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Take me out, tonight

Nell’ultima settimana ho visto tre concerti. Potevano essere tre concerti dell’anno. Uno solo lo è stato.

Lunedì scorso Johnny Marr con i National – l’ordine in cui li ho messi non è casuale. Johnny suona la chitarra con stile e ha trovato la sua voce canta dignitosamente le canzoni degli Smiths. I National hanno un gran suono, pure dal vivo. Ma han poca presenza scenica, soprattutto Matt Berninger – come diceva mia cognata, sembra un tecnico del computer (con tutto il rispetto per). Provate a vederli con gli occhi di qualcuno che è meno dentro di noi alla musica e non potrete darle torto: bella voce, ma lui è proprio un po’ anonimo

Poi ci sono stati i Black Crowes, mercoledì 3 all’Alcatraz. Epici: carisma e suono. Una fenomenale versione di “Wiser time”, che è ormai una delle mie canzoni preferite di sempre. Lo racconto meglio qua, il secondo concerto internazionale dell’anno. (Indovina il primo…)

Infine Glen Hansard. Il concerto di qualche mese fa al Limelight era stato epico, quello sì uno dei migliori dell’anno. Sabato è tornato al Carroponte. Poca gente, in verità: 200 persone su un palco laterale. E un concerto che non mi ha lasciato per niente il segno come tutti i suoi altri che ho visto.

Dal vivo è sempre bravo, intenso e generoso come pochi – ho una venerazione per lui, per il suo modo di fare fuori e sopra il palco.  Scaletta sempre più incentrata sulla sua “svolta soul”, che funziona ed è divertente quando fa le cover  – come qua sotto, un piccolo frammento di “Respect” messo in coda ad una sua canzone. Ma il suo repertorio recente mostra le corde: un po’ ripetitivo e vanmorrisoniano, la band (i suoi Frames) sommersa da archi e fiati.

Insomma, rivoglio i Frames – non come band di accompagnamento come ieri. Vorrei rivedere Glen con le chitarre elettriche,  la band di canzoni come “People get ready” e “Fitzcarraldo” – non a caso le migliori di ieri sera secondo me.

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#NowListening (13): dischi da Spotify e ritorni inaspettati


La rubrichetta estemporanea di micro recensioni e cose ascoltate in giro,
oltre a quella di cui parlo di solito qua.

Al solito, i titoli sono link a spotify (o ad altre forme di streaming). Sempre su Spotify c’è una playlist a cui ci si può iscrivere, con il meglio ella musica segnalata nella rubrichetta.

Black Crowes – Wiser For The Time

Esiste la categoria “Dischi da Spotify”? Quelli che non vale la pena comprare e neanche scaricare, ma avere a portata di streaming? Eccone uno. Avevano detto che si sarebbero presi una pausa a tempo indeterminato, e dopo due anni son di nuovo qua. Per fortuna. E tornano con un album live, l’ennesimo, metà elettrico e metà acustico. Nulla toglie e nulla aggiunge, anzi ci sono dei live migliori. Bella la cover di “Willin’ ” dei Little Feat, criminale l’assenza di “Wiser time”, la canzone più bella della band (che dà il titolo album, peraltro).

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Replacements – Songs for Slim

Un colpo al cuore, a vedere riformati i Replacements, per chi è cresciuto con il loro rock ‘n’ roll sghembo e viscerale. Vabbé, ci sono solo Paul Westerberg e Tommy Stinson, che hanno inciso un po’ di cover per Slim Dunlap, il loro chitarrista che non sta bene. “I’m not sayin'” da sola vale l’EP.

Hey Marseilles – The line we trace

Uno dei miei pusher più fidati di musica dice che è il disco dell’anno. Arrivano da Seattle, “The lines we trace” è il loro secondo disco a quattro anni dal precedente. Pop-rock orchestrato e mai banale, che a tratti ricorda Midlake e Decemberists. “Bright hearts burning” è una delle canzoni più belle che ho sentito quest’anno. Da ascoltare, assolutamente.

Widower – Fool Moon

Un altro cantautore classico, anche questo scoperto grazie a Fuel/Friends come Tyler Lyle di cui parlavo al giro precedente: un gioiello di album di canzoni delicate, arrangiate benissimo con begli intrecci tra chitarre acustiche ed elettriche. Si trova solo su Bandcamp (cliccate sul titolo)

Jack Jaselli – I need the sea because it teaches me

Un nuovo EP per questo bravo cantautore italiano di cui su Rockol si è parlato già più volte, ai tempi di “It’s gonna be rude, funky, hard”. Una manciata di canzoni acustiche registrare in una caverna di fronte al mare, tra cui una spettacolare cover di “Closer” dei Nine Inch Nails. La soavità con cui Jack canta “I want to fuck you like an animal” da sola vale il disco.

