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I miti dell’alta fedeltà ai tempi del digitale – cose che ho imparato diventando (quasi) un audiofilo

Chi si lamenta del fatto che si discuta troppo di musica dovrebbe finire in un forum di audiofili e subire una cura Ludovico Van leggendosi 500 e passa post su pro e contro di cavi per le casse.

E’ un mondo per certi versi incredibile, quello degli audiofili e dei miti dell’alta fedeltà ai tempi della musica digitale. Fatevi un giro su Head-Fi, per farvene un’idea- Il Pono di Neil Young (ne ho scritto su Wired, qui), di cui si è parlato parecchio nei giorni scorsi, è solo la punta dell’iceberg.

Io sono cresciuto in mezzo ai discorsi sull’alta fedeltà – mio padre era un  appassionato di hi-fi, in casa accumulavamo riviste  del settore (erano le lettura perfetta “da bagno”, tra le altre cose) (questo voleva dire qualcosa, ma al tempo non mi era chiaro).

Tra i primi investimenti della mia adolescenza con i soldini messi da parte ricordo  un amplificatore Marantz (ha lo stesso colore dell’iPhone 5s oro, ma allora lo si definiva “champagne”) e un paio di casse Genesis con i woofer color verde pistacchio: pagati entrambi relativamente poco, mi hanno regalato buona musica per 15 anni, me li sono portati a Milano appena ho potuto.

Poi, 10 anni fa, sono stato conquistato dall’euforia del digitale e di tutte le comodità che comporta. Portabilità estrema, reperibilità immediata. E ho messo l’hi-fi nel dimenticatoio.

Finché qualche settimana fa ho letto questo post di Marco Arment, lo sviluppatore di Instapaper, e mi sono convinto a comprare un DAC – un piccolo aggeggio esterno al computer. E’ una sorta di scheda audio/amplificatore che hanno tutti i lettori MP3, solo che quelli esterni sono molto meglio, prendono direttamente gli 0 e gli 1 e li trasformano in suoni analogici (DAC sta per “Digital to Analog Converter”) con precisione e fedeltà molto, molto maggiori ai componenti audio di serie. Una sorta di piccolo Marantz per computer e telefonino, insomma.

Mi si è aperto un mondo – sonoro. Riascoltavo dischi che conoscevo a memoria – ma che avevo ascoltato sempre e solo in digitale – e mi dicevo “ma davvero lì c’è quella chitarra?”. Cose così. Ma ho anche capito che l’alta fedeltà è un mito irraggiungibile, spesso inutile, per come ascoltiamo la musica oggi.

In sostanza, smanettando tra Dac, cuffie, file FLAC ed MP3 ho capito che :

