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“Our old friend”

E’ poco professionale, ma quando ho visto che la mia band preferita che mi ha dedicato questo post sulla sua pagina Facebook e ha condiviso la mia recensione – e con queste parole… Ecco, mi sono commosso.

(E’ l’età, lo so. Ma se faccio questo lavoro è grazie alla passione che mi ha trasmesso la musica dei R.E.M. e di band e management che hanno questa statura artistica e umana)

E niente, oggi è arrivato il secondo giro (sono sempre meno professionale e sempre più commosso)

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Il lato oscuro del Record Store Day

Sia chiaro, amo il Record Store Day, ogni anno non manco di fare una capatina ai negozi di dischi vicini a casa (cosa che cerco di fare periodicamente tutto l’anno: o è Record Store Day tutti i giorni, o non è Record Store Day mai, per parafrasare quella canzone là).

LegoRecordStore

Ma ogni anno c’è gente che lo critica, più o meno per gli stessi motivi: celebra qualcosa che è in via di estinzione, e non si può fermare il “progresso”; è l’ennesima giornata a tema su qualcosa che non serve a niente.

Quest’anno ho visto e letto più critiche del solito, e hanno a che fare con il modo in cui vengono gestite le pubblicazioni speciali e limitate che vengono vendute per il RSD dalle major.

La tesi è quella della indie Yoga Records, rilanciata da Four Tet su Twitter: il RSD è “To sell literal tons of repackaged major label crust under the guise of supporting small independent retailers”.  Quelli della Yoga hanno calcolato che quest’anno sono stati stampati per il RSD oltre 570.000 album in vinile  – senza contare che molte unità sono doppi o tripli, quindi si arriverebbe a 700.000 dischi stampati solo per un giorno del 2014: qua c’è un foglio excel con i numeri.  Le major, nelle settimane precedenti il RSD, sequestrano le record plant per mandare in stampa queste benedette edizioni limitate: il RSD è diventato un grande business al di là dei negozi di dischi.

La prova della complessità di questo business sta nel modo in cui le edizioni speciali del RSD vengono distribuite. Il RSD “Incoraggia i peggiori istinti del collezionismo”, scrive il Village Voice.

Esempio: un’esclusiva del RSD viene stampata in poche migliaia di copie e solitamente venduta a prezzo maggiore del normale. Se è di una band/artista importante, è quasi introvabile, ma finisce su eBay già prima del RSD a prezzo maggiorato fino al 4-500%. Il prezzo  alto alla vendita ci può anche stare, per il margine di guadagno dei negozianti per l’occasione: è il fine del RSD.  Però i negozianti lamentano di ricevere poche copie: oggi ho parlato con 5 diversi a Milano, e mi han detto tutti la stessa cosa, quasi giustficandosi che altre spedizioni arriveranno solo la prossima settimana. In Italia, poi, spesso quello che ricevono viene messo in vendita già il venerdì. Così al RSD molta roba non c’è perché non è mai arrivata o perché è già stata venduta. Ma questa scarsa distribuzione e la speculazione su eBay fa giustamente incazzare i fan: basta andare su un qualsiasi forum di artisti che hanno un’uscita sul RSD per rendersene conto.

Per me le edizioni limitate del RSD sono come un regalo di Natale. Sono disposto anche a pagarle più del normale – ammesso di trovarle – ma non a pagarle a peso d’oro su eBay. E per me le edizione limitate sono l’amo a cui abbocco con piacere per celebrare uno dei luoghi in cui ho formato la mia cultura, e pazienza se oggi noi over-40 siamo un po’ più vecchiominkia del solito e andiamo a spendere la paghett… ehm, lo stipendio nei negozi di dischi. Però tutto questo meccanismo inizia a infastidire anche me.

Il rischio vero del RSD è che smetta di celebrare la musica e i negozi di dischi e  trasformi gli appassionati in personaggi come quello qua sotto: il Record Collector dalle motivazioni hipsteriche. Arrivate fino alla fine del video per capirle. Nel frattempo, io torno ad ascoltare in digitale i dischi che ho comprato…

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I miti dell’alta fedeltà ai tempi del digitale – cose che ho imparato diventando (quasi) un audiofilo

Chi si lamenta del fatto che si discuta troppo di musica dovrebbe finire in un forum di audiofili e subire una cura Ludovico Van leggendosi 500 e passa post su pro e contro di cavi per le casse.

