciato la mia voce fuori campo.

Morale: i fan di Guccini sono più realisti del re. Certi atteggiamenti non bisogna cercarli solo tra i beliebers o i directioners…

 

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Com’è stato il Festival di Sanremo? “Carino”.

Il festival? Carino. Le canzoni? Carine. Lo spettacolo? Carino. Il luna park del giornalista musicale? Carino.

I numeri di Carlo Conti parlano chiaro: è stato un trionfo. Una macchina da guerra, con alti e bassi, ma senza picchi. La suggestione me l’ha data Claudio Cecchetto, riprendendo un’idea di Andrea Mirò (entrambe Giuria degli Esperti). Una volta c’era il brutto e il bello. Ora c’è il carino. Le canzoni erano carine, senza enormi picchi e senza robe terribili.

Provo a mettere ordine nella mia settimana sanremese (per il resto ci sono tutte le cose che abbiamo scritto su Rockol e  Le giornate sanremesi di PopTopoi su Medium).

I Numeri (i miei, almeno)

Il biglietto per accedere al Luna Park Del Giornalista MusicaleHo installato un’app che mi dice che ho fatto 57352 passi, camminato 47,91 km, bruciato 14.374 calorie (e non so quante ingurgitate, a forza di farinate, focacce e pizze notturne).
37 interviste, 35 video prodotti, girati e/o montati (con Gabriele Aprile e Simone Bianchi), 51 news (più altrettante o di più di Franco Zanetti). I tweet non li ho contati (ho paura a farlo).
Le mie preferite: la lunga chiacchierata con Tony Renis (il merito, o la colpa, de Il Volo è soprattutto sua e di Roberto Cenci, ma nessuno se ne ricorda).
La stupidera con gli Spanda Ballet (faccio outing: negli anni ’80 mi facevano cagare. Ascoltavo solo Springsteen e U2. I was so much older then, I’m younger than that now)
Le chiacchierate con Mauro Pagani, Andrea Mirò, Claudio Cecchetto.

I vincitori

Il Volo: vincere, e vinceremo! Vittoria meritata? Per certi versi sì (la canzone era fatta per televoto e per tirar giù l’Ariston), per altri proprio no: rappresenta un mondo musicale più vecchio persino di Sanremo, che giovane non è per definizione. I ragazzi devono fare ancora molta strada, soprattutto nel gestire i rapporti con i media: ieri notte, a chi aveva osato criticarli, hanno risposto: “Comunque sappiate che il popolo è dalla nostra parte”. E, si sa, People have the power.

Le canzoni

Me ne porto via 4, forse cinque. Malika Ayane (altro campionato), Nek (vincitore morale, per come si è (ri)posizionato), Chiara (un bel pezzo dritto), Raf (eroico, per come stava male: la canzone sul palco rendeva poco, ma la versione di studio è pura classe), Irene Grandi . E tra i giovani Chanty, l’unica con suono contemporaneo (anche se penalizzata da una performance un po’ traballante).
Le altre canzoni? Carine.

Le frasi

“E smettila di smettere” (Marco Masini)

“Silenzi per cena” (Malika Ayane)

Lo spettacolo
10982255_10205853693729571_6003597220347304173_oBah. Bravissima Virginia Raffaele, bravi Luca e Paolo. Il resto? Carino. No, non è vero: qua c’erano alcune cose davvero brutte, e lo sapete da soli. Nessuna sbavatura, in generale. Tranne il pasticciaccio della classifica finale data sbagliata (Conti da nero è diventato viola per la rabbia). Se fosse successo in settimana ci avremmo ricamato per giorni, e sarebbe stato tutto un altro clima.

I momenti
Tiziano Ferro: poi ci si chiede perché ci sono cantanti in gara e superospiti. Il passaggio di The Avener e la sala stampa che balla. Quando passavano le canzoni di Nek in sala stampa, con Alba Parietti a dirigere il ballo collettivo. I giornalisti danzano di architettura, alla fine.

L’anno prossimo

Conti, sicuro, con questi ascolti da Tv Bulgara. Ma continuo a pensare che il vero colpo di genio sarebbe cooptare Tiziano Ferro come co-conduttore.

Grazie a tutti gli amici che in sala stampa e su Twitter si sono divertiti a seguire questo Festival: siete troppi, per nominarvi, ma grazie davvero.

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Il Luna Park del Giornalista Musicale: Il Festival senza (i) Perturbazione

Eccoci di nuovo qua, al Luna Park del Giornalista Musicale (il copyright è di Daniela Cardini, 2011). Settimana in riviera, al Festival a raccontare storie e intervistare gente per Rockol. Quest’anno c’è il sole, c’è il cuore e l’ammmore.

Il biglietto per accedere al Luna Park Del Giornalista MusicaleCondizioni meteorologiche invidiabili, canzoni romantiche e una pacifica aria da volemose bene. Tutto molto tranquillo, non c’è nessuna polemica. Tutti danno per vincenti certi Il Volo (“Chi arriva secondo?”, ci si chiedeva ieri alla fine delle prove) (ma chi entra Papa…).

Noi giornalisti ci lamentiamo comunque di qualsiasi cosa, dal semplice essere qua (“Quand’è che abbiamo finito, che devo andare ad occuparmi di cose serie?”, ho sentito dire ad una collega), alla qualsiasi (le canzoni, i cantanti, il regolamento, gli ospiti etc.). Ma con poca convinzione, quest’anno: anche l’assenza del buffet in sala stampa non ha suscitato sollevazioni popolari, mi pare. E dire che vige una regola, nella stampa italiana: mai toccare il buffet ai giornalisti.

