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Storia sociale della musica pop e rock (2): anni ’60 e dintorni

In questa spazio, ogni settimana pubblico i materiali del corso “Storia sociale della musica pop e rock” che tengo alla Bocconi

Oggi in aula si parla di anni ’60 e dintorni. Un’etichetta, quattro artisti e un momento:

  • La motown (e la musica black negli anni ’60)
  • i Beatles
  • Bob Dylan
  • Jimi Hendrix e Woodstock
  • I Grateful Dead

La playlist della musica da ascoltare della seconda lezione (link a Spotify).  (qua Un articolo su come attivare Spotify dall’Italia)

La playlist dei video visti a lezione

testi di riferimento

  • F. Zanetti – Il libro bianco dei Beatles (Giunti)
  • G. Castaltdo, E. Assante – Il Tempo di Woodstock (Laterza)
  • D. M Scott, B. Halligan – Marketing Lessons from The Grateful Dead

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Tangled up in Barolo

Bob Dylan sta a mio padre più o meno come i R.E.M. o Bruce Springsteen stanno a me. Lo segue da sempre. Quando ero piccolo me lo faceva ascoltare e io lo chiamavo Zio Bobo. (Poi capite perché sono venuto su in questo modo).

Trovarselo quasi sotto casa, in un posto come Barolo, era un’occasione troppo ghiotta non solo per i cuneesi, ma per i dylanologhi tutti. Così è andato al concerto  – mi ha detto che era già lì ad aspettarlo tre ore prima  – e stamattina mi ha mandato questa recensione, che pubblico con sommo piacere.


Come al solito è difficile giudicare un concerto di Dylan. A differenza di altri spettacoli Bob è disponibile, si offre al pubblico, più volte mostra che la musica viene dal cuore: non sembra triste come talora gli capita e cerca una sintonia con gli spettatori. Il contesto anche psicologico quindi sembra favorevole, la voce è buona … e la musica?
Il sound è quello degli ultimi dischi, da “Modern times” in avanti, con la ricerca delle proprie radici e in particolare della sua anima blues.  In questo Dylan è coerente e crede con il “cuore” e con tutto se stesso in questo modo di suonare; anche il suo look e quello della sua band è in armonia con l’immagine di una blues band bianca di annata.
Ma il problema è sempre la musica. È possibile rivedere le sue canzoni, anche quelle più note in questa nuova visione espressiva, senza snaturarle? In tanti dylanologhi della prima ora non abbiamo riconosciuto molte delle canzoni, anche quelle più note e l’individuazione avveniva di solito sui testi e raramente per la musica. Le nuove versioni musicali sono discontinue, con punte di eccellenza per “Ballad of thin man” e versioni dubbie per molti classici (“Hard rain’s a-gonna fall”, “Simple twist of fate”). Su “Like a rolling stone” Dylan e la band s’incasinano e non sembrano trovare il bandolo per concludere.
Molto più coerenti e compatte le canzoni recenti che sono in sintonia con il suono che Dylan sente come suo in questi ultimi anni.
Dylan, che ha sempre voluto sostenere la sua ambiguità e il rifiuto di qualsiasi etichetta, sembra un prigioniero della sua coerenza e del sentire come un impegno totale essere fedele al suo credo musicale attuale; forse “Tangled up in blue”, cantata con grande passione, è la canzone che descrive il Dylan visto a Barolo:
Alcuni sono maestri dell’illusione
Altri sono ministri del commercio
Tutti con grandi delusioni
Sfatti tutti i loro letti
Io ancora cammino in direzione del sole
(Alberto Sibilla)


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Ricordi

 

 

Cimeli di 25 anni fa, rispolverati in vista del concerto di stasera: il biglietto di Torino, 13/9/1987

(Scattata con Instagram)

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by | 29 giugno 2012 · 8:28 am

L’originalità di Carlà

Carla Bruni non finirà mai di stupirmi.  L’ultima delle sue  brillanti e innovative idee  è quella di  rifare il video più copiato della storia, “Subterranean homesick blues.” di Bob Dylan. Quello in cui il Nostro sfoglia cartelli con le parole della canzone, insomma.

Definirlo video è discutibile, perché era la sequenza introduttiva di “Don’t look back”, film del 1967 di D.A. Pennebaker, dedicato al tour inglese di Dylan del 1965. Ma la forza visiva di quell’idea, applicata alla forza della canzone, l’ha fatto diventare un simbolo, e una sorta di anticipatore della stagione del videoclip.

Va bene che la motivazione è benefica, ma meno male che non canta. E tanto per sottolineare l’originalità di Carlà, su Wikipedia c’è una lista dei cloni di quel video. Persino Andy Warhol ne ha girato una versione, per i Curiosity Killed The Cat. 25 anni fa.

Dalla lista mancano gli italiani (a memoria mi vengono in mente Daniele Silvestri a Sanremo con “L’uomo col megafono” e un clip di Ligabue).

Ma la copia più bella è questa: “Bob” di Weird Al Yankovic. Il testo della canzone è fatto tutto di palindromi, ovvero frasi che lette al contrario sono uguali.

http://www.youtube.com/watch?v=Nej4xJe4Tdg

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La televisione musicale, come dovrebbe essere

Il video della settimana è questa bellissima versione di una delle canzoni più belle dell’anno, “Just breathe” dei Pearl Jam, al programma TV americano “Austin City Limits”. Da guardare in HD, in tutta la sua bellezza musicale e visiva:

Su Vimeo c’è un bel montaggio della preparazione dello show, che va in onda questa settimana:

Quella che vorrebbe essere la TV musicale del futuro è rappresentata da MTVMusic.com, piattaforma video appena aperta da MTV, in risposta a YouTube. 16.000 tra clip e performance live. Come è giusto da un punto di vista aziendale, i clip sono anticipati da brevi (15″) spot. Ma siamo ancora sicuri che gli utenti abbiano voglia di sorbirsi la pubblicità, ora che non ci sono più abituati?

La TV musicale come non è più, invece, questa settimana è rappresentata invece del video di Bob Dylan, “Must be santa”. La canzone è bella, il video è talmente banale che alla fine è pure piacevole.

Però fa impressione vedere il nostro con il cappello da babbo natale e i capelli stirati come una Mariah Carey qualunque. Ha aspetato dieci anni per fare un videoclip solo per darci l’ennesima dimostrazione che questo formato è un morto vivente?

http://www.youtube.com/watch?v=qVs6X9yIM_k

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