E’ un mondo per certi versi incredibile, quello degli audiofili e dei miti dell’alta fedeltà ai tempi della musica digitale. Fatevi un giro su Head-Fi, per farvene un’idea- Il Pono di Neil Young (ne ho scritto su Wired, qui), di cui si è parlato parecchio nei giorni scorsi, è solo la punta dell’iceberg.

Io sono cresciuto in mezzo ai discorsi sull’alta fedeltà – mio padre era un  appassionato di hi-fi, in casa accumulavamo riviste  del settore (erano le lettura perfetta “da bagno”, tra le altre cose) (questo voleva dire qualcosa, ma al tempo non mi era chiaro).

Tra i primi investimenti della mia adolescenza con i soldini messi da parte ricordo  un amplificatore Marantz (ha lo stesso colore dell’iPhone 5s oro, ma allora lo si definiva “champagne”) e un paio di casse Genesis con i woofer color verde pistacchio: pagati entrambi relativamente poco, mi hanno regalato buona musica per 15 anni, me li sono portati a Milano appena ho potuto.

Poi, 10 anni fa, sono stato conquistato dall’euforia del digitale e di tutte le comodità che comporta. Portabilità estrema, reperibilità immediata. E ho messo l’hi-fi nel dimenticatoio.

Finché qualche settimana fa ho letto questo post di Marco Arment, lo sviluppatore di Instapaper, e mi sono convinto a comprare un DAC – un piccolo aggeggio esterno al computer. E’ una sorta di scheda audio/amplificatore che hanno tutti i lettori MP3, solo che quelli esterni sono molto meglio, prendono direttamente gli 0 e gli 1 e li trasformano in suoni analogici (DAC sta per “Digital to Analog Converter”) con precisione e fedeltà molto, molto maggiori ai componenti audio di serie. Una sorta di piccolo Marantz per computer e telefonino, insomma.

Mi si è aperto un mondo – sonoro. Riascoltavo dischi che conoscevo a memoria – ma che avevo ascoltato sempre e solo in digitale – e mi dicevo “ma davvero lì c’è quella chitarra?”. Cose così. Ma ho anche capito che l’alta fedeltà è un mito irraggiungibile, spesso inutile, per come ascoltiamo la musica oggi.

In sostanza, smanettando tra Dac, cuffie, file FLAC ed MP3 ho capito che :

