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Never Die Young

Stamattina mi è tornata in mente questa canzone di James Taylor, che forse c’entra poco. Però a me in questo momento spiace per l’uomo, che se n’è andato a 56 anni, gli ultimi 7 convissuti con una terribile malattia.

E mi fa ancora più impressione pensare alle cose che ha fatto non tanto nella sua vita, ma anche solo in quest’ultimo periodo.

Poi, non sono convinto che abbia rivoluzionato la nostra vita, né in generale né quella quella di ascoltatori di musica. L’ha cambiata profondamente, quello sì. Perché senza l’iPod – figlioccio stiloso del walkman – il modo in cui consumiamo le canzoni non sarebbe lo stesso. Si può discutere all’infinito se tutto questo ha fatto bene o no alla musica, sicuramente il processo – che però era stato innestato da Napster, non da Apple – ha fatto tanti danni quante migliorie.

Però Jobs era un appassionato vero di musica. E ci credeva. Andate al minuto 8’47” di questo video, quello della presentazione del primo iPod, nel 2001. Steve dice “Boom” e c’è qualche attimo di imbarazzo vero. Poi scatta un applauso di circostanza. All’inizio della saga musicale di Apple era l’unico a crederci. Indovinate un po’ chi ha avuto ragione….

Alla fine, i geni dell’industria culturale sono quelli che sanno davvero unire questi due termini, che spesso, soprattutto nella musica, sono un ossimoro: sanno che lavorano su oggetti frutto del talento, lo rispettano, lo valorizzano. Sanno inserirli in un processo di produzione che crei dei profitti e che assicuri la loro sopravvivenza. E tengono sempre in mente chi quegli oggetti li userà. E’ stato l’elemento umano della macchina, parafrasando le parole di Jovanotti.

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10 anni di iTunes

Nel gennaio 2001 Steve Jobs presentava un software che non ha rivoluzionato la musica, ma sicuramente ha cambiato il modo in cui molti di noi la ascoltano. Il tutto avveniva con mesi e mesi di anticipo sul lancio dell’iPod, che sarebbe stato presentato solo l’ottobre dello stesso anno

Grazie ad Hypebot ho recuperato i due video della presentazione originale di iTunes. La qualità è quella che è, ma sono da vedere: sono un documento ormai storico, visto quanto è cambiato iTunes, che oggi è molto di più che un semplice music player. La definizione sarebbe media player, che comprende uno store (aperto nel 2003) e tante, forse troppe altre cose. Tra quelle due parole, music e media, c’è un mondo di differenza nel modo in cui si diffondono e si consumano oggi i contenuti culturali, ma questa è un’altra storia, di cui parleremo magari un’altra volta.

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A hard disk’s night – i Beatles il giorno dopo

Ieri doveva essere un giorno da ricordare, almeno secondo la Apple. Il giorno in cui i Beatles sono arrivati su iTunes.

In realtà, si tratta di una sconfitta di Steve Jobs mascherata da evento, gestita con la solita abilità mediatica della Apple: il teaser il giorno prima, all’improvviso, poi le indiscrezioni, l’annuncio.

Ora, che i Beatles siano su iTunes è bello, ma che non ci siano stati per tutti questi anni… La loro presenza ora semplicemente fa emergere il sommerso, legalizza (finalmente) quello che molti avevano già fatto, ovvero digitalizzare i propri CD dei Beatles, o scaricarli (illegalmente). E, peraltro, dopo i Beatles ci sono ancora alcuni artisti che resistono alle lusinghe di iTunes…

Il carisma persuasivo di Jobs non è riuscito a convincere quel che resta dei Beatles e, per una volta, si è trovato in posizione di debolezza nella contrattazione, dopo anni in cui ha continuato a sostenere di avere rivoluzionato la musica. Ma le promesse di rivoluzione non hanno funzionato, di fronte al catalogo di quattro artisti che la rivoluzione in musica l’hanno fatta sul serio.

E comunque, il carisma di Jobs ha avuto poca presa anche sulla rete: ieri i commenti che si leggevano in giro sull’operazione erano molto scettici, sia da parte degli addetti ai lavori, sia a da parte dei semplici utenti.