Chi non è a Sanremo (e vorrebbe esserci) si lamenta dei giornalisti che si lamentano. E noi giornalisti ci lamentiamo di chi si lamenta dei giornalisti che si lamentano. E così via, quasi da far sembrare il tutto un quadro di Escher o la trama di Inception.

Dicono che è il Festival senza perturbazioni (frase del direttore Giancarlo Leone, direttore di RaiUno, ieri in conferenza stampa, riportata oggi da tutti i quotidiani). Per me è il festival senza Perturbazione, nel senso della band. Vi ricordate “L’unica”?. Ecco, non c’è nulla del genere.

Le canzoni sono molto pop, molto sole-cuore-amore appunto, con alcune belle punte (mi piacciono Malika, Chiara, Raf – almeno quando le ho sentite – in TV saranno un’altra cosa) e molta medietà e un po’ di mediocrità. Non c’è nulla come “L’unica”, però. Manca completamente la “quota ex-indie-rock”, e questo non è necessariamente un male. A Sanremo non puoi sperare di trovare i nuovi Verdena . Per quelli, presumibilmente, ci sono (o ci dovrebbero essere) altri spazi. Ma quest’anno manca sicuramente quel pop un po’ diverso e non banale, quello che poi rimane, l’anno scorso perfettamente rappresentato dai Perturbazione.

Vedrete, Pertubazione e perturbazioni a parte, andrà a finire che l’anno scorso ci lamentavamo che il Sanremo di Fazio era troppo “alto”, e quest’anno ci lamenteremo che questo è troppo pop-popolare.

Sia chiaro, io mi diverto, a Sanremo, alto o basso che sia e lo aspetto quasi come il Natale. Ma potevo esimermi dalla mia lamentela? No, sono un giornalista, in fondo.

Comunque, ecco i miei momenti preferiti, finora:

Stasera si fa sul serio, e sarà lunghissima: solo 10 canzoni, un sacco di Spetttacolo e Albano e Romina.

E  siete indecisi se vederlo o meno, leggete questo articolo di Jovanotti, di due anni fa: Sanremo spiegato bene, come direbbero quelli de Il Post.

Buon Festival a tutti.

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Il lato oscuro del Record Store Day

Sia chiaro, amo il Record Store Day, ogni anno non manco di fare una capatina ai negozi di dischi vicini a casa (cosa che cerco di fare periodicamente tutto l’anno: o è Record Store Day tutti i giorni, o non è Record Store Day mai, per parafrasare quella canzone là).

LegoRecordStore

Ma ogni anno c’è gente che lo critica, più o meno per gli stessi motivi: celebra qualcosa che è in via di estinzione, e non si può fermare il “progresso”; è l’ennesima giornata a tema su qualcosa che non serve a niente.

Quest’anno ho visto e letto più critiche del solito, e hanno a che fare con il modo in cui vengono gestite le pubblicazioni speciali e limitate che vengono vendute per il RSD dalle major.

La tesi è quella della indie Yoga Records, rilanciata da Four Tet su Twitter: il RSD è “To sell literal tons of repackaged major label crust under the guise of supporting small independent retailers”.  Quelli della Yoga hanno calcolato che quest’anno sono stati stampati per il RSD oltre 570.000 album in vinile  – senza contare che molte unità sono doppi o tripli, quindi si arriverebbe a 700.000 dischi stampati solo per un giorno del 2014: qua c’è un foglio excel con i numeri.  Le major, nelle settimane precedenti il RSD, sequestrano le record plant per mandare in stampa queste benedette edizioni limitate: il RSD è diventato un grande business al di là dei negozi di dischi.

La prova della complessità di questo business sta nel modo in cui le edizioni speciali del RSD vengono distribuite. Il RSD “Incoraggia i peggiori istinti del collezionismo”, scrive il Village Voice.

Esempio: un’esclusiva del RSD viene stampata in poche migliaia di copie e solitamente venduta a prezzo maggiore del normale. Se è di una band/artista importante, è quasi introvabile, ma finisce su eBay già prima del RSD a prezzo maggiorato fino al 4-500%. Il prezzo  alto alla vendita ci può anche stare, per il margine di guadagno dei negozianti per l’occasione: è il fine del RSD.  Però i negozianti lamentano di ricevere poche copie: oggi ho parlato con 5 diversi a Milano, e mi han detto tutti la stessa cosa, quasi giustficandosi che altre spedizioni arriveranno solo la prossima settimana. In Italia, poi, spesso quello che ricevono viene messo in vendita già il venerdì. Così al RSD molta roba non c’è perché non è mai arrivata o perché è già stata venduta. Ma questa scarsa distribuzione e la speculazione su eBay fa giustamente incazzare i fan: basta andare su un qualsiasi forum di artisti che hanno un’uscita sul RSD per rendersene conto.

Per me le edizioni limitate del RSD sono come un regalo di Natale. Sono disposto anche a pagarle più del normale – ammesso di trovarle – ma non a pagarle a peso d’oro su eBay. E per me le edizione limitate sono l’amo a cui abbocco con piacere per celebrare uno dei luoghi in cui ho formato la mia cultura, e pazienza se oggi noi over-40 siamo un po’ più vecchiominkia del solito e andiamo a spendere la paghett… ehm, lo stipendio nei negozi di dischi. Però tutto questo meccanismo inizia a infastidire anche me.

Il rischio vero del RSD è che smetta di celebrare la musica e i negozi di dischi e  trasformi gli appassionati in personaggi come quello qua sotto: il Record Collector dalle motivazioni hipsteriche. Arrivate fino alla fine del video per capirle. Nel frattempo, io torno ad ascoltare in digitale i dischi che ho comprato…

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