  • Un disco inciso male suonerà malissimo anche con le migliori cuffie e con tutti i gadget migliori del mondo.
  • Un esempio: “Accellerate” dei R.E.M.: un disco che amo, loro che volevano dimostrare di essere tornati al rock costruendo un muro e hanno inciso un disco ipercompresso. Mi fa prudere le mani, in certi momenti.
  • La vera tragedia sonora di questi tempi non è la bassa qualità degli MP3, ma la tendenza dei musicisti a incidere alzando i volumi, comprimendo tutto, per compensare la bassa qualità degli Mp3. La cosiddetta “Loudness war” – già ne conoscevo gli effetti, ma con buone cuffie e un DAC, i dischi ipercompressi suonano ancora peggio.
  • La differenza tra un file ad alta definizione e un MP3 si sente, eccome. Ma non è così drammatica come sostiene Neil Young, che dice che un Mp3 contiene solo il 5% dei suoni incisi. Sono sfumature, di cui la maggior parte della gente può tranquillamente fare a meno.
  • Ho fatto un paio di prove: ho ascoltato il mio disco preferito di sempre, il “Koln Concert” di Keith Jarrett, e “Monster” dei R.E.M., in MP3 e in altissima qualità (Flac a 96kmhz /24bit). Il piano di Jarrett, in questa versione, è più rotondo, più profondo. Si sente l’eco dei tasti e della sala dove è stato inciso il concerto.  Il disco dei R.E.M. fa ancora più impressione: nella versione HD, si nota la profondità delle chitarre (e dire che è un disco in Peter Buck usa un sacco di distorsione e di tremolo), la posizione della voce di Stipe, indietro ma chiaramente definita… In entrambi i casi, gli MP3 sono decisamente più secchi, asciutti – ma si sentono comunque bene.
  • Gli album in Flac HD pesano tra 1,5 e 2GB l’uno. Ci vuole un hard disk enorme, per (ri)farsi una discoteca così.
  • La cosa bella di ascoltare musica in alta definizione è che ti allena l’orecchio. Dopo un po’, anche quando ascolti musica in MP3, inizi a notare più dettagli.
  • La cosa brutta di ascoltare musica in alta definizione è che, una volta che hai l’orecchio allenato, diventi più insofferente sui dischi registrati male o troppo compressi, o sul suono troppo ovattato di MP3.
  • Per ascoltare musica in alta fedeltà devi essere fermo e tranquillo. In ufficio, sul divano. Al limite, su un treno. Anche con le cuffie più isolanti del mondo è inutile sperare di sentire musica in alta fedeltà mentre cammini in mezzo al frastuono della città – ovvero come passiamo una sostanziosa parte del nostro tempo ad ascoltare la musica, da che esistono i Walkman.
  • Il Pono di Neil Young non mira agli audiofili (per cui è già tecnologia vecchia) ma al mainstream: un iPod per chiunque vuole provare l’ebrezza dell’alta fedeltà con un costo relativamente contenuto (anche se poi bisogna procurarsi i file ad alta definizione).  Ma sembra brutto, scomodissimo e poco portatile. Avrà pure già raccolto quasi 3 milioni di dollari con Kickstarter, ma motivi di cui sopra mi fanno dubitare del suo successo sul medio-lungo termine.
  • I soldi spesi per le cuffie non sono mai buttati via – è lì che il suono fa davvero la differenza. Ma quei soldi vanno spesi bene, trovando quelle con il suono (e la comodità) giusta.
  • La fregatura è che le cuffie non te le fanno neanche provare, nei negozi. E, in rete, su ogni modello si scrive tutto e il contrario di tutto (scegliete un modello di cuffie e leggetevi i commenti su Amazon di chi le ha comprate, per farvi un’idea).
  • Evitare, sempre, le Beats – a meno che non si voglia un suono fatto tutto di bassi o si ascolti hip-hop. O che si voglia esibire le cuffie come status symbol. (Con la metà dei soldi che si spendono per le Beats si portano a casa cuffie due, tre volte migliori: le Beyerdinamics base, per esempio, o le Grado, o le Senheiser).
  • Dischi sparsi che suonano da Dio con un buon DAC/buone cuffie: l’ultimo Springsteen, “Collapse into now” dei R.E.M. (anche se solo per metà – “Uberlin” è la mia canzone test per cuffie). “Blank Project” di Neheh Cherry (Four Tet ha fatto un lavoro fantastico sui suoni: aperti, profondi). “Atlas” dei Real Estate. “You should be so lucky” di Benmont Tench, i Greatful Dead in generale (con quei suoni spaziosi e spaziali della chitarra di Jerry Garcia), L’ultimo de Le Luci Della Centrale Elettrica. “Fashion nuggets” dei Cake. “Senza pensare all’estate” di Zibba. “Morning phase” di Beck.
  • Dischi che suonano male o malissimo nelle stesse condizioni: “Lightining Bolt” dei Pearl Jam (il disco continua a piacermi, ma il suono di certe canzoni, anche ascoltate in Flac, è opaco). Il nuovo Afghan Whigs (esce ad aprile: notevole, ne scriverò con calma più avanti. Non so se sia la qualità degli MP3 che mi hanno mandato, ma in diversi momenti suona così impastato da essere inascoltabile). “Workbook” di Bob Mould (uno dei miei dischi preferiti ever, ma il suono è davvero indietro in certi passaggi). In generale larga parte del rock contemporaneo, con le chitarre elettriche e la batteria sparate a mille (vedere il video sotto).
  • “Questi sono discorsi scacciaf…” (Il mio amico Dario Spada, l’altra sera, quando in una diretta radiofonica ci siamo persi a parlare di alta fedeltà digitale). (Ha ragione, eccome se ha ragione: alla fine, a parlare di queste cose si fa la figura dei nerd. Se siete arrivati fin qua…).

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Hangover (Il luna park del giornalista musicale – ep. 4)

La festa è finita: se volete avere un’idea del bordello all’arrivo dei vincitori ieri sera, qua c’è il video.  Per non parlare di quando si è capito che il Corriere aveva twittato in anticipo il vincitore (gomblotto!).

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Per dirla con i Perturbazione, “Muoio già dalla voglia di ricordarti a memoria”. O forse no.

