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Il lato oscuro del Record Store Day

Sia chiaro, amo il Record Store Day, ogni anno non manco di fare una capatina ai negozi di dischi vicini a casa (cosa che cerco di fare periodicamente tutto l’anno: o è Record Store Day tutti i giorni, o non è Record Store Day mai, per parafrasare quella canzone là).

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Ma ogni anno c’è gente che lo critica, più o meno per gli stessi motivi: celebra qualcosa che è in via di estinzione, e non si può fermare il “progresso”; è l’ennesima giornata a tema su qualcosa che non serve a niente.

Quest’anno ho visto e letto più critiche del solito, e hanno a che fare con il modo in cui vengono gestite le pubblicazioni speciali e limitate che vengono vendute per il RSD dalle major.

La tesi è quella della indie Yoga Records, rilanciata da Four Tet su Twitter: il RSD è “To sell literal tons of repackaged major label crust under the guise of supporting small independent retailers”.  Quelli della Yoga hanno calcolato che quest’anno sono stati stampati per il RSD oltre 570.000 album in vinile  – senza contare che molte unità sono doppi o tripli, quindi si arriverebbe a 700.000 dischi stampati solo per un giorno del 2014: qua c’è un foglio excel con i numeri.  Le major, nelle settimane precedenti il RSD, sequestrano le record plant per mandare in stampa queste benedette edizioni limitate: il RSD è diventato un grande business al di là dei negozi di dischi.

La prova della complessità di questo business sta nel modo in cui le edizioni speciali del RSD vengono distribuite. Il RSD “Incoraggia i peggiori istinti del collezionismo”, scrive il Village Voice.

Esempio: un’esclusiva del RSD viene stampata in poche migliaia di copie e solitamente venduta a prezzo maggiore del normale. Se è di una band/artista importante, è quasi introvabile, ma finisce su eBay già prima del RSD a prezzo maggiorato fino al 4-500%. Il prezzo  alto alla vendita ci può anche stare, per il margine di guadagno dei negozianti per l’occasione: è il fine del RSD.  Però i negozianti lamentano di ricevere poche copie: oggi ho parlato con 5 diversi a Milano, e mi han detto tutti la stessa cosa, quasi giustficandosi che altre spedizioni arriveranno solo la prossima settimana. In Italia, poi, spesso quello che ricevono viene messo in vendita già il venerdì. Così al RSD molta roba non c’è perché non è mai arrivata o perché è già stata venduta. Ma questa scarsa distribuzione e la speculazione su eBay fa giustamente incazzare i fan: basta andare su un qualsiasi forum di artisti che hanno un’uscita sul RSD per rendersene conto.

Per me le edizioni limitate del RSD sono come un regalo di Natale. Sono disposto anche a pagarle più del normale – ammesso di trovarle – ma non a pagarle a peso d’oro su eBay. E per me le edizione limitate sono l’amo a cui abbocco con piacere per celebrare uno dei luoghi in cui ho formato la mia cultura, e pazienza se oggi noi over-40 siamo un po’ più vecchiominkia del solito e andiamo a spendere la paghett… ehm, lo stipendio nei negozi di dischi. Però tutto questo meccanismo inizia a infastidire anche me.

Il rischio vero del RSD è che smetta di celebrare la musica e i negozi di dischi e  trasformi gli appassionati in personaggi come quello qua sotto: il Record Collector dalle motivazioni hipsteriche. Arrivate fino alla fine del video per capirle. Nel frattempo, io torno ad ascoltare in digitale i dischi che ho comprato…

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Home taping (a proposito di cassette e Cassette Store Day)

C’è una giornata per celebrare qualsiasi cosa, oggi, si dice. E oggi è il 1° Cassette Store Day.

