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Home taping (a proposito di cassette e Cassette Store Day)

C’è una giornata per celebrare qualsiasi cosa, oggi, si dice. E oggi è il 1° Cassette Store Day.

Ma non bastava il Record Store Day? No, evidentemente. Perché il RSD celebra i negozi di dischi – cosa che ha un senso, eccome se ce l’ha. Qua si celebra  un formato. Un formato vecchio. E’ una cosa  puramente retromaniaca: le cassettine magnetiche, dice Billboard, attualmente valgono lo 0,02% del mercato. Il vinile, di cui si parla in termini di rinascita, vale il 2%. Il Cassette Store Day riprende (copia?) il modello del RSD con uscite esclusive e qualche evento in giro per il mondo (qualcuno anche da noi).

la musicassetta, anzi la “Compact cassette”  ha vissuto ben oltre il suo limite fisiologico. Il fatto è che la cassetta è stata spinta dall’industria discografica come supporto alternativo al vinile, ma è sopravvissuta all’arrivo del CD. Ma già allora era un incubo, per l’industria: “Home taping is killing music”, diceva uno slogan degli anni ’80 –  la pirateria era un’ossessione ben prima del digitale. I Dead Kennedys risposero con una fantastica idea: il loro disco in cassetta su un lato, l’altro vuoto per “piratare” un altro disco…

In alcuni casi, come in India, la cassetta preregistrata ha dominato il mercato. Ma da noi, quella che funzionava,  era la cassetta vuota. Anzi, la cassetta “vergine”: la C-60, la  C-90, magari al ferro o al cromo se volevi qualità migliore. Le TDK, le Sony, le BASF e chi più ne ha più ne metta. La cassetta vuota serviva a due cose: a registrare la musica che non potevi comprare, dalla radio (per impedirlo le canzoni che venivano appositamente “sporcate” da un jingle o da un parlato) o dai dischi degli amici (“io compro questo, tu quello, e poi ce li registriamo”). E poi serviva a fare le famose mixtape. Metteteteci l’esplosione dei walkman negli anni ’80 e capite il perché della longevità di un supporto che era già superato dai CD negli anni ’80.

Personalizzazione e portabilità.

Tutte cose che oggi ritroviamo, ampliate, negli MP3. La rinascita del vinile ha dei motivi che la cassetta e l’MP3 non hanno: la qualità e il calore del suono,  la bellezza dell’oggetto, la ritualità del gesto dell’ascolto.  L’oggetto cassetta ha un suo fascino, ma molto minore. E, sì, il gesto del fare la cassetta è stato bello, ma oggi  appare inconcepibile passare due ore a fare una cassettina quando in 5 minuti puoi fare una playlist.  Pensate alla fatica, rileggendo la descrizione migliore di quel “labour of love” che era fare una cassettina in “Alta fedeltà” di Nick Hornby:

“Mi ci vollero ore per mettere insieme quel nastro. Per me, fare una cassetta è un po’ come scrivere una lettera: è tutto un cancellare e un ripensarci e ricominciare da capo – e ci tenevo che venisse fuori un buon nastro. Registrare una buona compilation per rompere il ghiaccio non è mica facile. Devi attaccare con qualcosa di straordinario, per catturare l’attenzione, poi devi alzare un filino il tono, o raffreddarlo un filino, e non devi mescolare musica nera e musica bianca, e non devi mettere due canzoni dello stesso cantante di seguito, a meno che non imposti tutto il nastro a coppie e… beh, ci sono un sacco di regole. Così sudai sette camicie componendo questa cassetta qua, e da qualche parte per casa devo ancora avere un paio di nastri di prova, prototipi poi eliminati”.

Insomma a me il Cassette Store Day sembra una forzatura. Quanti di voi, almeno quelli che hanno attorno ai 40 anni, hanno mai comprato una cassettina originale? Io qualcuna, da bambino.  Ma compravo soprattutto 45 giri e dischi. Quelle che ho comprato (mi ricordo un “Toto IV” e un “Spirits having flown” dei Bee Gees”) non le ho conservate. Ho scartabellato in casa, e l’unica cassetta “originale” che ho trovato sono quelle che vedete in foto qua sotto: un fantastico bootleg ufficiale dei R.E.M., che nel ’95 pubblicarono un singolo su cassetta, invitando a registrare nello spazio vuoto le altre b-side per compilare quello che era, di fatto, il primo disco dal vivo ufficiale della band.

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E poi conservo qualche bootleg di quelli che trovavi nei mercatini di Camden Town: quello dei “tapers” dei concerti:  è un mondo fantastico – leggersi questo articolo sui Grateful Dead e sui loro fan: è da lì che è nata la moda dei bootleg ufficiali o siti come Archive.org che conservano migliaia di registrazioni live storiche.

E poi tante, ma tante mixtape: ne ho un scatolone pieno.

Onore a chi celebra queste ultime, come il fantastico libro di Thurston Moore di qualche anno fa. O come, da noi  il MixTape Fan Club di Lorenzo Barbieri (che ne ha riattualizzato il formato tramite un bel sito e che oggi organizza un evento all’Ostello Bello di Milano).

Le MixTape hanno liberato la fantasia visiva (le copertine disegnate a mano) e musicale, permettendo di crearsi le proprie scelte musicali in unico spazio, anticipando modi di fruizione della musica che oggi ci sono naturali.