  • Il verdetto? Alla fine va bene così.  Sul podio tre artisti nati e cresciuti a Sanremo. Premi della critica a De André e Perturbazione. Renga, che tutti – me compreso – davano per vincitore certo, fuori dalla terzina. Le canzoni si capiscono sul palco – quella di Renga è funzionata di meno del previsto. Ma, come dice Pop Topoi, “Everyone’s a Giucas” (la faccia di Neurologico che dice “Rubino” vale la visione in loop del Vine).
  • Canzoni preferite dopo una settimana: Perturbazione, De André, Zibba, Noemi. E sì, anche Arisa.20140223-115003.jpg
  • Sono in gara per la foto più stupida della sala stampa con il Pupazzo Carletto. E sono tra i favoriti.
  • (No, non sono così di solito)
  • (Si, una settimana in Sala Stampa fa questo. Ed altro.)
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (1): Poco dopo un’intervista, sto lavorando. Testa bassa sul computer. Mi giro. Uno sta sbirciando il video che sto montando. Lo mando a quel paese. Era Tommy Lee. (Ha riso e mi ha fatto complimenti: “Stai già montando la mia intervista? Cool man!”. Gli americani…)
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (2): questo live fatto con Zibba, un piccolo momento magico di luce, acustica e musica. (lo spammo per l’ultima volta, giuro).
  • Il momento più imbarazzante del festival: Crozza. Ancora peggio dell’anno scorso.
  •  I miei momenti preferiti di questo Festival (3): le chiacchierate dal vivo con amici,  storici e soprattutto  nuovi. 
  • I miei momenti preferiti di questo Festival (4): le chiacchierate su Twitter, come sempre da qualche anno a qualche parte. Se non ci fosse, sarebbe quasi intollerabile. Ti chiedi come il Festival facesse ad esistere prima.

Il luna park riapre l’anno prossimo. Le voci su chi potrebbe condurre/gestire/direttorareartisticamemente promettono bene…

Sigla.

Titoli di coda.

Amen.

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A spasso, come i lupi sul Gran Sasso (Il luna park del giornalista musicale – ep. 3)

Oltre la metà settimana. E mi sento a spasso come un lupo sul Gran Sasso, alla ricerca di un nesso tra la felicità e l’espresso (vado sui 7-8 al giorno, quindi sono molto felice, deduco).

Appunti sparsi delle ultime 48 ore:

  • Io nella vita vorrei intervistare gente come Rufus Wainwright: fa bella musica, simpatico, generoso, e dice sempre cose interessanti. 
  • Io a Sanremo vorrei vedere e intervistare gente come i Perturbazione : fanno bella musica, Pop con la P maiuscola. E sono simpatici, generosi e si divertono a suonare sempre e (vedere il Live@Rockol quasi improvvisato in un bar)
  • In sala stampa vorrei vedere più gente come Zibba, che ha improvvisato un miniconcerto sul palco dove i divi si fan fare le foto.
  • 20140221-133735.jpgI giornalisti che parlottavano in sala stampa durante l’esibizione di Damien Rice sono senza cuore. Io ne sono uscito distrutto, avevo i lacrimoni.
  • Inizio del programma mercoledì: ore 20:53. Prima canzone in gara alle 21.09 (16 minuti). 33,95% di share
  • Inizio del programma giovedì: 20:53. Prima canzone in gara alle 21.14,  (20 minuti, di 7 di riassunto delle canzoni e codici ).  34. 93 di share
  • Far cantare i giovani alle 0.20 (martedì) o alle 0.29 (mercoledì). Meglio mandarli ad un talent?
  • L’eta media dei giovani: 29,5 anni (ce ne sono 3 tra i 35 e 36 anni – il limite da regolamento)
  • “La mia generazione a spasso. Come lupi sul Gran Sasso” (Filippo Graziani – vedi sotto).
  • Poi, ad un certo punto, ogni anno mi innamoro di una canzone in gara, all’improvviso. Mi è capitato con “Senza di te” di Zibba: uno che suona da tempo, e si sente (il live che ho girato con loro in albergo è stato bellissimo, emozionante: lo pubblico doamani)
  • No Selfie Control, tra i giornalisti e addetti ai lavori: ogni occasione è buona per autoscattarsi una foto con qualcuno.
  • Il selfie più gettonato in sala stampa è quello con Carletto, il camaleonte della pubblicità, presente in carne ed ossa (ehm) vicino al banchetto di Dash.
  • (No, non l’ho fatto)
  • Poi ti chiedi perché certi artisti non lavorano. Dicono di venire a Sanremo per la visibilità, poi scendono con un’ora di ritardo dalla camera d’albergo, con dirette radiofoniche ed interviste programmate. Alle 11, mica alle 7 e mezza. Senza neanche avere cantato la sera prima.
  • (No, non vi dico chi è)
  • “Franklin Hi-NRG” (da un comunicato stampa ufficiale del Festival)
  • “Sul palco dell’Ariston si lavano voci molto intonate” (didascalia sul sito della rai al video del flash mob: voci pulite? voci bianche)
  • “Arisa? Vincerà perché è un’icona gay antiberlusconiana” (titolo di un giornale, l’altro giorno)
  • Il peso del giornalismo musicale italiano finisce qui, in questi telecomandi qua in fondo (ora non votiamo più, tutto al pubblico ed alla giuria di qualità)