Una delle cose più divertenti (e dissacranti) viste ieri è questo trend su Twitter, #NewBeatlesSongTitles, in cui ci si divertiva a riscrivere i titoli delle canzoni dei Fab Four in chiave informatica: “For the benefit of Mr. Jobs”, “When I’m 64 bit”, “And your bird can ping”, “A hard disk’s night”….

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Ligabue sull’iPhone (a pagamento pure lui)

In questi giorni è silenziosamente arrivata su iTunes iLiga, l’applicazione per iPhone di Ligabue. La produce Digital Bees, la stessa azienda che ha lavorato ad iVasco. Che a sua volta è stata da poco aggiornata, e che il 21 aprile offrirà finalmente un contenuto esclusivo come si deve: un intero concerto in streaming, da Torino.

La strategia di iLiga è simile a quella di iVasco nelle sue prime incarnazioni. Ovvero qualche contenuto esclusivo (4 video, tra cui il backstage del clip di “Un colpo all’anima” e un paio di brani live, wallpaper e suonerie, che però richiedono un invio via mail), qualche possibilità di interazione tra fan (la più carina è quella di registrare e condividere file audio con i propri “credo”, sul modello del famoso monologo di “Radiofreccia”), buona parte dei contenuti ripresi dal sito ufficiale, tra cui anche la webradio del Liga, il tutto con una bella interfaccia touch.

Queste applicazioni sono a pagamento: 3 euro nel caso iLiga, 4 nel caso di iVasco (prezzo stabilito mesi fa,  prima dell’offerta del concerto in streaming, e prima dei contenuti aggiunti in seguito: video, interviste..).

In quel piccolo microsmo economico che è l’App Store, 3 o 4 euro per un’applicazione sono un prezzo ragguardevole. Negli Stati Uniti applicazioni come queste vengono regalate, anche da artisti di primo piano, e spesso con contenuti ben più importanti (si pensi al caso dei Nine Inch Nails, che hanno lo streaming dell’intero catalogo). Fare un’App è considerata promozione, esattamente come mettere in piedi un sito, o realizzare un videoclip. Un investimento ripagato dalla visibilità che genera. Nel caso di iLiga e iVasco, invece, il costo di realizzazione viene fatto pagare direttamente all’utente, a fronte di pochi contenuti esclusivi e molti già reperbili in rete.

Peraltro, gli artisti italiani che hanno un’app si contano sulle dita di una mano. Attualmente ce ne sono altri 3, oltre ai Bastard Sons Of Dioniso, che furono i primi, ma che hanno rimosso la loro App. L’unica altra  a pagamento è qulla di Andrea Bocelli: 1,59 € per un App basata sulla piattaforma iLike (che permette la realizzazione secondo un modello standardizzato, praticamente a costo zero). Anche l’indipendente Paolo Toso usa la stessa piattaforma,  per la sua applicazione gratuita. E poi c’è Simone Cristicchi con un’applicazione più elaborata, con contenuti paragonabili ad iLiga, ma gratis.

Ma Vasco e Ligabue, con le loro applicazioni, giocano in un altro campionato.

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Tanto tuonò che piovve

Non è l’iPhone (célo), non è il MacBook (célo), è qualcosa di mezzo: l’iPad (manca?).

ipad-launchAlla fine, è stato presentato il famigerato tablet della Apple: un media player che conferma in larga parte quanto era trapelato nella frenetica corsa allo scoop degli ultimi giorni.

I dettagli si trovano ovunque, ma si può partire dal solito iLounge: per ora si sa quando arriverà in America (fine marzo-aprile), da noi la data è incerta, si parla dell’estate.

E’ presto per dire se questa scommessa verrà vinta. al di là dei soliti toni retorici di Steve Jobs, non mancano gli scettici: non sembra esattamente economico, per dirne una; e anche Wired nota diverse mancanze nelle caratteristiche.

E, una cosa che mi pare nessuno abbia notato: i filmati che legge sono solo quicktime. Tradotto: è pensato per riprodurre i film comprati su iTunes (che peraltro in Italia non sono disponibili); quindi scordatevi di usarlo per vederci divx et similia, a meno di lunghe conversioni su un computer “normale”.

Sia quel che sia, siamo tutti qua a parlarne e ci cascheranno (ci cascheremo?) in molti, mi sa.

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