Tag Archives: Arcade Fire

Fight da faida

Qualcuno parla male degli Arcade Fire. E non uno qualunque: Vincent Moon, il regista che con i Take Away Shows ha inventato un nuovo di mettere in scena la musica

“Those guys are just making things on a very big level, a very mainstream way of thinking. The way they deal with their business is really disgusting for me. The way they deal with things is awful. Their management are awful, awful people, and I know what I’m talking about. I have some really terrible stories with them”.

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by | 31 gennaio 2011 · 9:58 pm

Generation Gap – Arcade Fire live a Bologna

Gli Arcade Fire sono un gruppo (quasi) universale. Piacciono (quasi) a tutti. E (quasi) tutti erano radunati ieri sera all’Arena Parco Nord di Bologna: 8000 persone abbondanti per una band che in Italia non ha avuto praticamente nessuna esposizione mediatica. Indie snob, rocker attempati, “addetti ai lavori”, semplici ascoltatori che non fanno parte di nessuna casta. C’erano tutti, ieri sera.

Frutto del passaparola, della rete, del fatto che in America sono dei numeri 1 e che hanno azzeccato mosse furbe (come l’ultimo video interattivo per “We used to wait”: in rete da giorni non si parla d’altro).

Entusiasmo eccessivo? Il concerto ha dimostrato che è giustificato. Giustificato per i più giovani, che forse finalmente hanno trovato il loro gruppo generazionale. Giustificato per tutti gli altri, perché gli Arcade Fire spaccano. Punto e basta.

Sono più o meno le 9 e mezza, quando gli 8 salgono sul palco; l’inizio è quasi fuorviante, un uno-due con “Ready to start” e “Month of may”: due canzoni dritte, che potrebbero far scambiare gli AF per una ottima band rock qualunque. Ma è con la terza canzone, “Neighborhood #1 (Tunnels)”, che iniziano davvero le danze: il suono diventa un oceano che va ad ondate e ti investe quando meno te lo aspetti, con cambiamenti a tutto spiano. Cambi di ritmo nella stessa canzone; cambi di formazione, perché gli 8 giocano alle “musical chairs”, scambiandosi strumenti e postazione. E cambi di riferimenti, passando dalle evidenti influenze indie (Joy Division & Co) ad un suono epico e pieno, frutto del rock classico ’70-’80, quello che molti colleghi hanno ignorato come se non fosse mai esistito. La voce di Win Butler – un frontman “everyman”, avvistato in mezzo al pubblico perima del concerto a vedere i Modest Mouse – non è potente, e lui furbamente la rafforza con i cori del resto della band, con un effetto che funziona, eccome se funziona.

Ecco, in diversi momenti vedi ragazzini indie-snob cantare quei cori come se fossero ad un concerto di quegli altri gruppi generazionali di noi “vecchi”, quelli con cui noi 30-40enni siamo cresciuti e che loro disprezzano: gli U2, Springsteen… Allora lì capisci che gli Arcade Fire hanno colmato un gap generazionale. Poi, certo, qualche difetto ce l’hanno: nella loro musica c’è tanta, troppa roba. I generi musicali che citano, più che fondersi e ibridarsi, ogni tanto sembrano in frizione. E la teatralità del loro modo di tenere il palco e dei loro gesti, come quando Régine intona “Sprawl II” saltellando come una bambina, è eccessiva, e quasi stucchevole. Ma sono dettagli, alla fine.

Il tutto finisce dopo neanche un’ora e mezza, inevitabilmente con “Wake up”, la canzone che gli U2 non riescono a scrivere da 15 anni. Rimane un po’ di amaro in bocca perché una band così la vedresti per ore. Un trionfo, com’era lecito aspettarsi, e come è stato.

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Chuck vs. The Suburbs vs. Talking Heads

Non, non sto parlando del nuovo disco degli Arcade Fire (complice il video interattivo in HTML5 che hanno postato ieri, oggi si parla solo di loro).