Ma non bastava il Record Store Day? No, evidentemente. Perché il RSD celebra i negozi di dischi – cosa che ha un senso, eccome se ce l’ha. Qua si celebra  un formato. Un formato vecchio. E’ una cosa  puramente retromaniaca: le cassettine magnetiche, dice Billboard, attualmente valgono lo 0,02% del mercato. Il vinile, di cui si parla in termini di rinascita, vale il 2%. Il Cassette Store Day riprende (copia?) il modello del RSD con uscite esclusive e qualche evento in giro per il mondo (qualcuno anche da noi).

la musicassetta, anzi la “Compact cassette”  ha vissuto ben oltre il suo limite fisiologico. Il fatto è che la cassetta è stata spinta dall’industria discografica come supporto alternativo al vinile, ma è sopravvissuta all’arrivo del CD. Ma già allora era un incubo, per l’industria: “Home taping is killing music”, diceva uno slogan degli anni ’80 –  la pirateria era un’ossessione ben prima del digitale. I Dead Kennedys risposero con una fantastica idea: il loro disco in cassetta su un lato, l’altro vuoto per “piratare” un altro disco…

In alcuni casi, come in India, la cassetta preregistrata ha dominato il mercato. Ma da noi, quella che funzionava,  era la cassetta vuota. Anzi, la cassetta “vergine”: la C-60, la  C-90, magari al ferro o al cromo se volevi qualità migliore. Le TDK, le Sony, le BASF e chi più ne ha più ne metta. La cassetta vuota serviva a due cose: a registrare la musica che non potevi comprare, dalla radio (per impedirlo le canzoni che venivano appositamente “sporcate” da un jingle o da un parlato) o dai dischi degli amici (“io compro questo, tu quello, e poi ce li registriamo”). E poi serviva a fare le famose mixtape. Metteteteci l’esplosione dei walkman negli anni ’80 e capite il perché della longevità di un supporto che era già superato dai CD negli anni ’80.

Personalizzazione e portabilità.

Tutte cose che oggi ritroviamo, ampliate, negli MP3. La rinascita del vinile ha dei motivi che la cassetta e l’MP3 non hanno: la qualità e il calore del suono,  la bellezza dell’oggetto, la ritualità del gesto dell’ascolto.  L’oggetto cassetta ha un suo fascino, ma molto minore. E, sì, il gesto del fare la cassetta è stato bello, ma oggi  appare inconcepibile passare due ore a fare una cassettina quando in 5 minuti puoi fare una playlist.  Pensate alla fatica, rileggendo la descrizione migliore di quel “labour of love” che era fare una cassettina in “Alta fedeltà” di Nick Hornby:

“Mi ci vollero ore per mettere insieme quel nastro. Per me, fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera: è tutto un cancellare e un ripensarci e ricominciare da capo – e ci tenevo che venisse fuori un buon nastro. Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie e… beh, ci sono un sacco di regole. Così sudai sette camicie componendo questa cassetta qua, e da qualche parte per casa devo ancora avere un paio di nastri di prova, prototipi poi eliminati”.

Insomma a me il Cassette Store Day sembra una forzatura. Quanti di voi, almeno quelli che hanno attorno ai 40 anni, hanno mai comprato una cassettina originale? Io qualcuna, da bambino.  Ma compravo soprattutto 45 giri e dischi. Quelle che ho comprato (mi ricordo un “Toto IV” e un “Spirits having flown” dei Bee Gees”) non le ho conservate. Ho scartabellato in casa, e l’unica cassetta “originale” che ho trovato sono quelle che vedete in foto qua sotto: un fantastico bootleg ufficiale dei R.E.M., che nel ’95 pubblicarono un singolo su cassetta, invitando a registrare nello spazio vuoto le altre b-side per compilare quello che era, di fatto, il primo disco dal vivo ufficiale della band.

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E poi conservo qualche bootleg di quelli che trovavi nei mercatini di Camden Town: quello dei “tapers” dei concerti:  è un mondo fantastico – leggersi questo articolo sui Grateful Dead e sui loro fan: è da lì che è nata la moda dei bootleg ufficiali o siti come Archive.org che conservano migliaia di registrazioni live storiche.

E poi tante, ma tante mixtape: ne ho un scatolone pieno.

Onore a chi celebra queste ultime, come il fantastico libro di Thurston Moore di qualche anno fa. O come, da noi  il MixTape Fan Club di Lorenzo Barbieri (che ne ha riattualizzato il formato tramite un bel sito e che oggi organizza un evento all’Ostello Bello di Milano).