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“Poco spazio alla musica” (cit.) – Sanremo, il luna park del giornalista musicale (Ep. 2)

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Ieri, martedì, è stata la giornata da “quiete prima della tempesta”. Che tempesta, poi: in un bicchiere d’acqua – a Sanremo, se non succede qualcosa si cerca di farlo succedere. Come la “polemica” nei confronti di Rufus Wainwright. O la presenza di Grillo. O qualsiasi altra cosa. Poi due operai sbucano sulla balaustra ed è subito 1995.

Appunti sparsi delle ultime 36 ore, o giù di lì:

  • Lunedì sera ho aperto una porta e mi sono trovato al raduno dei sosia.  C’era pure il sosia di Mario Biondi.
  • Tra gli sponsor del Festival c’è Dash, che ogni giorno mette un banchetto in sala stampa con micro confezioni di detersivo per i piatti. Il commento di Zanetti: “Finalmente un Sanremo pulito”.
  • “Il quarto accordo di questa canzone non si era mai sentito al Festival” (commento sentito alla prova di un giovane)20140219-083633.jpg
  • Ho sentito i giovani in prova. Uno che ha un passo diverso, qualche giovane vecchio, qualche cosa non male. Generale assenza di carisma. Nulla che mi sia davvero arrivato (cit. Simona Ventura). Ma sarà un problema mio.
  • “Quest’anno c’è poco spazio alla musica” (Esordio di una domanda dalla sala stampa delle radio, martedì)
  • “Poco spazio alla musica” è il mantra più usato da quando esiste Sanremo.
  • “Sanremo è il festival delle canzoni” (Mauro Pagani, direttore della commission Artistica)
  • “Sanremo è un varietà” (Luciana Littizzetto, Lunedì in conferenza stampa).
  • La prima canzone in gara, quest’anno, è arrivata dopo 37 minuti dall’inizio, alle 21.29 (ma c’è stato l’imprevisto della balaustra).
  • Domanda: ma come hanno fatto i due operai ad arrivare fin lassù? La sicurezza dell’Ariston è ferrea, di solito.
  • Il 90% delle domande di oggi alla conferenza stampa saranno su di loro e su  Grillo (che fine ha fatto, poi?). Poi qualcuno – indovinate – si lamenterà che si parla poco di musica.
  • “Ci deve essere un nesso tra la felicità e l’espresso”: il verso di  quest’anno è dei Perturbazione.
  • In un solo caso sapevo già che canzone votare. E non è passata (“Invisibili” di Cristiano De André: bellissima e spietata).
  • Ho preso 4 votazioni su 7 (Arisa, Frankie, Ruggiero, Gualazzi).
  • Ospiti musicali: bravo e rispettoso Ligabue (non deve essere stato facile uscire sul palco dopo tutto quel casino in avvio, con la minaccia di Grillo in sala).  Cat Stevens: voce insicura, a me non ha emozionato per niente (sono crudele, che vi devo dire)
  • Ospiti non musicali: “Quei babbei lassù hanno la Regina Elisabetta. Noi abbiamo Raffaella Carrà” (Paolo Madeddu, su Twitter). Ce n’erano altri, oltre alla Carrà?
  • Classifica personale: 1)DeAndré/Perturbazione a parimerito. 3)Frankie (solo la seconda però) 4)Arisa 5)Giusy Ferreri 6) Ruggiero 7) Gualazzi/Bloody Beetroots (faccio il giornalista serio per un attimo: la contemporaneità non è mettere un po’ di elettronica su un pezzo disco  ’70-’80 o su una ballata stile Motown).
  • Serata lunga, lunghissima, come sempre capita alla prima del Festival. Va bene lo spettacolo – ma certi siparietti eterni (la Castà: imbarazzante) si potevano evitare.
  • Dialogo da sala stampa: Collega: “Ma come tutti gli anni anche stasera c’è la festa alla discoteca Morgana?”  Io: “ESTICAZZI”. Sigla. Buonanotte.
  • Programma di oggi, mercoledì: 2 interviste, sei conferenze stampa. Amen.

