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by | 21 dicembre 2012 · 3:38 pm

20enni contro 40enni

Nei giorni scorsi ha fatto parecchio discutere una lettera aperta di una stagista della NPR – la radio pubblica americana: Emily White è la fotografia di come ragionano certi giovani 20enni rispetto alla musica. La tesi, riassunta brutalmente è questa: “Ho 11mila canzoni sul mio iPod, non scarico musica illegalmente, ma ho comprato solo 15 CD in vita mia”. Tradotto: il possesso non interessa a questa generazione, ed è il caso di farsene una ragione. Vogliono l’accesso. L’abbonamento, quando non scaricano illegalmente. Sono cresciuti così, e non cambieranno.

Apriti cielo: che abbia torto o ragione, la lettera aperta ha suscitato una quantità di reazioni che levati. La più interessante è quella di David Lowery (chi è David Lowery?) (E’ il fondatore dei Camper Van Beethoven e dei Cracker) (ah be) (No, davvero: due band stimatissime nel rock americano) (ah be) (Ora insegna pure all’Università) (ah be).

Lowery fa due cose: snocciola dati, spiega la posizione della sua generazione, di chi la musica la fa e prova a camparci. E si lamenta, come si lamentano molti musicisti della sua (e della mia) generazione. Il digitale ci ha tolto il pane di bocca, dice.

Ho sentito tanti musicisti lamentarsi del digitale, in questi termini. Il “sudiamo facendo dischi e quelli ce li rubano” è una frase classica, verissima per descrivere quello che sta succedendo. Ma anche molto ideologica – nel senso di “parte per il tutto”, perché il problema non è solo quello.

Lowery però va oltre questa ideologia: arriva a collegare (indirettamente, ma lo fa), il suicidio di due grandi artisti con la crisi finanziaria musicale causata dal digitale: Vic Chesnutt e Mark Linkous degli Sparklehorse. A proposito invito a leggere il bel commento di Fabio De Luca, che dice tutto quello che c’è da dire su questo ignobile collegamento.

E poi c’è questo commento di Digital Music News, che invece snocciola i problemi sollevati da questo botta e risposta. Li riassumo:

  • Gli artisti non possono semplicemente andare in tour e vendere magliette
  • Le registrazioni oggi valgono zero
  • Spotify non funziona per gli artisti
  • Il crowdfounding funzionerà, ma solo per pochi artisti
  • Il Do It Yourself funziona poche volte
  • Molti artisti stanno peggio ora dell’era fisica
  • I giovani non comprano la musica, ma comprano l’hardware e l’accesso
  • I più anziani comprano meno musica di prima e comprano più hardware e accesso
  • Google è una grande parte del problema
  • Voi (noi) siete (siamo) una grande parte del problema
  • Google e gli internet providers hanno vinto
  • Tutti mentono a proposito del rubare
  • Il meccanismo successo di massa continuerà a funzionare per una quota ristretta di artisti
  • Questo non è il miglior momento per l’industria musicale
Tutto necessiterebbe di paginate e paginate di discussione che vi risparmio: prendetelo per quello che è, una lista della spesa di problemi irrisolti, di ferite aperte che la nuova situazione ha creato (e che peraltro non riguardano solo la musica).
Ma ancora una volta manca il punto centrale: lamentarsi e rimpiangere il passato non serve a nulla.
Caro Lowery, tirare in ballo i morti è la stessa cosa che fanno i discografici quando usano i terremotati per far sentire una merda chi scarica canzoni per beneficenza (è successo ai tempi di “Domani”, la canzone incisa per L’Aquila, giuro).
Non è così che si ragiona su cose serie, spostare il problema su questo piano non serve.
Quello che so è che dopo una lettera del genere ascolterò molto meno volentieri i Cracker, anche se hanno scritto una delle mie canzoni preferite: “Turn On, Tune In, Drop Out With Me”.

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Music Matters

Music Matters è una campagna  a favore della musica digitale legale lanciata da un collettivo formato da discografici, musicisti e operatori del settore. Anche banale, se vogliamo: un bollino che dovrebbe identificare e certificare i servizi di distribuzione della musica, offrendo una scelta etica alla pirateria.

Due cose mi piacciono di questa campagna. Il messaggio positivo, incentrato sulla riscoperta del valore della musica; sembra banale, ma ricordiamoci che arriviamo da anni di “retorica della pirateria”, repressione indiscriminata e demonizzazione del digitale. E soprattutto mi piacciono questi brevi video, che raccontano storie di musicisti, la loro ispirazione e quindi, appunto, il valore della loro musica. Qua sotto ne vedete due, su Nick Cave e Sigur Ros. Sul sito ce ne sono diversi altri.

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Fake plastic beach

Un uomo che morde un cane fa notizia, non un cane che morde un uomo.

Segno dei tempi: fa notizia che un disco importante NON sia ancora finito in rete, a pochi giorni dall’uscita;  fino a questa mattina, le copie che circolano in giro di “Plastic beach” dei Gorillaz erano dei fake: il che ha una certa ironia, pensando al titolo del disco e all’immagine virtuale della band.

Se non volete perdere tempo a scaricare una raccolta di lati b, remix e quant’alto – e magari scambiarla per il disco vero, e magari recensirla (è successo, anche su riviste autorevoli) – fate la cosa giusta: andate ad ascoltare il disco in streaming sul sito della National Public Radio.

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Una brutta storia del terrore (digitale)

Cliccate questo link solo se siete pronti a non farvi spaventare:  troverete una storia dell’orrore, anzi del terrore, raccontata in maniera diretta, semplice, ma in modo assai documentato (146 note: ok, anche queste potrebbero spaventare qualcuno…).

E’ la storia della RIAA, l’associazione americana dei discografici. Ma soprattutto è la storia  di un tentativo di suicidio, che dura da 10 anni: la pistola, armata a suon di denunce e minacce, sembra  puntata contro il pubblico. Ma in realtà spara contro la stessa industria, che con le sue battaglie legali sta alienando il proprio mercato di consumatori, senza ottenere risultati concreti.

Questa storia ce la racconta la Electronic Frontier Foundation.

Altrove l’ho chiamata “Retorica della pirateria”. Ogni tanto ce ne dimentichiamo, da queste parti, ma in America è ben più che un esercizio di stile comunicativo; è una pratica con obbiettivi repressivi ben precisi.

Beninteso: la pirateria digitale è illegale ed è un problema serissimo. Ma questo saggio dimostra come la si sia combattuta nella maniera sbagliata, e con pratiche magari corrette dal punto di vista legale, ma sbagliatissime sia eticamente (leggetevi il paragrafo IV, se pensate che stia usando questo aggettivo a sproposito), sia in termini strategici:

The RIAA’s lawsuit campaign against individual American music fans has failed. It has failed to curtail P2P downloading. It has not persuaded music fans that sharing is equivalent to shoplifting. It has not put a penny into the pockets of artists. It has done little to drive most filesharers into the arms of authorized music services. In fact, the RIAA lawsuits may well be driving filesharers to new technologies that will be much harder for the RIAA’s investigators to infiltrate and monitor.

(Via Gerd Leonhard. Il saggio si può scaricare in PDF anche a questo indirizzo).

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