  • Un disco inciso male suonerà malissimo anche con le migliori cuffie e con tutti i gadget migliori del mondo.
  • Un esempio: “Accellerate” dei R.E.M.: un disco che amo, loro che volevano dimostrare di essere tornati al rock costruendo un muro e hanno inciso un disco ipercompresso. Mi fa prudere le mani, in certi momenti.
  • La vera tragedia sonora di questi tempi non è la bassa qualità degli MP3, ma la tendenza dei musicisti a incidere alzando i volumi, comprimendo tutto, per compensare la bassa qualità degli Mp3. La cosiddetta “Loudness war” – già ne conoscevo gli effetti, ma con buone cuffie e un DAC, i dischi ipercompressi suonano ancora peggio.
  • La differenza tra un file ad alta definizione e un MP3 si sente, eccome. Ma non è così drammatica come sostiene Neil Young, che dice che un Mp3 contiene solo il 5% dei suoni incisi. Sono sfumature, di cui la maggior parte della gente può tranquillamente fare a meno.
  • Ho fatto un paio di prove: ho ascoltato il mio disco preferito di sempre, il “Koln Concert” di Keith Jarrett, e “Monster” dei R.E.M., in MP3 e in altissima qualità (Flac a 96kmhz /24bit). Il piano di Jarrett, in questa versione, è più rotondo, più profondo. Si sente l’eco dei tasti e della sala dove è stato inciso il concerto.  Il disco dei R.E.M. fa ancora più impressione: nella versione HD, si nota la profondità delle chitarre (e dire che è un disco in Peter Buck usa un sacco di distorsione e di tremolo), la posizione della voce di Stipe, indietro ma chiaramente definita… In entrambi i casi, gli MP3 sono decisamente più secchi, asciutti – ma si sentono comunque bene.
  • Gli album in Flac HD pesano tra 1,5 e 2GB l’uno. Ci vuole un hard disk enorme, per (ri)farsi una discoteca così.
  • La cosa bella di ascoltare musica in alta definizione è che ti allena l’orecchio. Dopo un po’, anche quando ascolti musica in MP3, inizi a notare più dettagli.
  • La cosa brutta di ascoltare musica in alta definizione è che, una volta che hai l’orecchio allenato, diventi più insofferente sui dischi registrati male o troppo compressi, o sul suono troppo ovattato di MP3.
  • Per ascoltare musica in alta fedeltà devi essere fermo e tranquillo. In ufficio, sul divano. Al limite, su un treno. Anche con le cuffie più isolanti del mondo è inutile sperare di sentire musica in alta fedeltà mentre cammini in mezzo al frastuono della città – ovvero come passiamo una sostanziosa parte del nostro tempo ad ascoltare la musica, da che esistono i Walkman.
  • Il Pono di Neil Young non mira agli audiofili (per cui è già tecnologia vecchia) ma al mainstream: un iPod per chiunque vuole provare l’ebrezza dell’alta fedeltà con un costo relativamente contenuto (anche se poi bisogna procurarsi i file ad alta definizione).  Ma sembra brutto, scomodissimo e poco portatile. Avrà pure già raccolto quasi 3 milioni di dollari con Kickstarter, ma motivi di cui sopra mi fanno dubitare del suo successo sul medio-lungo termine.
  • I soldi spesi per le cuffie non sono mai buttati via – è lì che il suono fa davvero la differenza. Ma quei soldi vanno spesi bene, trovando quelle con il suono (e la comodità) giusta.
  • La fregatura è che le cuffie non te le fanno neanche provare, nei negozi. E, in rete, su ogni modello si scrive tutto e il contrario di tutto (scegliete un modello di cuffie e leggetevi i commenti su Amazon di chi le ha comprate, per farvi un’idea).
  • Evitare, sempre, le Beats – a meno che non si voglia un suono fatto tutto di bassi o si ascolti hip-hop. O che si voglia esibire le cuffie come status symbol. (Con la metà dei soldi che si spendono per le Beats si portano a casa cuffie due, tre volte migliori: le Beyerdinamics base, per esempio, o le Grado, o le Senheiser).
  • Dischi sparsi che suonano da Dio con un buon DAC/buone cuffie: l’ultimo Springsteen, “Collapse into now” dei R.E.M. (anche se solo per metà – “Uberlin” è la mia canzone test per cuffie). “Blank Project” di Neheh Cherry (Four Tet ha fatto un lavoro fantastico sui suoni: aperti, profondi). “Atlas” dei Real Estate. “You should be so lucky” di Benmont Tench, i Greatful Dead in generale (con quei suoni spaziosi e spaziali della chitarra di Jerry Garcia), L’ultimo de Le Luci Della Centrale Elettrica. “Fashion nuggets” dei Cake. “Senza pensare all’estate” di Zibba. “Morning phase” di Beck.
  • Dischi che suonano male o malissimo nelle stesse condizioni: “Lightining Bolt” dei Pearl Jam (il disco continua a piacermi, ma il suono di certe canzoni, anche ascoltate in Flac, è opaco). Il nuovo Afghan Whigs (esce ad aprile: notevole, ne scriverò con calma più avanti. Non so se sia la qualità degli MP3 che mi hanno mandato, ma in diversi momenti suona così impastato da essere inascoltabile). “Workbook” di Bob Mould (uno dei miei dischi preferiti ever, ma il suono è davvero indietro in certi passaggi). In generale larga parte del rock contemporaneo, con le chitarre elettriche e la batteria sparate a mille (vedere il video sotto).
  • “Questi sono discorsi scacciaf…” (Il mio amico Dario Spada, l’altra sera, quando in una diretta radiofonica ci siamo persi a parlare di alta fedeltà digitale). (Ha ragione, eccome se ha ragione: alla fine, a parlare di queste cose si fa la figura dei nerd. Se siete arrivati fin qua…).