Viva Lion – The Green Dot

Strani casi della vita: ti arriva un comunicato stampa di un EP. Incuriosito, lo ascolti perché c’è una cover di una canzone che ha segnato la tua adolescenza. “Footlose” di Kenny Loggins, colonna sonora dell’omonimo film, qua splendidamente trasformata in una cupa canzone giocata su chitarre e campionamenti. Poi indaghi un po’ e scopri che dietro lo pseudonimo si cela una persona che conosci bene e che non senti da tempo: manco sapevi neanche che cantasse. Daniele Cardinale, romano, che ha inciso questo EP per la Cose Comuni, etichetta dei Velvet, che partecipano al disco. 5 belle canzoni cantate in inglese, un cantautorato dalle scelte sonore mai banali.

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L’inevitabile classifica del 2011

…E come tutti gli anni, si tirano le somme della musica uscita negli ultimi mesi. Per Rockol ho fatto le mie top 5 “regolari”:

STRANIERI

1. Jonathan Wilson – “Gentle Spirit”

2. My Morning Jacket – “Circuitail”

3. Tom Waits – “Bad as me”

4. Tinariwen – “Tassili”

5. Wilco – “The whole love”

ITALIANI:

1. Verdena – “Wow”

2. Jovanotti – “Ora”

3. Daniele silvestri – “S.C.O.T.C.H.”

4. Ivano fossati – “Decadancing”

5. Tiziano Ferro – “L’amore è una cosa semplice”

Però poi uno le scrive, le riscrive e rimangono fuori un sacco di cose, di musica e di pensieri. Rivedendole, mi viene in mente che sia nei dischi italiani che in quegli stranieri le prime posizioni sono in realtà degli ex-aequo. Il disco di Jonathan Wilson l’ho recuperato recentemente, è retromaniaco, è vero. Ma è quello che sto ascoltando di più; è bello quanto quello dei My Morning Jacket, che sono la mia nuova passione, qualcuno l’avrà capito: li seguito da tempo, ma con “Circuital” hanno fatto un (altro) salto in avanti. Idem tra gli italiani: i Verdena e Jovanotti sono i due lati della stessa medaglia, due opere enormi, in tutti in sensi, quantitativo e qualitativo.

E poi ci sono i dischi rimasti fuori da queste classifiche, dischi che ho amato e consumato: Bon Iver, Decemberists, Horrible Crowes, Green Like July, Joan As Police Woman… Ed ecco qualche personalissimo premio aggiuntivo.

Concerto dell’anno:I Black Crowes a Vigevano e Fossati a Milano. Poi: qugello a cui mi sono divertito di più è stato quello di Cyro Baptista; quello che mi ha emozionato di più è Glen Hansard a Roma (ex-aequo con Keith Jarrett agli Arcimboldi) Quello che mi ha incantato di più è Jovanotti.

Band dell’anno: i Roots. Più per le cose fatte con altri (il disco con Betty Wright, quello con Booker T Jones) che per il loro disco, “Undun”.

Disco peggiore/Operazione WTF dell’anno: “Lulu”, Lou Reed & Metallica (anche se c’è una gran canzone, “Junior Dad”, vedi sotto).

Delusione dell’anno:  L’incomprensibile scelta dei Pearl Jam di non venire in Italia nel 2012. E anche John Mellencamp, che è arrivato per la prima volta nel nostro paese, ha fatto un bel concerto ma comportandosi da divo, quale non è da queste parti: un’ora di documentario inutile prima dello show e tante bizze, che hanno portato all’annullamento della data di Udine. Uno aspetta una vita di vedere un cantante, e questo fa lo stronzo…

Sorpresa dell’anno: Fraser Anderson, “Little glass box”. Un disco che ho scoperto in  una scena alla Alta Fedeltà, in un bellissimo negozio di dischi di Piacenza, Alphaville, dove mi sono rifugiato parecchie volte quest’estate. Un cantautore semplice semplice, con toni jazzati e grandi canzoni. Mi ha tenuto compagnia parecchio, questo album (anche se tecnicamente è uscito nel 2010). Grazie ai ragazzi di Alphaville per avermelo fatto scoprire. Se passate da quelle parti, fateci un giro: hanno un gran bel negozio, di quelli come se ne trovano ancora, e un bel blog su cui parlano di musica e cinema.

