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Se non è mai stata nuova e non invecchia mai, è una canzone folk (a proposito di Llewyn Davis)

 

L’altro giorno sono andato a vedere Inside Llewin Davis, il film dei fratelli Cohen ispirato alla storia di Dave VanRonk e alla scena folk del Greenwich Village. Pur amando i fratelli Cohen, non mi ha fatto impazzire –  i giudizi seri e motivati li lascio ai cinefili veri. Ma la cura della musica è strepitosa, come sempre nei film dei Cohen.  Justin Timberlake che canta una canzone folk da solo vale il prezzo del biglietto. 
L’altro Sibilla, Alberto, quello che fa lo psichiatra ed è Dylaniato da sempre, quello che quella scena l’ha seguita in diretta da ascoltatore, ha scritto questa cosa sulla colonna sonora – e ne sa decisamente più di me sull’argomento. 

I fratelli Cohen senza dubbio amano e conoscono il rock e cercano di rappresentare lo stato nascente di questa musica, senza agiografia o romanticismo. “Inside Llewyn Davis” è film importante per capire la nascita del (folk)-rock. Nello svolgimento della storia ci sono quasi tutti i mattoni che costituiscono le fondamenta della successiva evoluzione musicale, non a caso scelte da T. Bone Burnett. Negli anni ‘60 il folk era considerato una musica di seconda categoria, snobbata duramente da chi amava la musica colta (il suonatore di cembalo e altre tastiere nobili) e disprezzata anche dai jazzisti “ voi del folk conoscete tre note …” (Goodman jazzista morfinomane). Si suonava folk nei cari caffè del Greenwich Village, in particolare al Gaslight, dove era di scena Dave Van Ronk, alla cui storia fa riferimento il film.
Nell’album che contiene la colonna sonora si mescolano canzoni popolari americane inglesi, irlandesi in parte cantate in maniera tradizionale (“The auld triangle”, “The storms are on the ocean”) in parte arrangiate secondo canoni attuali quando sono cantate da Omer Isaac (“Hang me, oh hang me” e la bellissima “The shauld of harrings”) con l’intervento di T. Bone Burnett. Compaiono gli epigoni di Peter Paul & Mary “In Five hundred miles”: nel film e nell’album vengono conservate le atmosfere dell’epoca e nei giorni nostri può fare effetto vedere all’opera il gruppo canoro irlandese o la cantante con il dulcimer… Interessanti le due versioni di “Fare thee well”: la prima originale vecchio stile e poi modernizzata, se così si può dire. Non manca il pop folk nell’unica canzone composta per il film, la simpatoca “Please Mister Kennedy”, mentre sullo sfondo c’è Elvis Presley, all’apice del successo. L’ultimo ad apparire è Bob che canta una versione non incisa in precedenza di “Farewell”.

Sembra incredibile che da un mix del genere possa essere nato il rock, ma questa è la storia. Da dylaniato convinto ma critico, mi sono chiesto come avranno fatto a capire alla Columbia che in quel momento valeva la pena investire su lui e non su altri songwriters. Anche nella storia del rock c’è una dose di casualità incredibile. Per usare le parole di Dylan, convitato di pietra del film e dell’album, anche la musica è condizionata da un “Simple twist of fate”.

L’album è ben suonato e arrangiato, Omer Isaac è una piacevole scoperta; bravi Justin Timberlake e Marcus Mumford che rappresentano l’attualità della scena musicale. Difficile, se non impossibile però che abbia il successo di vendite della colonna sonora di “O Brother, were art thou?”, che generò un vero e proprio caso da quasi 8 milioni di copie…

(Alberto Sibilla)

 

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The Crazy Heart of Tron Lebowsky

Nel giro di pochi giorni ho visto tre film: una cagata pazzesca, un capolavoro e un bel film, anche se fatto di luoghi comuni.  Tutti con Jeff Bridges. Che non è riuscito a salvare “Tron Legacy” (a cui va esteso il giudizio che Fantozzi diede alla “Corazzata Potemkin”, nonostante tutta la stampa che ha avuto e  nonostante la colonna sonora dei Daft Punk).

Poi, il ho rivisto “Il grande Lebowsky” e “Crazy heart”, che mi ero perso all’uscita. Nessuno come Bridges  riesce a recitare la parte dello sfattone americano. La sua interpretazione di The Dude (“Drugo” in italiano: misteri della traduzione cinematografica) si meritava già al tempo quell’oscar che si è preso un anno fa per la parte di Bad Blake, in un film molto più consolatorio del libro di Thomas Cobb da cui è tratto. Però è incredibile come Bridges riesca a rendere memorabile un personaggio che alla fine è fatto solo di stereotipi – il cantante country con cappello e stivali, un ubriacone a fine carriera in pieno blocco dello scrittore, salvato dall’amore di una donna.