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Sunday mourning

Quando muore un grande, quando si scioglie una band succedono cose brutte e cose belle.

La cosa brutta sono le cazzate che leggi in giro. Ne ho lette tantissime, su Lou Reed, più del solito – diciamo che è un segno della sua importanza: tutti che saltano sul carro del morto a dire “Io l’ho conosciuto, mi ha cambiato la vita” (persino chi ha ascoltato due canzoni, persino presunti VIP che non c’entrano nulla con lui e con ciò che ha rappresentato – ne trovate un buon campionario ritwittato da @vendommerda). Poi ci siamo noi giornalisti, sbagliati (tipo chi coglie l’occasione per distinguersi dicendo che i Velvet Underground sono uno dei gruppi più sopravvalutati della storia – ma per piacere) o autoreferenziali (ho contribuito al genere su Rockol). E poi c’è la  gara degli uffici stampa a far pubblicare i ricordi dei loro artisti, usciti su Facebook o su Twitter .  E’ l’epoca del “social mourning”.
Il premio per il peggior tweet l’ha vinto lo scrittore Sandro Veronesi, che ha scritto “I am Lou Reed”. A chi gli ha fatto notare la mancanza di stile, ha risposto stizzito: “Era quello che diceva quando saliva sul palco”. Ma cosa doveva dire, “I am Sandro Veronesi”?

E poi ci sono le cose belle, sincere. Qualche bel tweet (quello di Simon Le Bon: “#LouReed gone from this world today. Don’t for god sake say RIP, coz we all know he’s a’walking, & we all know which side he’s walking on”), qualche bel pezzo di ha frequentato davvero la sua musica (leggete quello di Enrico Ruggeri) – o il bel ritratto di Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, che vedete qua a fianco

Ma soprattutto musicisti che vanno sul palco e suonano le canzoni su cui sono cresciuti. Iniziamo dai Pearl Jam, che questa notte a Baltimore hanno suonato “I’m waiting for the man” (che non avevano mai suonato prima) – sono certo che ne arriveranno altre. Un altro regalo postumo di Lou.

UPDATE – altro gran bel tributo, al Bridge Benefit: Neil Young, My Morning Jacket (ed Elvis Costello che fa solo tac tac con il piedino, in realtà) che suonano “Oh! Sweet Nuthin” (grazie a Dario per la segnalazione)

 

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Home taping (a proposito di cassette e Cassette Store Day)

C’è una giornata per celebrare qualsiasi cosa, oggi, si dice. E oggi è il 1° Cassette Store Day.

Ma non bastava il Record Store Day? No, evidentemente. Perché il RSD celebra i negozi di dischi – cosa che ha un senso, eccome se ce l’ha. Qua si celebra  un formato. Un formato vecchio. E’ una cosa  puramente retromaniaca: le cassettine magnetiche, dice Billboard, attualmente valgono lo 0,02% del mercato. Il vinile, di cui si parla in termini di rinascita, vale il 2%. Il Cassette Store Day riprende (copia?) il modello del RSD con uscite esclusive e qualche evento in giro per il mondo (qualcuno anche da noi).

la musicassetta, anzi la “Compact cassette”  ha vissuto ben oltre il suo limite fisiologico. Il fatto è che la cassetta è stata spinta dall’industria discografica come supporto alternativo al vinile, ma è sopravvissuta all’arrivo del CD. Ma già allora era un incubo, per l’industria: “Home taping is killing music”, diceva uno slogan degli anni ’80 –  la pirateria era un’ossessione ben prima del digitale. I Dead Kennedys risposero con una fantastica idea: il loro disco in cassetta su un lato, l’altro vuoto per “piratare” un altro disco…