Ma le cassette originali commerciali preregistrate… No, dai. Proprio non se ne sente  la mancanza. Hanno avuto la loro funzione, fatto il loro tempo. Se ne riconosce l’importanza storica, le si ricorda. Ma non facciamole diventare qualcosa che non sono mai state: non ci sono grandi motivi per celebrarle o provare a rilanciarle sperando nell’effetto-vinile: si finisce soprattutto per dare ragione a Simon Reynolds che dice che siamo schiacciati dal passato. E anche quella di Reynolds, come la celebrazione delle cassette è una forzatura bella e buona.

 

 

 

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A proposito di bootleg, discografici stupidi e musicisti che amavi ed ora sono scemi

Qualche giorno fa parlavi di bootleg, dell’amore per.

C’è un blog. Si chiama “The indipendent of power trucking”. Ha una (piccola) missione. Tira fuori registrazioni disperse nei cassetti, le ripulisce, le condivide con i i fan.

Qualche tempo fa ha messo in rete la prima cassettina dei R.E.M. Sì, un demo, inciso prima ancora che la band firmasse contratto. Una casa discografica, che non aveva nessun diritto su quelle registrazioni, fece un’ingiunzione e riuscì a farla levare dalla rete.

Da qualche tempo, su quel sito, vengono riscoperti e rimasterizzati live dei New Order e dei Joy Division. Live innocui, che non avrebbero avuto mai circolazione commerciale. Ed è successo di nuovo: la casa discografica (la Warner), ha fatto rimuovere dalla rete un live dei Joy Division.

Vabbé. Succede.

Senonché il gestore del sito, uno che si fa chiamare Analog Loyalist, ha ricevuto una mail, da uno che si fa chiamare Hooky. Si, lui. Peter Hook. Bassista dei Joy Division. Dei New Order.

Leggete questa mail.

“From my point of view you must stop this now. If you want to help us and your listeners let’s submit it to Warners get permission off the band and let people download it OFFICIALLY even if it’s for a nominal sum, this is a much better way of doing it. You get the job done and the recognition and do not get the aggro! They are clamping down on people like you. I suggest you go legit, your hooky“.

Certo, bisogna aspettare una casa discografica per pubblicare un bootleg. Certo, bisogna andare a vedere la tua anonima band che suona per intero i dischi dei Joy Division (Retromania, anyone?), Hooky, mentre tu ti lamenti del fatto che i New Order senza di te non dovrebbero esistere.

I miti crollano, ogni tanto. Un grande bassista può essere una grande testa di basso.

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Demo-crazia (un post sull’amore per i bootleg)

Amo la pirateria musicale. Beninteso non la pirateria “cattiva”, quella dei dischi regolarmente in commercio – per quella non ci sono scuse; ci sono alternative legali per tutti i gusti e tutte le tasche.

Amo la pirateria che non danneggia nessuno, la pirateria che ci fa arrivare registrazioni da fan che rimarrebbero sepolte chissà dove.

In una parola: bootleg.

Ho sempre amato i bootleg, da quando mio padre mi portò in un negozio di Torino, “Rock & Folk” (esiste ancora, anche se non è più in via Viotti; ora vende soprattutto gadget). Ho sempre stimato gli artisti che incentivano la diffusione dei Bootleg, dai Grateful Dead in poi. E non ho mai capito quelli che invece si ostinano a combatterli. Ok, sì: vuoi mantenere il controllo totale sulla circolazione della tua musica. Ma se girano concerti live o versioni alternative di canzoni che sono già in commercio, non è che subisci chissà quale danno.

E nel magico mondo dei botoleg amo in particolare i dischi di demo, versioni e “outtake” trafugate dagli studi chiss.à I live dopo un po’ mi stufano (tranne forse i bootleg ufficiali, ma quella è un’altra storia)

Ho la fortuna di essere fan di un artista ha disseminato quantità impressionanti di queste registrazioni alternative (indovina chi?).

E ho la sfortuna che la mia band preferita, quella di cui ascolterei anche registrazioni di sessioni in bagno, invece ha lasciato in giro molto poco, a parte le inevitabili registrazioni dal vivo di dubbia qualità. Qualche inedito, qualche versione alternativa di studio è già saltata fuori nelle ristampe. Ne ho chiesto ragione al loro manager e – pur con la inevitabile diplomazia del caso – mi ha lasciato intendere che non c’è moltissimo materiale negli archivi.

I R.E.M. funzionavano così: Buck, Mills (e Berry, quando c’era) scrivevano basi strumentali, spesso per conto loro. Poi passavano i demo a Stipe che ci cantava sopra finché non trovava un’idea melodica – la leggenda vuole che le mettesse su un CD sullo stereo dell’auto e guidasse cantando fino a trovare la melodia. Solo a quel punto nascevano le canzoni vere e proprie.

Così di demo e outtake dei R.E.M. non ne circolano molti, proprio per questo particolare processo di scrittura. Roba come questa qua sotto: la prima è dalle sessioni di “Green”, la seconda da quelle di “Out of time”, la terza è una versione con il mandolino di “Falls to climb” che potrebbe venir fuori da “Out of time” (invece la canzone finì su “Up”).

Però in questi giorni stan venendo fuori cose interessanti, se sapete dove cercarle. Non chiedetemi dove, la caccia al botoleg è bella quanto l’ascolto, sia quando si trattava di cercare un vinile, sia quando insegui un download nei meandri della rete. Se siete fan, vale armarsi di pazienza ed esplorare. Potreste avere delle belle sorprese.

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