E canta pure bene, nel film. Poi certo, sono tutti bravi se la musica te la produce uno come T Bone Burnett…http://www.youtube.com/watch?v=-c5KpTL4RGA&feature=related

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Kathryn Bigelow, regista di videoclip (bruttissimi)

Sono contento che Kathryn Bigelow abbia vinto l’Oscar. Non ho visto il film premiato, ma “Point break” e “Strange days” sono due dei miei film preferiti di sempre; solo quelli da soli valgono molto di più di una statuetta.

Anche i più grandi registi hanno qualche scheletro nell’armadio: non sapevo per esempio che la Bigelow avesse diretto anche dei videoclip. Amo questa band alla follia, ma questo video l’ho sempre reputato uno dei più brutti mai prodotti. Guardare per credere. La qualità non è granché, ma forse è meglio così.

Questa scoperta – grazie a TwentyFourBit – mi conferma un’altra mia teoria: salvo rare eccezioni, i registi di cinema non sanno proprio girare videoclip. Ma questa è un’altra storia, e ne parlerò un’altra volta

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Non ti supporto più: requiem per i DVD musicali

Paul McCartney, Laura Pausini, R.E.M., Gianni Morandi, Jack Johnson, Vinicio Capossela, Swell Season, Giovanni Allevi, Raf, Ligabue, Marlene Kuntz: cos’hanno in comune questi artisti tra di loro assai diversi per stile musicale?
Hanno pubblicato – o stanno per pubblicare –  un CD+DVD. Non CD, non un DVD. Un CD+DVD. E non si tratta neanche di ristampe. Ma di dischi nuovi, per lo più live.
Stiamo assistendo alla morte di un altro supporto: il DVD musicale. C’è stato un tempo in cui era in crescita esponenziale, qualche anno fa. Era una (relativa) novità, e stava succedendo quello che avvenne anni prima con il CD: tutti a ripubblicare opera storiche (film, raccolte di clip, concerti) nel nuovo e più fedele supporto digitale, con qualche bonus. E tutti a realizzare nuovi DVD.
Fare raccolte di clip oggi ha poco senso, con YouTube. E  una veloce occhiata alle classifiche FIMI ci dice che di DVD nuovi se ne producono pochi. Io stesso, che gestisco l’area DVD di Rockol, faccio una gran fatica a trovarne da recensire. E i dati dicono che il DVD musicale è in crisi nera.
La risposta è, appunto, il CD+DVD. Fisicamente, la confezione è quella quadrata di un CD. Il contenuto è quasi sempre lo stesso concerto, in versione audio e video.  E’ l’ennesimo contraccolpo  della pirateria: al consumatore bisogna offrire qualcosa di più.
Mi sbaglierò, ma ad una prima impressione mi sembra che siano soprattutto gli artisti italiani a pubblicare a raffica e un po’ compulsivamente in questo formato. Mi sembra anche che la stessa FIMI sia abbastanza confusa al riguardo: qualche uscita (come quella di Ligabue) viene inclusa sia nelle classifiche dei DVD che in quelle degli album.
Nel frattempo, in America sono già da un’altra parte: iTunes USA ha aperto una sezione dedicata ai film musicali.

UPDATE: da qualche ora, sullo store italiano di iTunes sono in vendita i videoclip. Sullo store americano erano in vendita da anni.

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This is it, really?

Ieri sera sono andato a vedere “This is it”, il film di Michael Jackson: la sala era deserta (davvero sta facendo incassi record?), ma non è questo ciò che mi ha colpito di più.

Mi ha ricordato la mia tesi di dottorato, soprattutto: che era sul rapporto tra racconto e retorica. In soldoni: ogni storia cerca di intrattenerci, ma in realtà – più o meno esplicitamente – ci vuole convincere di qualcosa. Vuole rendere credibile un mondo, venderci un’idea o una visione.

Molto si è detto del film – rimando al resconto di un mio collega di Rockol. Ma la cosa che mi ha colpito è la sottigliezza retorica – fatta di montaggio, scelta dei materiali da una quantità di “girato” enorme – con cui si cerca di ridare dignità a Jacko, di dimostrare allo spettatore che, pur magrissimo, era lucido e in ottima salute. Sembra quasi che tutto il film sia un’unica, lunga accusa verso i suoi presunti assasini, il medico e i media che non facevano altro che sbeffeggiarlo.

“This is it” è un racconto che nasconde la sua retorica dietro l’ “effetto di realtà” che danno le immagini documentaristiche, che sembrano quasi rubate.

Nessuno di noi saprà mai quale è il vero Michael Jackson, perché il “vero” Michael Jackson  non esiste. Di certo anche “This is it” è uno dei tanti tasselli – non necessariamente il più “vero” – di una storia tra le più complesse del mondo dello spettacolo.

Ora siamo tutti qui a lodare Jackson – giustamente – per il suo impatto sulla cultura popolare degli ultimi 30 anni, e a lodare quello che stava per fare. Ma nessuno mi leva dalla testa il pensiero che se “This is it” fosse andato in scena, l’avrebbero massacrato comunque. Forse riusciremo ad essere lucidi su Michael Jackson solo tra qualche tempo, quando l’onda emotiva della sua morte sarà esaurita.

http://www.youtube.com/watch?v=cyrkcz7msfY

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