Notizia musicale dell’anno. Ce ne sono tante, non sempre belle: lo scioglimento dei R.E.M.  e il ritiro di Ivano Fossati, la morte di Amy Winehouse e di Clarence Clemons. O l’arrivo per la prima volta dopo 25 anni di Tom Petty. Ma se proprio deve sceglierne una:  il ritorno di Springsteen in tour, in Italia, con la E Street Band. Posso tollerare di vivere in un mondo musicale in cui i R.E.M. non fanno più dischi e concerti, ma non in uno in cui non posso più sperare di vedere il Boss dal vivo…

Libro musicale dell’anno. Ne sono usciti parecchi. Ma direi “The last sultan” di Robert Greenfield, che racconta la storia di Ahmet Ertegun, il fondatore dell’Atlantic Records (ci ritornerò con un post). E poi: la biografia di Bob Mould, “Il tempo è un bastardo”, di Jennifer Egan. E, ma si, “Retromania” (premio hype dell’anno).

Film Musicale dell’anno: PJ20, di Cameron Crowe. Ovvero come dovrebbe sempre essere fatto un rockumentary.

Canzone dell’anno: “One Sunday Morning” dei Wilco: come costruire un piccolo capolavoro su un unico giro di chitarra, ripetuto per 12 minuti.

E, già che ci sono, ecco anche le altre canzoni: questa lista non ha la pretesa di essere una vera e propria playlist. Sono solo le canzoni più suonate sui miei vari ammennicoli digitali nel 2011, ordinate per numero di riproduzioni, secondo il contatore di iTunes. Ne ho tenuta una sola per album (e ho tolto dal conteggio i R.E.M., che sono fuori gara, soprattutto quest’anno…). Però rappresentano bene, nel mio piccolo, uno spaccato della buona musica di quest’anno.

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I Black Crowes, Mellencamp e il concerto breve

Uno aspetta un artista o una band per anni, va a vederlo, vede un concerto bellissimo. Ma è iniziato tardi ed è durato un’ora e mezza scarsa. E’ successo l’altra sera con i Black Crowes e pare che le lamentele siano state un bel po’; il promoter del concerto, Claudio Trotta di Barley Arts, ha postato una nota su Facebook spiegando cosa era successo.

Il fatto che un artista suoni o abbia suonato in altre parti del mondo o anche in Italia e in altre occasioni set più o meno lunghi non significa in automatico che lo faccia  o lo voglia  o lo possa fare sempre.

Nel caso specifico dei Black Crowes a Dieci Giorni Suonati io avevo offerto alla band la possibilità di suonare anche 3 ORE,anche i due set acustico e elettrico come faranno in clubs a londra e amsterdam. E’ stata una loro scelta quella di suonare un ora e 30, credo determinata da alcuni fattori anche di itinerario europeo(avevano un aereo per Bilbao la mattina dopo alle 8 …)artistico(prima di questo “run” di date in europa era da sei mesi che non suonavano insieme)vocale(paura di “spezzare la voce alla prima del tour europeo).

Claudio, giustamente, conclude dicendo che quello che conta è l’intensità, e l’intensità c’è stata, eccome.

L’intensità c’è stata  anche ieri sera da John Mellencamp, prima data italiana in assoluto. Però anche lì si è ripetuta la storia: prima un documentario di un’ora (annunciato), poi un concerto di 93 minuti, dritto dritto e senza bis. In questo caso, la scaletta era identica a quella di altri concerti europei quindi uno se lo poteva aspettare, ma il pubblico era comunque un po’ innervosito. E anche qua il promoter non c’entra: scelte (discutibili) dell’artista, che peraltro è stato impeccabile musicalmente (qua c’è la recensione del mio collega Alfredo Marziano), regalando un gran concerto, con una grande band e un grande suono: ecco due video…

John Mellencamp – Longest Days (Live in Vigevano, 9/7/2011)

John Mellencamp – Authority Song (Live in Vigevano, 9/7/2011)

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Il concerto dell’anno

C’è una strana tendenza, quella di fare non solo le classifiche di fine anno, ma quelle di metà anno.

Io, comunque, ho già un’idea abbastanza precisa su quale sarà il concerto dell’anno: quello dei Black Crowes di ieri sera a Vigevano. Sicuramente, la versione di 20 minuti di “Wiser time” è valsa non solo le decine di punture di zanzare, ma molto molto di più. Non l’ho registrata, ma in compenso ho fatto un video di “Sting me”. Enjoy.

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