In alcuni casi, come in India, la cassetta preregistrata ha dominato il mercato. Ma da noi, quella che funzionava,  era la cassetta vuota. Anzi, la cassetta “vergine”: la C-60, la  C-90, magari al ferro o al cromo se volevi qualità migliore. Le TDK, le Sony, le BASF e chi più ne ha più ne metta. La cassetta vuota serviva a due cose: a registrare la musica che non potevi comprare, dalla radio (per impedirlo le canzoni che venivano appositamente “sporcate” da un jingle o da un parlato) o dai dischi degli amici (“io compro questo, tu quello, e poi ce li registriamo”). E poi serviva a fare le famose mixtape. Metteteteci l’esplosione dei walkman negli anni ’80 e capite il perché della longevità di un supporto che era già superato dai CD negli anni ’80.

Personalizzazione e portabilità.

Tutte cose che oggi ritroviamo, ampliate, negli MP3. La rinascita del vinile ha dei motivi che la cassetta e l’MP3 non hanno: la qualità e il calore del suono,  la bellezza dell’oggetto, la ritualità del gesto dell’ascolto.  L’oggetto cassetta ha un suo fascino, ma molto minore. E, sì, il gesto del fare la cassetta è stato bello, ma oggi  appare inconcepibile passare due ore a fare una cassettina quando in 5 minuti puoi fare una playlist.  Pensate alla fatica, rileggendo la descrizione migliore di quel “labour of love” che era fare una cassettina in “Alta fedeltà” di Nick Hornby:

“Mi ci vollero ore per mettere insieme quel nastro. Per me, fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera: è tutto un cancellare e un ripensarci e ricominciare da capo – e ci tenevo che venisse fuori un buon nastro. Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie e… beh, ci sono un sacco di regole. Così sudai sette camicie componendo questa cassetta qua, e da qualche parte per casa devo ancora avere un paio di nastri di prova, prototipi poi eliminati”.

Insomma a me il Cassette Store Day sembra una forzatura. Quanti di voi, almeno quelli che hanno attorno ai 40 anni, hanno mai comprato una cassettina originale? Io qualcuna, da bambino.  Ma compravo soprattutto 45 giri e dischi. Quelle che ho comprato (mi ricordo un “Toto IV” e un “Spirits having flown” dei Bee Gees”) non le ho conservate. Ho scartabellato in casa, e l’unica cassetta “originale” che ho trovato sono quelle che vedete in foto qua sotto: un fantastico bootleg ufficiale dei R.E.M., che nel ’95 pubblicarono un singolo su cassetta, invitando a registrare nello spazio vuoto le altre b-side per compilare quello che era, di fatto, il primo disco dal vivo ufficiale della band.

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E poi conservo qualche bootleg di quelli che trovavi nei mercatini di Camden Town: quello dei “tapers” dei concerti:  è un mondo fantastico – leggersi questo articolo sui Grateful Dead e sui loro fan: è da lì che è nata la moda dei bootleg ufficiali o siti come Archive.org che conservano migliaia di registrazioni live storiche.

E poi tante, ma tante mixtape: ne ho un scatolone pieno.

Onore a chi celebra queste ultime, come il fantastico libro di Thurston Moore di qualche anno fa. O come, da noi  il MixTape Fan Club di Lorenzo Barbieri (che ne ha riattualizzato il formato tramite un bel sito e che oggi organizza un evento all’Ostello Bello di Milano).

Le MixTape hanno liberato la fantasia visiva (le copertine disegnate a mano) e musicale, permettendo di crearsi le proprie scelte musicali in unico spazio, anticipando modi di fruizione della musica che oggi ci sono naturali.

Ma le cassette originali commerciali preregistrate… No, dai. Proprio non se ne sente  la mancanza. Hanno avuto la loro funzione, fatto il loro tempo. Se ne riconosce l’importanza storica, le si ricorda. Ma non facciamole diventare qualcosa che non sono mai state: non ci sono grandi motivi per celebrarle o provare a rilanciarle sperando nell’effetto-vinile: si finisce soprattutto per dare ragione a Simon Reynolds che dice che siamo schiacciati dal passato. E anche quella di Reynolds, come la celebrazione delle cassette è una forzatura bella e buona.

 

 

 

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