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Il luna park del giornalista musicale (#Sanremo2014 edition, ep. 1)

Mi sono trasferito a Sanremo per il Festival: per una settimana sto rintanato in quella simpatica gabbia di matti che è la sala stampa del Teatro Ariston.

foto 2

A Sanremo si lavora come matti, ci si prende sul serio, ci si sente importanti per una volta all’anno. Ma, sì, ci si diverte anche, e va bene così.

E’ il luna park del giornalista musicale, come ebbe a dire la mia compagna. Non ho ancora trovato una definizione migliore.

Poi tutti si stanno già prodigando a spiegare il Festival, perché sì e perché no: qualche giorno fa ho letto una prestigioso editorialista raccontare la sua unica apparizione in sala stampa all’Ariston, di 11 anni fa, come una prova di resistenza; lo è, ma non per i motivi di noia che lascia sottintendere, come se non ci fosse nulla da raccontare.

Qua invece si cercherà di raccontarlo e di goderselo in compagnia di chi vuole leggere, scrivere, twittare etc. Tutta la cronaca è su Rockol, as usual, dove sono mi divido oneri e onori con Franco Zanetti.

Su questo blog, qualche appunto sparso. Quelli del primo giorno:

  • Finora le videointerviste più belle (fatte a Milano e Roma, assieme a Valeria Mazzucca e Mattia Marzi):  Ron, un ragazzo di 60 anni che ha l’umiltà di ascoltarti e di ascoltare la musica di che gira intorno oggi e di citarla senza spocchia. E Cristiano De André, che ha parlato della Genova degli anni ’70, dell’arrivo dell’eroina nelle piazze (al tempo ero un bambino, ma me lo ricordo bene quel periodo: mio padre lavorava nei centri antidroga come medico); le pubblichiamo domani su Rockol.
  • foto 3Tutto cambia per non cambiare: ho mancato l’edizione dell’anno scorso, ma le facce all’Ariston sono (quasi) sempre le stesse, i riti pure. Ma con qualche novità: in sala stampa c’è un wifi gratuito che va come una scheggia (gli anni scorsi era a pagamento e si inceppava sempre), c’è una rassegna stampa in digitale, e c’è un megaschermo in altadefinizione per farci vedere come si deve le serate. Commenti di gaudio dei colleghi.
  • Tra i riti immutabili: la cerimonia della conferenza stampa alle 12.30, con domande che sistematicamente durano di più delle risposte.
  • foto 6Tonino Manzi, maestro di cerimonie della sala stampa, oggi ha iniziato la conferenza stampa chiedendo “Rispettate i fiori!” (quelli che stanno sul palco dove salgono i conduttori e musicisti per sottoporsi alle domande di cui sopra).
  • Tappa obbligata, per riprendersi dalla  conferenza stampa: Maggiorino, dove fanno la miglior farinata della città. Ci si incontrano autori del Festival, conduttori, giornalisti. Prezzi popolari e paghi dopo avere mangiato.
  • Ho visto le prove generali del lunedì, ma solo un pezzo, quindi non ne parlo; sono un altro dei primi riti sanremesi, nella platea del teatro si accampano giornalisti, discografici, uffici stampa, assistenti personali, parenti, musicisti in attesa del loro turno. C’è pure gente che dorme (true story), ci siamo noi che facciamo le prove generali per domani sera: chi twitta più veloce questo o quel dettaglio.
  • Non ho ancora visto nulla di particolare per le strade, dove di solito si accalca la più varia umanità – ma mi segnalano già il consueto assembramento di sosia. Senza di loro il Festival non ha senso.
  • Per quello che può valere: faccio il tifo per “Invisibili” di De André, per i Perturbazione e per Noemi  – ma le canzoni le capiremo solo domani e mercoledì sera, sul palco (allora rileggerò quello che ho scritto al primo ascolto e scoprirò di aver detto un sacco di boiate – per fortuna avevo messo un disclaimer).
  • La mia attrezzatura da Festival:

 

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