Le MixTape hanno liberato la fantasia visiva (le copertine disegnate a mano) e musicale, permettendo di crearsi le proprie scelte musicali in unico spazio, anticipando modi di fruizione della musica che oggi ci sono naturali.

Ma le cassette originali commerciali preregistrate… No, dai. Proprio non se ne sente  la mancanza. Hanno avuto la loro funzione, fatto il loro tempo. Se ne riconosce l’importanza storica, le si ricorda. Ma non facciamole diventare qualcosa che non sono mai state: non ci sono grandi motivi per celebrarle o provare a rilanciarle sperando nell’effetto-vinile: si finisce soprattutto per dare ragione a Simon Reynolds che dice che siamo schiacciati dal passato. E anche quella di Reynolds, come la celebrazione delle cassette è una forzatura bella e buona.

 

 

 

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Record Store Wishlist

Il 7″ di Eddie Vedder per il Record Store Day: una bella versione solista di “Wishlist” per voce e chitarra elettrica (e qua c’è l’altro lato, Love Boat Captain)

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by | 22 aprile 2012 · 7:09 pm

Vinyl

Una maglietta per celebrare il Record Store Day, domani

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by | 20 aprile 2012 · 8:02 am

Dischi, panda e varia umanità

Questa settimana si celebra il Record Store Day, la giornata in cui  nostalgicamente si cerca di rivitalizzare il negozio di dischi. Ovvero un luogo in fase di estizione, ucciso della grande distribuzione (come è capitato a innumerevoli altri tipi di negozi) e dalla crisi del supporto fisico (come è capitato alla musica e sta capitando al video).
Non ha tutti i torti chi dice che questa festa sa di giornata contro l’estinzione del panda. Una cosa un po’ anacronistica, di cui non si può parlar male. E si può anche capire che ci siano persone (di generazioni più giovani, ma non solo), che non hanno vissuto la magia del negozio di dischi, di trovare quella varia umanità che viveva solo da quelle parti.<br>
Ecco, celebrare i negozi di dischi non significa necessariamente celebrare la qualità sonora del CD o del vinile rispetto all’MP3 (superiore la prima, comodissimo il secondo), né significa necessariamente essere anacronistici o nostalgici. Insomma, il modello non deve essere per forza il Nick Hornby di “Alta fedeltà”. Celebrare i negozi di dischi può semplicemente mirare a ricordare la storia, nostra e altrui, di come la musica ci arrivava, e di come la dimensione sociale abbia sempre fatto parte del consumo dei suoni. I negozi di dischi sono e rimangono una fucina di storia e di storie. Di umanità, appunto.
Lo dimostra un bel libro uscito qualche mese fa, perfetto da rispolverare questa settimana. Ok, il titolo non è felicissimo, la copertina è brutta e lasciano perplessi alcuni altri dettagli di quelle che  Genette chiamava le “Soglie” del libro,  ovvvero i testi che ci accompagnano alla lettura (tipo la frase in quarta di copertina “L’incredibile? Esiste e vive rock’n’roll”…). Però “L’ultimo disco dei mohicani” racconta bene quel sottobosco umano che solo la musica ha saputo creare. Maurizio Blatto lavora a Backdoor, storico negozio torinese dedicato al collezionismo: in quel luogo ha visto passare gente che voi umani non potreste immaginare… Questo libro le racconta, con piglio da affabulatore consumato, in maniera empatica ma non accondiscendente o nostalgica. Vi imbatterete nel Signor Franco, il collega di Blatto,  riverito e temuto, una figura aleggiante in molti negozi di dischi. O nelle storie di dipendenti dal vinile che consumano dischi di nascosto dalle mogli, nascondendoli in garage affittati per l’occasione. Storie bizzarre che in alcuni casi sono così poco verosimili da essere sicuramente vere.
Insomma, celebrate pure i negozi di dischi se volete. O non celebrateli, se non ve ne frega niente e se le vostre modalità di consumo sono già da un’altra parte, come quelle della maggior parte degli ascoltatori. Ma non dimenticate l’importanza che hanno avuto.

(da Rockol)

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