Sto parlando di Chuck, la serie: una continua scoperta di citazioni musicali e usi intelligenti di canzoni famose e meno. Come nella puntata 13 della stagione 2, “Chuck vs. the suburbs”, appunto: il protagonista va a fare la spia in un quartiere modello della periferia americana. La colonna sonora è – non poteva non esserlo – “Once in a lifetime” dei Talking Heads:

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Contra-Boss

Poi un giorno cercheremo di capire perché buona parte delle “nuove” band uscite negli ultimi 10 anni si ispirava alla musica degli anni ’60 o a quella fatta dalla fine degli anni’70 in poi (punk newyorkese, new wave etc). Come se tutto quello in mezzo non fosse mai esisitito.

Poi un giorno parleremo del perché l’indie-rock sta ricoprendo solo ora Springsteen e il rock classico americano, dopo averlo snobbato per anni: gruppi come i Gaslight Anthem, gli Arcade Fire, gli Hold Steady, cresciuti a pane e boss.

Poi un giorno parleremo di quel simpatico fenomeno, che si manifesta tra molti ascoltatori indie, per cui Springsteen è uno sfigato, e se lo ascolti o, peggio, lo suoni sei uno sfigato anche tu.

Poi un giorno parleremo approfonditamente di tutto questo. Però ecco un’altra indie band, ben più insospettabile, che fa un omaggio a Springsteen: i Vampire Weekend che suonano “I’m goin down”. Spero che la incidano, perché è quasi meglio dell’originale.

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Indie-karaoke con gli Arcade Fire

Degli Arcade Fire si sta parlando molto, giustamente. Ma c’è una cosa di cui quasi nessuno ha parlato: se comprate “The suburbs” sul loro sito, ricevete anche una strana versione digitale fatta di  canzoni in file mp4, con “Syncronized artwork”.
Funziona così: se li riproducete su iTunes o su un iPod, iPhone etc, al posto della copertina statica, vedete una sequenza di immagini, che vi mostrano i testi e vanno a ritmo. Toccando sul titolo della canzone si apre il browser con link a siti i cui temi sono collegati alla canzone.

Il risultato è una via di mezzo tra un karaoke portatile e uno slideshow di powerpoint: un’idea semplice e originale, ma anche  un po’ kitsch. Figlia di quelle vocazioni “artistiche” tipiche di molte band che arrivano dall’indie.
Dopo il salto c’è un pezzettino di “Rococo”, per farvi capire come funziona il tutto, anche se più che youtube dovete immaginarvelo su un iPod, dove fa la sua bella figura.

Ah, già; poi c’è la questione che ha reso gli Arcade Fire uno dei gruppi più chiacchierati delle ultime settimane: sono andati al numero 1 delle classifiche americane e di mezzo mondo . “Arcade Fire hitting #1 is exactly like when Nirvana hit #1. Except underground music fans were happy for Nirvana”, ha notato su Twitter Chris Weingarten.

Vero,  molti indie snob non possono sopportare l’idea che una “loro” band sia in cima alle classifiche, vicina agli Avenged Sevenfold e a Lady Gaga.
Però il paragone con i Nirvana è un po’ azzardato. E’ successo in modo molto  più semplice: “The suburbs” è uscito in una settimana di calma assoluta, quella del 2 agosto. Ha venduto, in America, circa 156.000 copie nei primi sette giorni. Ottimo risultato. Ma di quelle copie 97.000 erano in digitale, molte delle quali grazie ad Amazon, che offriva il disco a 4 dollari.
Deprezzamento – e svalutazione – della musica? Sicuramente. Marketing intelligente della Merge, la loro etichetta? Certo.

Il trucco è vecchio come il mondo della discografia: fare tutto per mandare la band ai piani alti delle classifiche la prima settimana, per far sì che dopo se ne parli il più possibile.
Gli Arcade Fire -saranno pure indie, ma non sono mica scemi.

Ps: a scanso di equivoci, il disco è bello, e sono contento che siano andati in cima alle classifiche. Che non mi si dica che sono un indie snob, non potrei più guardarmi allo specchio…

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